CAPITOLO 17
I primi mesi con Sophie furono un susseguirsi di notti senza sonno, pannolini, biberon e pianti che a volte non capivo nemmeno da dove arrivassero. Eppure non ricordo un solo giorno in cui abbia pensato di aver fatto la scelta sbagliata. Ero stanca. Terribilmente stanca. Avevo sempre i capelli raccolti male, le occhiaie e almeno una maglietta macchiata di latte. Ma ero felice.
Una felicità diversa da quella che avevo conosciuto con Daniel. Quella non dipendeva da qualcun altro. Era lì. Tra le mie braccia. Aveva il profumo più dolce del mondo e quelle minuscole dita che cercavano sempre le mie. A volte la mettevo nel lettino e rimanevo a guardarla dormire. «Come hai fatto a diventare così perfetta?»
Lei, naturalmente, non mi rispondeva. Aveva già capito che sua madre parlava troppo.
Quando Sophie aveva poco più di tre mesi, notai qualcosa che mi fece paura. Era più pallida del solito. Dormiva molto. Mangiava meno. All'inizio pensai fosse soltanto una fase. Poi una mattina la presi in braccio e mi sembrò stranamente debole. La portai dal pediatra. Ricordo ancora quella visita. Il medico le controllò gli occhi, ascoltò il cuore e poi mi fece alcune domande. «Da quanto tempo la vede più stanca?»
«Qualche settimana.»
«Ha avuto febbre?»
«No.»
«Mangia regolarmente?»
«Meno di prima.»
Lui rimase in silenzio. Poi disse: «Vorrei farle degli esami.»
Il modo in cui pronunciò quelle parole mi fece paura. «È qualcosa di grave?»
«Non possiamo saperlo prima degli esami.»
Uscii dallo studio stringendo Sophie al petto. Mi ripetevo che non era niente. Doveva essere niente. Non era così.
Gli esami mostrarono un'anemia molto grave. Il pediatra ci spiegò che non si trattava della comune anemia infantile e che sarebbero serviti ulteriori accertamenti per capire esattamente di quale forma si trattasse. Io ascoltavo. Ma a un certo punto smisi di capire le parole.
Sentivo soltanto: controlli frequenti, terapie, trasfusioni, monitoraggio.
Poi arrivò la frase che ricorderò per tutta la vita. «Potrebbe aver bisogno di trasfusioni periodiche.»
Guardai Sophie. Era nella sua culla. Dormiva. Ignara di tutto. «Quanto spesso?»
Il medico esitò. «Dipenderà da come risponderà alle cure. Potrebbe essere necessario intervenire almeno una volta al mese o anche prima.»
Sentii il pavimento mancarmi sotto i piedi. «Una volta al mese?»
Annuii lentamente. «E il sangue?»
«Il suo gruppo è poco comune. Dovremo essere molto organizzati e richiederlo nei vari centri trasfusionali.»
Uscii da quell'ospedale con un fascicolo sotto il braccio e una paura che non sapevo dove mettere. Avevo diciannove anni. E improvvisamente ogni cosa aveva un prezzo. Le medicine. Le visite. Gli esami. Le trasfusioni. Il lavoro. Il tempo. Tutto.
Quella notte Sophie dormì accanto a me. Io rimasi sveglia a guardarla. Avevo una calcolatrice sul comodino. Avevo iniziato a fare conti. Quanto guadagnavo. Quanto pagavo di affitto. Quanto costavano le cure. Quanto mi sarebbe rimasto. La risposta era sempre la stessa. Non abbastanza.
Mi coprii il viso con le mani. Poi sentii un piccolo rumore. Sophie si mosse. Mi avvicinai immediatamente. «Ci sono.» Le presi quella piccola manina. «La mamma è qui.»
Mi guardò con quegli occhi ancora troppo grandi per il suo viso. E sorrise. Un sorriso piccolo. Appena accennato. Ma sufficiente. Chiusi gli occhi. «Troverò un modo.» Lo dissi piano. «Non so ancora quale. Ma lo troverò.»
Quella notte capii che essere madre significava avere paura continuamente e andare avanti comunque.
Passarono i mesi. Imparai a conoscere orari, ospedali, farmaci e appuntamenti. Imparai a riconoscere dal suo viso quando era stanca. A capire quando aveva bisogno di riposare. A organizzare il lavoro intorno alle visite. A dormire poco. A spendere meno. A rinunciare a tutto quello che poteva aspettare. Sophie no. Lei non poteva aspettare. E così, lentamente, diventammo una squadra. Io e lei. Sempre.
Daniel non esisteva più. Almeno nella mia vita. Non sapevo dove fosse. Non mi interessava. O almeno cercavo di convincermene. E ogni volta che il ricordo di lui provava a tornare, guardavo mia figlia. Bastava quello.
Il tempo passò. Sophie crebbe. E con lei crebbi anch'io. Non ero più la ragazza che si nascondeva nei maglioni. Non ero più quella che aspettava che qualcuno la scegliesse. Ero diventata Hannah. La mamma di Sophie. La donna che aveva imparato a combattere. Anche quando aveva paura. Soprattutto quando aveva paura.
Quattro anni dopo
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