Storia · capitolo 17

CAPITOLO 16

La mia unica ragione di Jessy VIbes

Daniel

La prima volta che Hannah non rispose ai miei messaggi pensai fosse arrabbiata. La seconda pensai che avesse bisogno di spazio. La terza cominciai a preoccuparmi. La quarta andai a cercarla. La trovai finalmente in fondo al corridoio. La vidi appena uscire dall'aula. «Hannah.»

Si fermò per una frazione di secondo. Poi cambiò direzione. Il mio stomaco si strinse. «Hannah, aspetta.» Accelerò. La raggiunsi. «Per favore.»

Si voltò di colpo. E quando la guardai negli occhi capii che qualcosa non andava. Non era semplicemente arrabbiata. C'era dolore. C'era rabbia. E forse c'era anche odio. Non avevo mai visto quello sguardo sul suo viso.

«Lasciami stare.» La sua voce era bassa.

Quasi un sussurro. «Cosa ho fatto?»

Mi guardò. Per un secondo pensai che avrebbe parlato. Che mi avrebbe finalmente detto cosa stava succedendo.

Invece abbassò gli occhi. «Niente.» E se ne andò.

Rimasi immobile. Non capivo. Avevo ripercorso mentalmente gli ultimi giorni almeno cento volte. Non trovavo nulla. La sera prima eravamo stati insieme. Mi aveva sorriso. Mi aveva baciato. Aveva appoggiato la testa sulla mia spalla. Mi aveva detto che mi amava. E adesso non voleva nemmeno guardarmi. La seguii con gli occhi finché scomparve dietro l'angolo. Avrei dovuto lasciarla andare. Invece la seguii.

La raggiunsi davanti ai bagni. «Hannah.» Lei entrò. La porta si chiuse. Accelerai il passo. «Aspetta.» Entrai nel corridoio e mi fermai davanti alla porta. «Hannah, lo so che sei lì.» Nessuna risposta. Appoggiai una mano sulla porta. «Fammi spiegare.» Silenzio. Il cuore mi batteva forte. «Qualunque cosa tu abbia sentito…» Mi fermai. Non sapevo nemmeno cosa stessi cercando di spiegare. «Non è quello che pensi.»

Ancora niente. Chiusi gli occhi. Perché era così difficile? Perché non riuscivo nemmeno a capire cosa avessi fatto?

«Hannah, apri la porta.» Niente. «Ti prego.»

Quella parola mi uscì senza pensarci. Non ero abituato a pregare qualcuno. Non ero abituato a sentirmi impotente. E con lei lo ero. Completamente. «Non so cosa sia successo.» La mia voce si abbassò. «Ma se ho fatto qualcosa... dimmelo.»

Silenzio. Mi passai una mano tra i capelli. «Non posso sistemare qualcosa che non capisco.»

Dall'altra parte della porta non arrivava nulla. Eppure avevo la sensazione che stesse piangendo. Non sapevo perché. Ma lo sentivo. «Hannah...» Mi fermai.

Avrei voluto dirle tante cose. Che mi mancava. Che avevo bisogno di lei. Che qualunque cosa fosse successa, avrei trovato un modo per sistemarla. Ma nessuna di quelle parole sembrava abbastanza. Alla fine feci un passo indietro. Rimasi fermo ancora qualche secondo. Poi mi allontanai. Non sapevo che, dall'altra parte di quella porta, Hannah stava piangendo perché aveva appena scoperto la verità sulla scommessa. Non sapevo che aveva appena scoperto di essere incinta. Non sapevo che quelle due cose, insieme, avevano distrutto tutto. Io sapevo soltanto che la ragazza che amavo non voleva più vedermi. E non riuscivo a capire perché.

Quella sera tornai nello spogliatoio. Josh fu il primo a vedermi. «Che succede, Carter?» Non risposi. Mi sedetti sulla panca e presi il telefono. Nessun messaggio. Nessuna chiamata. Niente.

Josh mi guardò. «Hannah?»

Alzai gli occhi. «Non mi parla.»

Lui rise. «Finalmente hai perso.»

Lo fissai. «Non mi interessa.»

La sua espressione cambiò. «Cosa?»

«Hai sentito cosa ho detto.»

«La scommessa?»

Scossi la testa. «Non me ne importa più un cazzo di questa scommessa.»

Josh rimase in silenzio per qualche secondo. Poi rise di nuovo. «Certo, è solo che odi perdere!»

Mi alzai. «Sul serio amico, basta.»

«Allora perché sei così nervoso?»

Non risposi. Perché non potevo dirgli la verità. Non potevo dirgli che quella scommessa, per me, aveva smesso di esistere da settimane. Forse da molto prima di quanto volessi ammettere. Non potevo dirgli che avevo iniziato a cercare Hannah non perché dovevo vincere. La cercavo perché volevo vederla. Perché mi mancava. Perché quando non c'era, sentivo che mancava qualcosa. E soprattutto non potevo dirgli che avevo paura. Paura che Hannah se ne andasse davvero. Paura che una persona potesse entrare nella mia vita e portarsi via qualcosa che non sapevo nemmeno di avere.

Quella notte rimasi a fissare il telefono per quasi un'ora. Alla fine le scrissi. “Non so cosa sia successo.”

Cancellai. Riscrissi. “Non so perché mi stai evitando.” Inviai.

Aspettai. Niente. Scrissi ancora. “Ma qualunque cosa abbia fatto, dimmelo.”

Nessuna risposta. Guardai lo schermo. Il suo nome era lì. Hannah.

Il mio pollice rimase sospeso sulla tastiera. Poi scrissi: “Mi manchi.” Inviai.

Passarono dieci minuti. Venti. Un'ora. Niente. Alla fine spensi il telefono. Mi sdraiai sul letto e fissai il soffitto. Non riuscivo a dormire. Continuavo a ripensare al suo sguardo. Quello che aveva avuto quando mi aveva detto di lasciarla stare. C'era qualcosa nei suoi occhi che non riuscivo a dimenticare. Sembrava ferita. Ma da cosa? E soprattutto... Da me?

Il giorno dopo andai a cercarla. La biblioteca. Niente. Il dormitorio. Niente. L'aula. Niente. Il telefono era spento. Non rispondeva. Non riuscivo nemmeno a trovarla. Poi, nel pomeriggio, vidi una persona che conoscevo uscire dall'ufficio amministrativo. La salutai. «Hai visto Hannah?»

La ragazza mi guardò stranita. «Sì.»

Il mio cuore accelerò. «Dov'è?»

«Non lo so.»

«Come sarebbe non lo sai?»

Esitò. «Ha lasciato il college.»

Rimasi immobile. «Ha lasciato?» La voce mi uscì spezzata.

«Sì, è andata via proprio oggi.»

Sentii un vuoto aprirsi nello stomaco. «Perché?»

Scosse la testa. «Non ne ho idea.»

Non aspettai altro. Mi precipitai verso l'ufficio amministrativo. Aprii la porta. «Hannah Miller.»

La donna dietro la scrivania alzò lo sguardo. «Mi dispiace, non posso dare informazioni sugli studenti.»

«Non voglio informazioni.» La mia voce si spezzò. «Voglio solo sapere se sta bene.»

La donna mi guardò per qualche secondo. Poi abbassò gli occhi. «Mi dispiace.»

Uscii. Rimasi fermo nel corridoio. Hannah se n'era andata. Senza dirmi niente. Senza salutarmi. Senza permettermi di capire. Mi appoggiai al muro. Chiusi gli occhi. La scommessa era ancora lì. Da qualche parte. Una cosa stupida iniziata mesi prima. Ma ormai non riuscivo più nemmeno a ricordare perché mi fosse sembrata importante. Avevo vinto? Avevo perso? Non lo sapevo. Non mi importava. Volevo soltanto lei. Volevo sapere dove fosse. Volevo sapere perché mi avesse cancellato dalla sua vita. Volevo una possibilità di spiegarmi. Ma Hannah non me l'aveva data. E forse non me l'avrebbe mai data.

Quella sera tornai nella mia stanza. Presi il telefono. Aprii la nostra conversazione. L'ultimo messaggio che le avevo mandato era ancora lì. “Mi manchi.” Nessuna risposta.

Appoggiai il telefono sul letto. Per la prima volta nella mia vita mi sentii completamente impotente. Non potevo risolvere la situazione. Non potevo costringerla a parlarmi. Non potevo obbligarla a tornare. Potevo soltanto aspettare. E sperare. Ma non sapevo ancora che Hannah non stava semplicemente scappando da me. Stava costruendo una vita senza di me.

E mentre io cercavo disperatamente una spiegazione, lei stava affrontando da sola la più grande paura della sua vita. La nostra bambina. Una figlia di cui non avrei saputo nulla.

Altre opere da leggere