Storia · capitolo 16

CAPITOLO 15

La mia unica ragione di Jessy VIbes

Scomparire fu più difficile di quanto avessi immaginato. Daniel mi cercò. Prima con i messaggi. Poi con le telefonate. Poi iniziò ad aspettarmi fuori dalle aule. La prima volta che lo vidi, mi bloccai. Era appoggiato al muro di fronte alla mia aula, con le braccia incrociate e lo sguardo fisso sulla porta.

Appena mi vide, si staccò dal muro. «Hannah.»

Il mio cuore fece male. Non perché fossi felice di vederlo. Ma perché, nonostante tutto, una parte di me lo era. Mi voltai immediatamente e presi l'altra direzione.

«Hannah, aspetta.» Accelerai. «Per favore.»

Continuai a camminare. Entrai nel primo bagno che trovai. Chiusi la porta alle mie spalle e rimasi con la schiena appoggiata al legno. Sentii i suoi passi fermarsi dall'altra parte.

«Hannah, lo so che sei lì.» Chiusi gli occhi. Non risposi. «Fammi spiegare.» Mi portai una mano alla bocca. Non posso. «Qualunque cosa tu abbia sentito…» La sua voce si spezzò. «Non è quello che pensi.»

Strinsi gli occhi. Era esattamente quello che avrei voluto sentire. La parte più stupida di me, quella ancora innamorata, avrebbe voluto aprire quella porta. Avrebbe voluto corrergli incontro. Sentirgli dire che era stato tutto un errore. Che non c'era stata nessuna scommessa. Che mi amava. Che quelle parole erano state dette soltanto per impressionare i suoi amici. Che non ero stata una stupida. Ma io lo avevo sentito. Con le mie orecchie. “Non provo niente per lei.” Quelle parole tornarono nella mia testa. Una volta. Poi un'altra.

Mi accarezzai il ventre. «Non posso.» Lo sussurrai. Non sapevo nemmeno se stessi parlando con lui o con me stessa. Dall'altra parte della porta Daniel rimase in silenzio. Poi sentii i suoi passi allontanarsi. Solo quando fui sicura che se ne fosse andato, uscii. E ogni volta fu così. Cambiavo strada. Entravo nei bagni. Mi fermavo in biblioteca più del necessario. Aspettavo che il corridoio si svuotasse. Facevo di tutto per non incontrarlo. Non volevo ascoltarlo. Soprattutto, non volevo permettergli di convincermi che avevo capito male. Perché avevo paura che ci sarebbe riuscito. Avevo paura che, se mi avesse guardata negli occhi e mi avesse detto che mi amava, io gli avrei creduto. Perché lo amavo ancora. Ed era quella la cosa peggiore.

Passarono alcune settimane. Ogni giorno diventava più difficile evitarlo. La nausea. La stanchezza. La paura. E soprattutto il peso di quella decisione che cresceva dentro di me insieme alla bambina. Ero ancora al college. Gli esami. Le lezioni. I libri. Ma ormai tutto mi sembrava lontano.

Un giorno entrai nell'ufficio amministrativo. Avevo le mani tremanti. La donna dietro la scrivania mi spiegò le procedure con una calma che, in quel momento, mi sembrò quasi crudele. «Sei sicura di voler lasciare?»

Guardai il modulo davanti a me. Il mio nome. Il mio corso di studi. Tutto quello per cui avevo lavorato. Deglutii. «Sì.»

La penna tremò tra le dita. Firmai. Una volta. Poi un'altra. Quando restituii i documenti, sentii un nodo chiudermi la gola. Era finita. Avevo lasciato il college. Avevo lasciato il futuro che avevo immaginato. Ma non avevo lasciato lei. Mi accarezzai istintivamente la pancia. «Tu vieni con me.» Lo dissi piano. «Tu vieni con me.»

Quando uscii dall'edificio, mi fermai per qualche secondo. Guardai il campus. Le scale. Il cortile. La biblioteca. Il posto in cui avevo conosciuto Daniel. Il posto in cui avevo imparato ad amarlo. E anche il posto in cui avevo scoperto che, per lui, ero stata soltanto una scommessa. Una lacrima mi scese sulla guancia. La asciugai. Poi mi voltai. Non mi sarei più guardata indietro. O almeno, questo era quello che continuavo a ripetermi.

Avevo raccolto tutte le mie cose in un cartone e due buste grandi. Stavo lasciando la mia stanza, quando lo vidi. Daniel. Era in fondo al corridoio. Mi stava cercando. Aveva gli occhi stanchi. I capelli spettinati. Sembrava aver dormito poco. Sembrava arrabbiato. Confuso. Ferito. Quando i nostri occhi si incontrarono, per un istante nessuno dei due si mosse. Avrei potuto andare da lui. Avrei potuto dirgli tutto. Sono incinta. Due parole che, forse, avrebbero cambiato ogni cosa. Le avevo sulla punta della lingua. Ma poi ricordai quelle parole, “È solo una scommessa”. Abbassai lo sguardo. Passai oltre. Sentii il suo sguardo sulla schiena fino a quando raggiunsi l'uscita. La mia mano finì istintivamente sulla pancia. Era ancora quasi impossibile da vedere. Ma per me era tutto. «Andiamo.» La mia voce tremò. «Ce ne andiamo.»

I mesi successivi non furono facili. La mia vita cambiò, radicalmente. Trovai un piccolo appartamento. Una stanza, una cucina minuscola e una finestra che dava su una strada rumorosa. Non era la casa che avevo immaginato. Ma era nostra. Cominciai a lavorare di più. Contavo ogni dollaro. Facevo liste. Spese. Affitto. Cibo. Visite mediche. Pannolini. Vestiti.

Ogni volta che pensavo di non farcela, guardavo la fotografia che avevo conservato. Non quella di Daniel. Quella dell'ecografia. La prima immagine di mia figlia. Sì. Avevo iniziato a chiamarla così. Mia figlia.

Non sapevo ancora che sarebbe stata una bambina con certezza, ma dentro di me lo sentivo. A volte parlavo con lei mentre preparavo la cena. «Lo so che non è molto.» Sorridevo guardando il piccolo appartamento. «Ma possiamo farcela.»

Altre volte mi svegliavo nel cuore della notte con una mano sulla pancia. «Non avere paura.» Lo sussurravo. «La mamma è qui.»

E piano piano imparai a vivere senza aspettare il telefono. Senza controllare se Daniel mi avesse cercata. Senza chiedermi se avesse capito. Senza domandarmi se mi amasse davvero. Mi convinsi che il silenzio fosse la scelta giusta. Per me. Per lei. Per tutti.

Poi arrivò il giorno in cui nacque. Sophie. Il dolore arrivò prima dell'alba. Ricordo poco di quelle ore. Le luci dell'ospedale. Le mani che mi stringevano. La paura. Le lacrime. E poi un pianto. Il suo. Il suono più bello che avessi mai sentito.

Quando me la misero tra le braccia, tutto il resto scomparve. Era piccolissima. Aveva pochi capelli biondi. Gli occhi ancora chiusi. Una mano minuscola stretta intorno al mio dito. La guardai e sentii qualcosa spezzarsi dentro di me. Ma questa volta non era dolore. Era amore. Un amore così grande da farmi paura. «Ciao.» La mia voce tremava. «Sono la mamma.»

Lei si mosse appena. Poi aprì gli occhi per un istante. Azzurri. Rimasi senza fiato. «Oh, Dio.» Una risata mi uscì tra le lacrime. «Sei bellissima.»

La strinsi contro il petto. Chiusi gli occhi. Per la prima volta da mesi non ebbi paura del futuro. Avevo lei. quello mi bastava.

Più tardi, quando la stanza diventò silenziosa, rimasi a guardarla dormire. La luce della notte entrava dalla finestra. Le accarezzai piano una guancia. Poi pensai a Daniel. Lui non sapeva. Non sapeva che sua figlia era nata. Non sapeva che aveva gli occhi azzurri. Non sapeva che aveva già stretto il dito della sua mamma con quella manina minuscola. Non sapeva nemmeno che esisteva. Per un istante sentii il dolore tornare. Poi guardai Sophie. E capii qualcosa. Daniel aveva perso la nascita di sua figlia. Io avevo perso un ragazzo. Ma Sophie aveva tutta la vita davanti. E io avrei fatto qualsiasi cosa per renderla felice. Qualsiasi cosa.

Avrei lavorato fino a non sentire più le gambe. Avrei rinunciato a tutto. Avrei affrontato ogni difficoltà. Ma non avrei permesso a nessuno di farle sentire di non essere abbastanza. Soprattutto non avrei permesso a lei di crescere pensando di essere un errore. La baciai sulla fronte. «Tu non sei un errore.» Le lacrime tornarono a scendermi sulle guance. «Sei la cosa più bella che mi sia mai capitata.»

La guardai dormire. E feci un'altra promessa. «Io e te contro il mondo.» Sorrisi appena. «Sempre.»

Quella notte non sapevo ancora quanto sarebbe stato difficile mantenerla. Non sapevo che sarebbero arrivati giorni in cui avrei avuto paura di non essere abbastanza. Non sapevo che avrei dovuto crescere mia figlia senza il padre. E soprattutto non sapevo che, quattro anni dopo, il destino avrebbe avuto la pessima abitudine di rimettere Daniel sulla mia strada. Proprio quando pensavo di aver finalmente imparato a vivere senza di lui. Proprio quando credevo che il passato fosse rimasto esattamente dove lo avevo lasciato. Non avevo idea che Daniel Carter stesse per scoprire che la ragazza che aveva trasformato in una scommessa gli aveva lasciato qualcosa che non avrebbe mai potuto dimenticare. Una figlia.

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