Storia · capitolo 15

CAPITOLO 14

La mia unica ragione di Jessy VIbes

La prima cosa, strana, che notai fu nel caffè. Lo lasciai sul tavolo senza averne bevuto nemmeno metà. Non era mai successo. Il caffè era una delle poche certezze che avevo nelle giornate al college. Lo bevevo anche quando era pessimo, anche quando ero di fretta, anche quando avevo dormito soltanto quattro ore. Quel martedì mattina, invece, il solo odore mi aveva fatto venire la nausea.

«Tutto bene?»

Alzai gli occhi. Daniel era seduto di fronte a me. «Sì.»

Indicò la tazza. «Non lo bevi.»

«Non mi va.»

«Tu non dici mai una cosa del genere.»

Sorrisi. «Forse sto diventando una persona nuova.»

Lui rise. «Questa non voglio perdermela.»

Anch'io risi, ma dentro di me c'era qualcosa di strano. Non era soltanto il caffè. Da qualche giorno mi sentivo stanca. Molto stanca. Avevo sonno continuamente e mi sembrava di non riuscire a concentrarmi durante le lezioni. All'inizio non ci diedi troppo peso. Pensai fosse lo stress. Avevo mangiato male per giorni. Dormito poco. Lezioni, studio, il lavoro part-time, gli esami che si avvicinavano. Il mio corpo poteva semplicemente essere stanco. Poteva succedere. Eppure quella mattina, mentre Daniel parlava, mi accorsi che stavo contando mentalmente i giorni. Mi fermai. Persi il filo del discorso. «Hannah?»

«Scusa.»

«Ti sei incantata?»

«Sto bene. Stavo pensando alla prossima lezione.» Ma non ero più sicura che fosse vero.

Appena finirono le lezioni, corsi nella mia stanza, aprii il calendario sul telefono. Controllai la data. Poi contai i giorni. Una volta. Due. Tre. Rimasi immobile a fissare lo schermo. Il ciclo era in ritardo. Non di uno o due giorni. Di molto. Mi sedetti sul letto. Il cuore cominciò a battermi più forte. «No.» Lo dissi ad alta voce. Come se una parola potesse cambiare il risultato. Mi alzai dal letto e presi la borsa. Quello stesso pomeriggio comprai un test di gravidanza.

Lo feci nel bagno di un piccolo locale vicino al campus, lontano da occhi indiscreti. Chiusi la porta. Appoggiai la borsa sul lavandino. Le mani mi tremavano. Poi arrivò l'attesa. Un minuto. Due. Tre. Mi sembrarono un'eternità. Quando finalmente trovai il coraggio di guardare, sentii il respiro bloccarsi in gola. Due linee. Due. Mi appoggiai al lavandino. Per qualche secondo non riuscii a muovermi. Una parte di me continuava a ripetere che poteva esserci un errore. Presi il foglietto. Lo lessi ancora. Due linee. Positivo. Ero incinta.

Quella parola mi attraversò la mente lentamente. Incinta. Avevo diciotto anni. Stavo studiando. Avevo un lavoro part-time che mi permetteva appena di pagarmi qualche spesa. Non avevo una casa. Non avevo risparmi. Non avevo la minima idea di cosa significasse crescere un bambino. Avrei dovuto essere terrorizzata. E lo ero.

Ma sotto quella paura c'era qualcos'altro. Qualcosa che non riuscivo a spiegare. Abbassai lo sguardo verso il mio ventre ancora completamente piatto. Posai una mano sulla pancia. «Ci sei davvero?»

Era assurdo pensare che dentro di me potesse esserci già qualcuno. Qualcuno che non avevo mai incontrato. Qualcuno che aveva bisogno di me senza nemmeno conoscermi. La mia voce tremò. Sentii gli occhi riempirsi di lacrime. Non sapevo se ridere o piangere. Forse entrambe le cose. Mi sedetti sul coperchio del water e rimasi lì per qualche minuto, stringendo il test tra le dita. Un sorriso mi sfuggì tra le lacrime. Forse avevo ancora paura. Ma non ero più sola. C'era qualcuno dentro di me. Qualcuno che, anche se ancora non potevo vederlo, sentivo già appartenere alla mia vita.

Quella sera non chiamai Daniel. Volevo dirglielo di persona. Guardandolo negli occhi. Non al telefono. Non con un messaggio. Volevo vedere la sua faccia quando glielo avrei detto. Volevo sapere se sarebbe rimasto senza parole. Se avrebbe sorriso. Se mi avrebbe abbracciata. Se avrebbe appoggiato una mano sulla mia pancia ancora piatta. Se mi avrebbe detto una sola cosa. Ci sono. Non avevo bisogno di altro. Quella frase mi sarebbe bastata.

Il giorno seguente aspettai la fine degli allenamenti. Sapevo che Daniel sarebbe stato nello spogliatoio. Così, appena terminata l'ultima lezione, attraversai il campus e raggiunsi la palestra. Avevo il cuore in gola. Ogni passo mi faceva aumentare l'ansia. Continuavo a ripetermi che sarebbe andato tutto bene. Che Daniel mi amava. Che me lo aveva detto. Che forse quella sarebbe stata la cosa che avrebbe cambiato tutto. Mi avvicinai al corridoio laterale della palestra. E fu allora che sentii delle voci.

Mi fermai. Riconobbi immediatamente quella di Daniel. Era insieme ai suoi compagni. Non volevo ascoltare. Davvero. Avrei dovuto andarmene. Avrei dovuto aspettare che uscissero. Ma poi sentii il mio nome.

«Quindi è vero che continui ad uscire con Hannah?»

Mi immobilizzai. Daniel rise. Una risata leggera. Sicura. «Sì.»

Il mio cuore fece un piccolo salto. Non capivo. Poi arrivò la domanda successiva. «Ma quanto deve durare ancora questa storia?»

Ci fu una breve pausa. Poi la voce di Daniel. «Ancora poco.» Il sorriso che avevo sulle labbra scomparve. «La scommessa finisce tra qualche settimana, giusto?»

Smisi di respirare. Scommessa. Quella parola mi arrivò addosso senza che riuscissi immediatamente a comprenderla.

Una delle voci rise. «E tu sei ancora convinto di vincere?»

Daniel rispose senza esitazione. «Certo.»

Sentii qualcosa spezzarsi dentro di me. Mi portai lentamente una mano alla bocca. Non poteva essere quello che pensavo. Non Daniel. Non il ragazzo che mi aveva guardata come se fossi importante. Non quello che mi aveva portata al lago. Quello che aveva conservato una fotografia di noi. Quello che mi aveva detto di volermi bene.

La voce di Josh arrivò di nuovo. «Ma sei sicuro che lei non abbia capito niente?»

Daniel rise. «Hannah crede a tutto quello che le dico.» Chiusi gli occhi. Una lacrima mi scivolò lungo la guancia. Poi arrivò la frase che avrebbe cambiato tutto. «E comunque non provo niente per lei.» Una pausa. «È solo una scommessa e non la perderò!»

Quella fu la frase. Non la scommessa. Non le risate. Non il fatto che i suoi amici sapevano tutto. Quella frase. Non provo niente per lei. Sentii il corpo diventare freddo. La mano che avevo appoggiato sulla bocca scese lentamente. Poi, quasi senza rendermene conto, guardai verso il mio ventre. Solo poche ore prima avevo pensato che lì dentro ci fosse qualcosa che avrebbe potuto unirci per sempre. Adesso non sapevo più cosa pensare. Avevo dimenticato persino di essere incinta. Avevo dimenticato tutto. Riuscivo a pensare soltanto a una cosa. Ci ho creduto. A ogni parola. A ogni sguardo. A ogni bacio. Alla farfalla. Al lago. Alle sue mani. Alla fotografia. A quel «Per me lo sei». A quel «Ti amo». Tutto falso.

Feci un passo indietro. Poi un altro. Avevo paura che qualcuno potesse vedermi. Avevo paura che Daniel uscisse da quella stanza e mi trovasse lì. Avevo paura di crollare davanti a lui. Così mi girai. E corsi. Non arrivai nemmeno al dormitorio. Mi fermai dietro l'edificio principale e mi lasciai cadere su una panchina. Le lacrime iniziarono a scendere senza che riuscissi più a fermarle. Mi coprii il viso con entrambe le mani. Volevo urlare. Volevo tornare indietro di qualche minuto. Volevo non aver mai sentito quelle parole. Ma soprattutto volevo smettere di sentire il dolore che avevo nel petto. Aprii la borsa. Il test era ancora lì. Due linee. La cosa più vera che mi fosse mai capitata. E, allo stesso tempo, la cosa che in quel momento mi faceva più paura. Lo presi tra le dita. Lo guardai. Poi guardai il telefono.

Avevo un messaggio. Daniel: Dove sei?

Rimasi a fissare quelle due parole. Avrei potuto rispondere. Avrei potuto chiedergli spiegazioni. Avrei potuto affrontarlo. Ma cosa avrei dovuto chiedergli? Perché hai mentito? Perché mi hai usata? Perché mi hai detto di amarmi? Conoscevo già la risposta. Per lui ero stata una scommessa. Una partita. Un modo per dimostrare qualcosa ai suoi amici. E io avevo perso.

O forse avevo perso ancora prima di cominciare. Aprii la conversazione. Il suo nome rimase sullo schermo per qualche secondo. Poi cancellai il contatto. Bloccai il numero. Bloccai tutto ciò che poteva ricondurmi a lui. Le fotografie. I messaggi. I social. Qualsiasi cosa. Ogni pezzo della mia vita che aveva il suo nome dentro.

Poi appoggiai una mano sul ventre. Questa volta non tremava. «Io e te.» La voce mi uscì spezzata. Inspirai profondamente. «Ci penserò io.»

Non sapevo come avrei fatto. Non sapevo dove sarei andata. Non sapevo come avrei potuto crescere un bambino da sola. Ma sapevo una cosa. Non avrei permesso a Daniel di entrare nella nostra vita. Non dopo quello che avevo scoperto. Non dopo aver capito che, per lui, io ero stata soltanto una scommessa. Mi asciugai le lacrime.

Poi accarezzai ancora una volta il ventre. «Non importa quanto sarà difficile.» Abbassai lo sguardo. «Io non ti lascerò.»

Quella fu la prima promessa che feci a mio figlio. O almeno, quello era ciò che pensavo. Perché ancora non sapevo che sarebbe stata una bambina. Non sapevo che, quella bambina, sarebbe diventata il centro di tutto ciò che ero. La mia unica ragione.

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