Storia · capitolo 14

CAPITOLO 13

La mia unica ragione di Jessy VIbes

Per qualche settimana vissi dentro una bolla. Non una di quelle perfette, dove tutto sembra andare bene. Una bolla fatta di piccoli momenti. Daniel che mi aspettava fuori dall'aula. Le telefonate fino a notte fonda. Le passeggiate. I suoi messaggi. La sua mano nella mia quando nessuno ci vedeva. E soprattutto quella sensazione nuova che continuavo a provare. Essere importante per qualcuno.

Un pomeriggio ero seduta in biblioteca quando Daniel comparve davanti al mio tavolo. «Hai finito?»

Alzai gli occhi dal libro. «Quasi.»

«Quanto ci metti?»

«Dieci minuti.»

«Ne hai cinque.»

Sorrisi. «Perché?»

«Ho organizzato una cosa.»

«Che cosa?»

«Se te lo dico non è una sorpresa.»

Chiusi il libro. «Odio quando fai così.»

«Eppure vieni.»

Aveva ragione. Lo seguii. Guidammo per qualche minuto e arrivammo in una piccola area panoramica fuori città. Il sole stava tramontando. Daniel aveva portato due coperte e del cibo. «Tu sei pazzo.»

«Te l'ho già detto.»

Ci sedemmo sull'erba. Mangiammo ridendo. Parlammo del futuro. Non del nostro. Almeno non direttamente. «Quando finisci il college cosa farai?» gli chiesi.

«Non lo so.»

«Bugiardo.»

«Perché?»

«Tu sai sempre cosa vuoi.»

Mi guardò. «Non sempre.»

«Cosa non sai?»

Daniel rimase in silenzio per qualche secondo. Poi disse: «Se sono abbastanza bravo per arrivare dove voglio.»

Mi sorprese. «Tu?»

«Anch'io ho paura.»

Lo guardai. Non avevo mai sentito Daniel parlare così. «Di cosa?»

«Di fallire.»

Mi avvicinai. «Non fallirai.»

«Come fai a saperlo?»

«Perché non sei uno che si arrende.»

Sorrise. «Tu invece?»

«Io cosa?»

«Di cosa hai paura?»

Guardai il cielo. «Di non essere mai abbastanza.»

Daniel rimase in silenzio. Poi prese la mia mano. «Per me lo sei.»

Quelle parole mi entrarono dentro. Non risposi. Lui intrecciò le dita alle mie. «Promettimi una cosa.»

«Cosa?»

«Non cambiare per piacere agli altri.»

Abbassai gli occhi sulla nostra mano.

«Ci proverò.»

«No.» Mi alzò il mento. «Non provare. Fallo.»

Sorrisi. «Va bene.»

«Promesso?»

«Promesso.»

Daniel mi baciò. E per qualche istante pensai che forse il mondo si fosse finalmente stancato di essere crudele con me.

Il giorno dopo, però, arrivò la realtà. Stavo attraversando il corridoio quando sentii due ragazze parlare alle mie spalle. «Non capisco cosa ci trovi in quella balena.»

«Forse è una scommessa.»

Rallentai. «Secondo me sì.»

Il cuore mi fece male. Mi girai. Le due ragazze smisero immediatamente di parlare. «Che c'è?» chiesi.

«Niente.»

«Stavate parlando di Daniel?»

Una delle due sorrise. «Non essere così paranoica.»

Continuai a camminare. Ma quella parola tornò a tormentarmi. Scommessa. La sentivo già da

settimane. Continuavo però a far finta che non significasse nulla. Perché avevo paura della risposta. E perché, quando ami qualcuno, puoi diventare bravissima a non fare le domande giuste.

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