Storia · capitolo 11

CAPITOLO 10

La mia unica ragione di Jessy VIbes

La settimana successiva successe qualcosa che non mi aspettavo. Daniel mi invitò a una partita. Non alla partita ufficiale. A un'amichevole della squadra. «Voglio che tu venga.»

Lo guardai incredula. «Davvero?»

«Sì.»

«Ci saranno tutti.»

«Lo so.»

Quella risposta mi lasciò perplessa. «E non ti importa?»

Daniel sorrise. «Questa volta no.»

Per tutta la settimana pensai a quella partita. Forse era il momento. Forse aveva davvero deciso di smettere di nascondermi. Forse quella frase che mi aveva detto al corridoio non era stata soltanto una promessa. Il giorno della partita mi preparai con cura. Non volevo sembrare diversa. Ma nemmeno invisibile. Indossai un paio di jeans scuri, un maglione che mi piaceva e la collanina. La farfalla. Quella che ormai non toglievo quasi mai.

Quando arrivai sugli spalti, il cuore mi batteva forte. Daniel mi vide. Per un attimo sorrise. Poi si voltò verso i compagni. Uno di loro disse qualcosa. Risero. Daniel scosse la testa. Io non riuscii a sentire. Mi sedetti. La partita iniziò. Daniel giocò benissimo. Ogni volta che segnava, il pubblico esplodeva. Io battevo le mani più forte degli altri. E per un istante mi sembrò che tutto fosse perfetto. Poi, durante una pausa, alcuni ragazzi della squadra raggiunsero la mia fila. «Tu sei Hannah, vero?»

«Sì.»

«Quella con cui esce Daniel?»

La domanda mi sorprese. Annuii. Uno di loro rise. «Non pensavo che fossi il suo tipo.»

Un altro intervenne. «Nemmeno io.»

Sentii il viso diventare caldo. «Scusate.» Non sapevo cosa dire.

Poi Daniel arrivò. «Che succede?»

Josh gli mise un braccio sulle spalle. «Niente. Stavamo conoscendo la tua... amica.»

Daniel guardò me. Per un secondo sperai. Sperai che dicesse qualcosa. Qualunque cosa. Invece sorrise. «Già. È solo un'amica.»

Il cuore mi cadde nello stomaco. Lo disse senza esitazione. Come se fosse normale. Come se non mi avesse baciata la sera prima. Come se non mi avesse detto che mi voleva nella sua vita. Come se non avessimo trascorso ore insieme. Uno dei ragazzi scoppiò a ridere. «Te l'avevo detto.»

Daniel gli diede una spinta sulla spalla. «Smettila.»

Poi tornò in campo. Io rimasi immobile. Solo un'amica. Mi ripetei quelle parole. Una volta. Due. Tre. La partita continuò. Ma io non vidi più nulla. Aspettai che finisse e uscii prima degli altri. Camminai fino al parcheggio. Daniel mi raggiunse. «Hannah!» Continuai a camminare. «Aspetta.»

Mi girai. «Sono solo un'amica?» Rimase in silenzio. «Io non capisco più niente.»

«Non volevo dirlo in quel modo.»

«E in quale modo volevi dirlo?»

«C'erano i ragazzi.»

«E quindi?»

«Non voglio discussioni.»

Sentii le lacrime salire. «Tu non capisci.»

«Cosa?»

«Che ogni volta che siamo soli mi fai sentire importante. Poi appena qualcuno ci guarda, divento una persona di cui vergognarsi.»

Daniel fece un passo verso di me. «Non mi vergogno di te.»

«Allora dimostralo.»

Silenzio. Non lo fece. E quella fu la prima volta in cui qualcosa dentro di me si spezzò davvero. Non abbastanza da andarmene. Ma abbastanza da lasciare una crepa. Daniel mi abbracciò. Io rimasi rigida.

«Mi dispiace.» Chiusi gli occhi.

Una parte di me voleva scappare. L'altra voleva soltanto essere stretta un po' più forte. Alla fine cedetti. Come sempre. Perché quando ami qualcuno, a volte preferisci credere alle sue mani piuttosto che alle sue parole. E io lo amavo. Fu proprio quella sera che decisi che avrei aspettato. Avrei aspettato che Daniel fosse pronto. Avrei aspettato che smettesse di nascondermi. Avrei aspettato che un giorno mi prendesse per mano davanti a tutti. Non sapevo che lui stava già aspettando un'altra cosa. La fine della scommessa.

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