Storia · capitolo 1

Capitolo 1

Ci vediamo al bar di Alberto Giribaldi

Ci vediamo al bar

Cazzo, sono in ritardo. Di nuovo. La seconda volta questa settimana, e oggi è martedì.

Rocco ha quasi trent'anni. Vive in periferia e da quando ne aveva venti lavora al McDonald's della stazione Termini.

Sveglia alle cinque. Un'ora di viaggio, tre linee della metro, sali e scendi di scale mobili, tornelli che si aprono e si chiudono: clack, incessanti.

Alle otto è dietro al bancone, il cappellino calcato sulla fronte, gli occhi sull'iPad. Gli ordini arrivano con dei bip intermittenti. Lui li smista: patatine a Giusi, panini a Ousmane, bibite al ragazzo nuovo: Kevin, pare che si chiami.

A mezzogiorno lo schermo inizia a lampeggiare: ordini su ordini. Davanti al bancone si forma una calca di gente che attende il vassoio di quello che chiamano pranzo. Rocco entra in trance. Incarta panini, associa i cartocci di patatine, big, small, Coca, Fanta; qualcuno prende anche dell'acqua e l'insalata. Dalla bocca gli esce di continuo un cortese «Buongiorno», il sorriso resta fisso, identico a quello della sua foto da impiegato del mese appesa sopra il bancone.

Otto ore. Poi di nuovo la metro.

Al ritorno i vagoni sono pieni fino alle porte. Rocco non si è mai abituato. Si trova pigiato dentro al vagone, quasi sempre con la faccia schiacciata contro l'ascella di qualche energumeno che ha appena fatto jogging.

Quando riemerge dalla bocca della metro è di nuovo nel suo quartiere.

«Ciao, fra', stasera vieni al bar?» chiede Massimo, come ogni pomeriggio, seduto sul muretto che dà sul parchetto.

«Sono morto, Massi, vado a casa. Per me la giornata è finita.»

L'orologio verde della farmacia segna le quattro meno un quarto.

Quattro piani a piedi. La divisa in lavatrice. La doccia, la spugna ruvida.

Quest'odore di fritto non me lo tolgo di dosso. Prima o poi mollo tutto.

Sul tavolo della cucina, un quaderno pentagrammato: due pagine piene di note scritte a matita.

Cena: un piatto di pasta mangiato da un vassoio sul divano, la tv accesa senza audio.

Alle nove crolla.

E suona la sveglia.

Da qualche giorno la sveglia sembra suonare più tardi. Quando Rocco arriva, gli altri sono già ai loro posti. Nessuno gli dice niente, anzi, ha l'impressione che gli sorridano.

Lui non ha cambiato nulla nella sua routine: lavoro, casa, letto, sveglia.

Ma le notti, quelle sì che sono cambiate.

Sogna di essere da solo sulla banchina, ed è contento. Poi lo spostamento d'aria annuncia il treno e dalle scale inizia a scendere gente. Uomini in giacca, ragazzi in tuta, turisti con gli zaini. Studenti con i libri legati da una cinghia elastica, come non se ne vedono da trent'anni. Donne in divisa bianca, verde, azzurra.Corrono tutti verso di lui. Rocco fa un passo indietro.E il piede non trova più il cemento.Si sente cadere e, mentre è in volo, è accecato dal faro del treno.

Si sveglia sudato, il cuore nelle tempie. Va in bagno, si beve un caffè bagnandoci un biscotto che, immancabilmente, si rammollisce e cade nella tazza.Si veste ed esce.Un attimo dopo è dietro al bancone, con il suo sorriso.

Sono le dieci.

Il giorno dopo sono le undici. Poi mezzogiorno.

Dovrebbero essere le otto. Ma gli ordini sono già quelli del pranzo. L'orologio non è rotto.

Poi le due, le tre. Orari in cui dovrebbe aver staccato da un pezzo. I colleghi lavorano come se niente fosse.

Un pomeriggio si avvicina a Giusi, che è di schiena, intenta a mettere le patatine in un cartoccio.

«Giusi, scusa, ma...»

Lei si volta di scatto, pare sorpresa.

Da lontano, improvvisa, gli giunge un'altra voce.

Ciao, fra', stasera vieni al bar?

E Rocco si dimentica di Giusi.

Il giorno dopo Massimo non è sul muretto. È in mezzo al vialetto e gli si piazza davanti. Ha in mano un giornale piegato.

«Lo sai qual è la risposta, Massi. Io vado a casa, per favore, lasciami passare.»

«No, sei tu che non sai un cazzo. Guarda.»

Lavoratore di McDonald's travolto dalla metropolitana. Rocco Semprini, 29 anni, è caduto sui binari della linea A all'arrivo del treno ed è deceduto sul colpo. Vani i soccorsi.

Sotto il titolo c'è la foto. Il cappellino, il sorriso fisso. Quella appesa sopra il bancone.

Rocco rilegge. Una volta, due, tre. Chiude gli occhi e la testa comincia a girare.

Massimo si rimette in tasca il giornale e con la mano gli dà uno schiaffetto sulla faccia, come per svegliarlo.

«Finalmente stasera puoi venire al bar.»

Altre opere da leggere