Storia · capitolo 4

IV

Dalle parole ai fatti di Franco Porchetti

Fermai la mia Lancia Ardea proprio davanti all’ingresso del ristorante.

«Allora, facciamo così» dissi a Maria. «Adesso tu entri senza di me. Max è già arrivato: ho visto la sua MG Spider rossa parcheggiata. Lo saluti e lo intrattieni finché non arrivo io e gli spiego tutto.»

«Ma…»

«Fidati, andrà tutto bene.»

Mi guardò come se mi fossi trasformato in uno scarafaggio gigante. Poi aprì la portiera e scese.

Scesi a mia volta e raggiunsi rapidamente l’auto di Castellani. Le chiavi erano sul quadro, come da copione — mio. Ci saltai dentro, misi in moto e la parcheggiai in mezzo a un’ampia radura a ridosso del ristorante. Mi assicurai che non ci fosse nessuno nei paraggi e raggiunsi Maria e Max.

Prima che i piccioncini potessero aprire bocca, apostrofai Max così:

«Vecchio mio, sei venuto con la corriera? Che fine ha fatto la tua amata macchina di Paperino? Nel parcheggio non l’ho vista.»

Scattò in piedi.

«Come no? L’ho parcheggiata all’ombra di un albero…»

«L’avrà presa in prestito…»

«Chi?»

«L’albero.»

Mi scansò con una spinta davvero poco elegante e si precipitò fuori.

«Certe volte non ne va dritta una» commentai, rivolgendomi a Maria.

«Di’ la verità, sei contento che gli abbiano rubato la macchina.»

«Non godo mai delle disgrazie altrui.»

«Raccontalo a tua zia, quella sorda.»

«È morta il giorno di Natale dell’anno scorso.»

«Davvero? Poveretta…»

«Si è mangiata un panettone intero e due torroni, innaffiati da una bottiglia magnum di prosecco.»

«Quanti anni aveva?»

«A giugno ne avrebbe compiuti diciannove.»

«Ecco, lo sapevo: mi stai prendendo in giro!»

«Mi ami per questo. Anzi, mi amavi.»

«Che vuoi dire? Che non ti amo più?»

«Più o meno…»

In quel preciso momento Castellani rientrò in sala, sfoggiando tutta la sua sicumera. Nessun segno di lotta con un rapace, nessuna nuvola a oscurare la sua boria serena.

Ero così stupito che faticai un bel po’ a dissimulare il mio turbamento.

«Un buontempone l’ha spostata in mezzo a un prato» ci rassicurò Castellani, sedendosi.

«Meno male» commentò Maria.

«Senza dubbio» le rispose Castellani, «ma il fatto è tremendamente sospetto.»

Avevo la sensazione di essere seduto su una graticola incandescente.

Mi alzai con la scusa di andare a vedere se la mia Ardea fosse ancora al suo posto.

«Lascia stare, amico mio» si affrettò a dire Max. «Chi vuoi che te la rubi, la tua carriola?»

IX

Trovai Ricciutelli e il falconiere nel luogo convenuto: una trattoria a menù fisso, a trenta metri dal ristorante. Si guardavano in cagnesco, addentando dei supplì riscaldati.

«Che è successo?» li aggredii.

«Abbiamo sfiorato la tragedia» mi rispose l’editore, fissando il falconiere.

«Anita non fallisce mai. Non me lo spiego. Ci deve essere qualcosa che mi sfugge.»

«Tutto le sfugge. Ormai è assodato» commentò Ricciutelli.

«Mi volete dire di preciso come è andata?» sbottai.

Cominciarono a gridare all’unisono, l’uno contro l’altro.

«Se non la piantate, do fuoco alla bettola con voi dentro» sibilai.

Il falconiere fu il più pronto:

«Eravamo sopra uno spuntone di roccia. Il signor Ricciutelli ha voluto assistermi a tutti i costi. Appena ho visto arrivare il soggetto nella radura, ho liberato Anita. Lei si è librata nell’aria per qualche secondo, ha compiuto la solita ricognizione circolare e poi si è avventata sul signor Ricciutelli.»

«Cosa?»

«Proprio così. Ma l’ha solo spaventato: non è successo niente di grave.»

«Grazie al cielo. Se avesse provato a rapirlo, avrebbe avuto la peggio.»

«C’è poco da scherzare! È stato terribile. C’è mancato poco che mi venisse un infarto, nonostante avessi appena preso una pillola per la pressione» sbraitò Ricciutelli, paonazzo in volto.

«Ecco perché Anita se l’è presa con lei!» saltò in piedi il falconiere. «Lei si è mosso, ha messo la mano in tasca e ha preso la pillola! Mi ero raccomandato di rimanere immobile!»

«Max Castellani quasi correva. Perché Anita non ha visto il suo di movimento?» replicò indignato Ricciutelli.

Il falconiere non rispose. Il fallimento era incontrovertibile.

«Quindi lei addestra l’aquila soprattutto a non portare fino in fondo l’attacco; al resto provvede l’istinto dell’animale?» intervenni.

«Esatto. Il bersaglio deve essere l’unico essere vivente in movimento.»

«Essere vivente… Max Castellani non è un essere vivente! E le aquile non leggono!»

«Spiegati meglio!» disse Ricciutelli.

«Ma certo! Per l’aquila Max non esiste! Come ho fatto a non pensarci prima…»

Il falconiere appariva confuso ma sollevato.

Ricciutelli, invece, mi rivolse uno dei suoi migliori sguardi assassini e mormorò:

«Mi comprerò una rivoltella.»

Aspettai che il falconiere si congedasse per spiegargli che Max Castellani, essendo il protagonista di una serie, non poteva morire.

«Rinchiudiamolo in manicomio!»

«Non è così facile come sembra. Ormai Castellani si è adattato alla vita reale.»

«Mandiamolo in galera, allora!»

«Dobbiamo agire su un altro piano.»

«Cioè?»

«Ne parliamo domani. Adesso devo andare… Cristo santo: sono le due e mezza!»

Tornai al ristorante per salvare la faccia con Maria, ma i colombi erano volati via.

Un cameriere mi consegnò un biglietto.

Era di Maria:

Ti abbiamo aspettato, ma tu sei il solito codardo. Addio.

Corsi fuori: la MG rossa non c’era più.

Rimasi là ad aspettare che un fulmine, o Anita, mi portasse via per sempre.

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