Storia · capitolo 5 · finale

V

Dalle parole ai fatti di Franco Porchetti

Un serpente enorme sta per mangiarmi. È così lungo che non se ne vede la fine. I suoi denti aguzzi brillano come diamanti… e trillano come un campanello!

Mi svegliai: stavano suonando alla porta.

Era un Ricciutelli disfatto quello che mi trovai davanti.

«Sei venuto a svegliarmi all’alba per piangere sulla mia spalla?»

«È mezzogiorno.»

«Entra.»

Lo feci accomodare in salotto.

Si accasciò sulla poltrona più grande.

«Ieri mi hai detto che dovremmo operare su un altro piano. Che intendevi?»

«Visto che in questa dimensione Max è praticamente immortale, dobbiamo ricondurlo alle sue origini letterarie.»

«Come, se hai detto che non puoi più scrivere di lui?»

«È vero, oggi Max è troppo reale per tornare in un libro, ma se potessi intervenire sul suo passato…»

«Che ne dici di Sangue sul cancello, che ho rifiutato prima che lui arrivasse?»

«Giusto! Sei un genio!»

Corsi a prendere il manoscritto e infilai la prima pagina nel rullo di caucciù. Provai a battere i tasti. Le dita si muovevano facilmente, senza intoppi. Accelerai fino a raggiungere la mia velocità abituale.

«Funziona!» gridai trionfante. «Non posso scrivere nuovi romanzi, ma posso revisionare questo, che non è stato ancora pubblicato. Posso scrivere quello che voglio! Poi basterà che lo legga la tua segretaria.»

«La mia segretaria?»

«La tua segretaria ha visto Max, giusto?»

«Sì, quando è venuto a trovarmi in ufficio.»

«Perfetto!»


Salendo le scale che portavano all’attico di Max Castellani, Ricciutelli si fermò di botto e mi disse:

«Non staremo facendo un’altra coglioneria?»

«Se la tua segretaria è una persona affidabile, questa volta funzionerà.»

«Affidabilissima. A quest’ora avrà già finito di leggerlo.»

Suonai il campanello schifosamente vezzoso. Ci venne ad aprire il verme in persona.

Maria era seduta sul divano, taciturna e imbarazzata.

«Max Castellani» dissi in tono sinistro, «preparati a ricevere la condanna.»

«E che condanna!» rincarò la dose Ricciutelli.

«A cosa devo le vostre drammatiche e oscure dichiarazioni?» declamò il padrone di casa. «Siate più chiari.»

E, accesa una sigaretta con gesto virile, ci sorrise.

«Ciao, Mario» mormorò Maria.

«Taci, fedifraga!» replicai secco.

«Per tornare a noi» intervenne Castellani, «cosa voleva dirmi, amico mio?»

«Ho riscritto Sangue sul cancello.»

«E allora?»

Un’acuta voce femminile sovrastò le nostre:

«Ah, eccoti! Brutto doppiogiochista!»

Era Arancia Sanchez, in carne e ossa!

«Signorina Sanchez…» gorgogliò Castellani, facendo sfoggio di tutto il proprio fascino. «Sono veramente incantato di rivederla.»

«Signorina? Sono la signora Castellani! Ipocrita, infame, traditore! Chi è questa donna?»

Maria si ritirò dignitosamente dietro al divano.

«Signora Castellani?» disse il grande detective, cadendo dalle nuvole.

«Ah, ti sei dimenticato di avere una moglie, brutto porco? Ti insegnerò io a ingannare una povera donna. Ti ridurrò in polpette con le unghie!»

Castellani arretrò.

«Ma, cara…»

«Non crederai di farmela con le moine? Cosa fai qui con questa donna?»

Il seduttore del secolo era finito in un angolo e la signora Castellani gli agitava i pugni sotto il naso.

«Rispondi!»

Max Castellani scomparve.

La signora Arancia Sanchez Castellani scomparve subito dopo.

Maria Sonadori si mise a piangere.

«Non tornerà mai più?» azzardò Ricciutelli.

«D'ora in poi vivrà solo nelle mie pagine. E sarà sposato con una donna gelosissima che lo terrà al guinzaglio» lo rassicurai.

Maria tirò su col naso.

«Un detective sposato?» frignò.

«Maigret ha una moglie, o sbaglio? Sarà un Max diverso.»

«Ho i miei dubbi…»

«Sei ancora gelosa di Arancia?»

«Neanche un po’. Non capirò mai che cosa mi è successo, ma una cosa è certa: Castellani è insopportabile.»

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