Storia · capitolo 2

II

Dalle parole ai fatti di Franco Porchetti

Aldo Ricciutelli era solo al tavolo del bar quando arrivai. La cosa mi rallegrò: Max non c’era.

«Ah, eccoti, finalmente» mi accolse. «Cos’è questo scherzo del cavolo in cui mi hai coinvolto? Non hai il diritto di mettermi alle costole un tipo come Castellani senza avermi prima avvertito che esiste realmente.»

«Non esiste realmente, accidenti a lui. E poi, per metà, è stata un’idea tua.»

«Questa è diffamazione bella e buona!» gracchiò, accalorandosi. «Inoltre, come sarebbe a dire che non è reale?»

«Esiste solo nella mia mente.»

«So bene che esiste nella tua mente. Ma so anche che un’équipe di psichiatri dovrebbe esaminarla al più presto, la tua mente.»

Due o tre risposte dal contenuto piuttosto pesante mi salirono alle labbra, una dietro l’altra, ma le ricacciai indietro. Un editore è sempre un editore. Perciò mi limitai a dire:

«Mi sembra che adesso l’importante sia liberarci di lui.»

«Liberarci di Castellani?» Per poco non rovesciò il bicchiere di vino che stava portandosi alla bocca sul completo nuovo di zecca. Un capo di alta sartoria che fasciava alla perfezione la sua pinguedine.

«E chi ha mai detto che me ne voglio liberare?»

«Perché? Ti piace averlo tra i piedi?»

«Dio me ne guardi» rabbrividì. «Al suo confronto, mio cognato è un angelo.»

«Allora perché non vuoi liberarti di lui?»

«Perché è un’ottima pubblicità. Quale altro scrittore ha un investigatore in carne e ossa? Tutti gli altri sono fittizi; il tuo, invece, è reale.»

«È la proposta più oscena che le mie orecchie abbiano mai captato!»

«Ci farà guadagnare un pozzo di quattrini.»

«Il denaro non è tutto.»

«Nominami una cosa che il denaro non sia… Ssst! Eccolo…»

«Spiacente» disse una voce pigra alle mie spalle. «Non ho potuto sbrigarmi prima: avevo un mare d’impegni. Dovete esservi stancati tremendamente a furia di aspettarmi.»

«Ma si figuri» gli rispose Ricciutelli. «Signor Castellani, prego, si accomodi.»

Mi voltai, per quello che potevo, restando seduto.

Max Castellani, contrariamente all’ultima volta che l’avevo visto, era corredato di monocolo, e il suo sguardo monocolare era tarato in modo da far gelare il sangue.

«Mio caro Watson» proseguì con noncuranza, «felice di rivederla. Smodatamente felice» disse, rivolgendosi a me.

Come a dire: io sono il genio e tu solo il mio biografo.

Era troppo per il mio sistema nervoso centrale. Troppo.

«Lo stesso è per me: sono spudoratamente felice di rivederla, mister Holmes. E mi dica, come va la dipendenza dalla morfina? Sempre schifosamente uguale? A proposito, la sua disfunzione erettile è guarita o è ancora impotente? E, fuor di metafora e su un piano molto generale, perché non va cordialmente a farsi fottere?» replicai con la freddezza di chi sta per uccidere un suo simile.

«Non ci faccia caso» intervenne Ricciutelli. «Ha un carattere bizzarro. Sa come sono gli scrittori…»

«Non faccia caso a lui» lo stoppai. «È microcefalo. Sa come sono gli editori.»

«Senta, amico mio, suppongo che il signor Ricciutelli le abbia illustrato il lato negativo della sua condotta ostinata.»

«Per esempio, vecchio bastardo?» mi informai gentilmente.

«Tutto questo è rovinosamente noioso. Suvvia, signor Ricciutelli, non è il momento di tergiversare.»

«E va bene, Mario, te la sei cercata. Se non metti mano al nuovo romanzo su Castellani, il qui presente signor Max Castellani ci denuncerà per plagio: te e, di conseguenza, la mia casa editrice.»

«Plagio? Ma se sono l’autore più originale dell’ultimo decennio!»

«Ah, davvero? Forse non ricordi che, in tutti i casi descritti nei tuoi romanzi, alludi spesso ai taccuini su cui Castellani scrive gli appunti relativi ai casi che risolve.»

«E con questo?»

«Con questo, li ha con sé!»

«E allora?»

«Allora, qualsiasi giudice gli darebbe ragione.»

«Questo si chiama ricatto!»

«Certo! Hai una settimana.»

«Per fare cosa? Impiccarmi?»

«No, per consegnarmi Sangue sul cancello messo a posto.»

Mi alzai.

«Dove vai?» mi chiese Ricciutelli.

«A casa, a scriverti una lettera. E stavolta la imbucherò. Quanto a lei, Castellani, provi solo una volta a rifarsi vivo e le strapperò la testa dal collo e verserò tutto il sangue sul vestito nuovo di Ricciutelli. Chiaro?» Abbaiai prima di andarmene a passi ampi e nervosi.


A poco a poco mi resi conto che lo scampanellio non veniva dalla mia testa, ma dalla porta. Anche Maria me lo fece notare con un perentorio richiamo dal piano di sopra:

«Tesoro, va’ un po’ a vedere chi è prima che le vibrazioni del campanello facciano crollare il palazzo. Scendo tra un minuto.»

«Sì, cara.»

Ciabattai fino alla porta e l’aprii.

«Oh, là là! Salute!» esclamò come un idiota Max Castellani, entrando.

«A che devo la sgradita visita?»

«Volevo ricordarle che domani spira l’ultimatum di Ricciutelli.»

«E lei con esso, mi auguro.»

«Se non cambia idea…»

«Non voglio più ascoltare una sola parola dalla sua bocca!»

I nostri sguardi si dichiararono guerra. La tensione era palpabile.

La dolce voce di Maria la spezzò.

«Potrei sapere cosa fai lì impalato? E perché non mi presenti il tuo amico?»

«Non è un mio amico» mormorai. «Questo è Max Castellani.»

«Sul serio? È lui? Lo immaginavo diverso.»

Max spezzò in due la sigaretta, gesto pregno di profonda emozione.

«Come credeva che fossi?» le chiese con voce bassa e vibrante.

«Non lo so, diverso…» balbettò Maria.

«Lei mi ricorda Sonia Degrandis, signorina.»

«Lo credo bene. Mario ha pensato a me quando l’ha creata.»

«Ma è una ben misera imitazione, signorina. Incredibilmente misera. Posso sapere il suo nome?»

«Certo, sono Maria Sonadori, la fidanzata di Mario. Piacere di conoscerla.»

A quel punto non distavano più di venti centimetri l’uno dall’altra.

«Alt!» strillai.

Mi era venuto in mente un brano de Il caso della scarpa infangata:

“Max Castellani sprigionava un fascino che attirava irresistibilmente tutte le donne che entravano in contatto con lui.”

E Maria, come avevo avuto modo di constatare più volte, era una donna.

«Esci da questa stanza, Maria.»

«Nemmeno per sogno!»

«Devo discutere con questo signore da uomo a uomo. Ti impongo di lasciare questa stanza.»

«La prego, vada, signorina Sonadori» s’intromise Castellani.

Maria esitò, poi con voce fanciullesca disse:

«E va bene.»

Appena Maria uscì dalla sfera d’influenza dell’irresistibile investigatore creato da me, dissi pacatamente:

«Stasera comincerò una nuova storia di Castellani in cui, durante una sparatoria, rimarrà evirato per sempre. Le piace come idea?»

«Non mi fa né caldo né freddo, poiché non può scrivere un’altra storia di Castellani. Le cose sono cambiate. Ormai sono troppo reale e non mi può più controllare a suo piacimento. E credo che a breve convolerò a giuste nozze con la bella e dolce signorina Sonadori.»

«Davvero? Dunque è questo il suo schema: rubarmi la fidanzata, razza di viscida serpe!»

«Non permetto che si parli in questo tono di un amore onesto e sincero. Amo Maria e lei mi ama» replicò, prima di prendere il cappello.

«E io non permetto che la sua faccia da eunuco mi rovini l’armonia dell’arredamento.»

Indossò il cappello. Gli aprii la porta e lo salutai a modo mio:

«Spero che non faccia tardi all’appuntamento col tram che lo investirà.»

«Non si faccia troppe illusioni. Potrebbe rimanere deluso.»

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