Storia · capitolo 1

I

Dalle parole ai fatti di Franco Porchetti

«Roma, 14 maggio 1959 — cominciai a scrivere — Cari signori, dite che non vi piace il Max Castellani dell’ultima storia. Ecco, a me non piace mai, pensate un po’!

Potete ammanettare le vostre carcasse alla sua e gettarvi tutti insieme dal ponte Flaminio. E mi auguro che prosciughino il Tevere prima che voi saltiate.

D’ora in avanti i miei lavori saranno troppo importanti per essere pubblicati dalla vostra miserabile casa editrice. E verrà il giorno in cui io guarderò a questo periodo della mia carriera come a un incidente di percorso. Mentre voi, senza la mia penna, sparirete dal mercato che conta come una meteora nello spazio…»

Un colpetto sulla spalla destra interruppe la mia vergata.

Mi voltai: uno sconosciuto mi guardava sorridendo.

«Chi diavolo è lei?» lo aggredii. «Che ci fa in casa mia a quest’ora? Vuole derubarmi? Faccia pure, io ho altro da fare, adesso.»

Lo sconosciuto girò intorno alla sedia e mi si parò davanti con fare garbato.

«Mi chiamo Castellani. Max Castellani.»

Le fondamenta del mio cervello scricchiolarono.

«Che strana coincidenza!» Mi aggrappai all’ultimo appiglio razionale. «Come il mio investigatore…»

«Davvero? È straordinariamente curioso. Temo proprio di essere il suo personaggio letterario, amico mio, ma non basiamo su questo il nostro rapporto.»

Ciò detto, si mise a sedere ed estrasse dalla tasca della giacca una sigaretta francese senza filtro; prima di accenderla, la batté più volte sul vetro dell’orologio da polso, con un gesto caratteristico del personaggio inventato da me!

Valutavo febbrilmente ogni alternativa possibile, dall’allucinazione all’incubo. Ma le andavo scartando una a una. Poi mi dissi: se uno scrittore non sa come trattare l’impossibile, non può definirsi tale.

«Ho qui un volume del mio ultimo romanzo» dissi con calma. «Le spiace trovare una pagina in cui è in scena e tornarci dentro? Ho molto da fare, e Dio solo sa se ne ho piene le tasche di lei, già nelle porcherie che scrivo.»

«Ma io sono venuto qui per un motivo preciso…»

«Ehi! Sa che mi sta scocciando? Non ho l’abitudine di fare conversazione con i miei personaggi. Anzi, di norma, li trovo antipatici. E sarebbe ora che qualcuno dei suoi cari le rivelasse che lei non esiste!»

«Mio caro amico, io sono sempre esistito. L’esistenza è una cosa talmente soggettiva! Quello che una mente pensa che esista, esiste davvero. Per esempio, io esistevo nella sua mente fin dal primo momento in cui ha pensato a me.»

«Ma io vorrei sapere che cosa ci fa fuori dalla mia mente.»

«Ho acquisito un’esistenza più concreta solo questo pomeriggio. Ricorda quella esile donnina del circolo…»

«Quale circolo?»

«Quello dove ha tenuto una conferenza poche ore fa. Quella dama, dicevo, crede nella mia esistenza, e quindi io esisto.»

Una scena confusa fece capolino nella mia memoria: una vecchietta infervorata che adora Max Castellani e mi supplica di farlo convolare a nozze… e che, prima di trotterellare via, mi dice che per lei Max Castellani esiste veramente.

«Logica irrefutabile» ammisi, «ma resta il fatto che la risposta a qualsiasi sua richiesta è no!»

«Si rende conto che, se smette di scrivere di me, la mia esistenza diventerà monotona, spettrale, come quella di tutti gli investigatori da romanzo ormai morti e sepolti? Dovrò fluttuare nelle grigie nebbie del limbo in compagnia di Holmes, Poirot e Marlowe.»

«Affascinante compagnia. Destino meritato.»

I suoi occhi divennero di ghiaccio. Mi venne in mente un paragrafo de Il caso dell’albergo abbandonato:

“I suoi occhi solitamente vaghi e distratti si raggelarono in due pozze di ghiaccio e trafissero il cuoco, che arretrò barcollando, con un grido soffocato sulle labbra fatte livide.”

Arretrai, proprio come lo chef, barcollando con un grido soffocato sulle labbra fatte esangui.

Era evidente che Castellani non perdeva nessuna delle caratteristiche di cui lo avevo dotato nei miei romanzi.

«Sarà meglio per lei che i libri di Max Castellani continuino» disse in tono minaccioso. «Inoltre, è ora che la storia con Sonia Degrandis si concretizzi: o la sposo o diventa la mia amante. Chiaro?»

Protese più che mai la mascella e se ne andò senza lasciarmi il tempo di replicare.


Per la seconda volta suonai il campanello col gomito. Ricordavo bene, malgrado la stravagante serata, che Maria aveva detto che alle otto sarebbe stata in casa.

Lo spioncino si aprì.

«Salve.»

«Salve!»

Silenzio.

«Piove, qui fuori. Posso entrare?»

«Non so. Siamo ancora fidanzati, signor Salvadori?»

«Se non lo siamo, allora ho rifiutato senza motivo un centinaio di ragazze bellissime.»

«Ieri hai detto…»

«Ieri ero fuori di me. Lo sai bene, visto che mi hai dato appuntamento per oggi.»

Esibii il mazzo di rose davanti allo spioncino.

Lei aprì.

«Rose. Come sono volgari. Entra, tesoro… Ehi! Cos’è quello che hai sotto il braccio? Non sembra Sangue sul cancello.»

«No. È qualcosa di molto diverso.»

Il suo tono si fece gelido.

«Non sarà mica il tuo prezioso romanzo sulla cittadina mineraria?»

«Proprio quello. Vorrei che lo leggessi.»

«Prima parliamo di Sangue sul cancello.»

«Non scriverò più una virgola su Max Castellani.»

«Ma è lui che ti rimpingua il conto corrente ogni mese, tesoro.»

«Continuerà a farlo anche se smetto di scriverne.»

«Ne sei così sicuro? Un personaggio come Max, se non lo aggiorni continuamente, può passare di moda. Per esempio, il lato sentimentale è diventato insopportabile. Il pubblico è stufo di quella smorfiosa di Sonia Degrandis.»

«Ma Sonia sei tu, cara.»

«Mario Salvadori, non sono disposta ad ascoltare i tuoi insulti. Oggi il mercato vuole azione e sesso. Tu sei rimasto a dieci anni fa.»

«Ma Max è fatto così.»

«E tu cambialo. Hai creato Arancia Sanchez: messicana, passionale, innamorata di lui. E tu cosa fai? Prima Max la tratta da perfetto gentiluomo e poi la fai arrestare.»

«Potrei farla rilasciare…»

Strinse gli adorabili denti e i meravigliosi pugni.

«Devi far innamorare Max di Arancia. Devono vivere una storia per tutto il romanzo. Quanto a Sonia, chiudila in convento.»

«Max ama Sonia. Della Sanchez non gli importa nulla.»

«E questo chi te l’ha detto?»

«Lui.»

«Chi?»

«Max Castellani.»

«Il tuo personaggio?»

«Esatto.»

Maria inspirò profondamente.

«Ricominciamo. Il detective dei tuoi romanzi ti avrebbe detto personalmente di essere innamorato di Sonia?»

«Sì.»

Per la prima volta da quando la conoscevo, rimase senza parole.

«Mi ha spiegato che i personaggi esistono nella mente di chi li crea. Ma quando abbastanza persone credono in loro, acquistano un’esistenza propria.»

Le tremarono le labbra.

«Oh, Mario… La mamma non mi permetterà mai di sposarti se ti rinchiudono in manicomio.»

«Credimi. È venuto davvero a dirmi come dovrei scrivere le sue storie.»

«Ho sempre sospettato che fossi pazzo. Non immaginavo che lo fossi davvero.»

«Lasciamo perdere…»

Mi guardò da sopra il fazzoletto.

«Come fai a essere sicuro che fosse proprio lui?»

«Appena ha battuto la Gauloise sull’orologio, parlato con l’erre moscia e farcito ogni frase di irritanti avverbi di modo, ho capito che il peggio era arrivato.»

Squillò il telefono.

Maria balzò in piedi.

«Rispondo io. Potrebbe essere il manicomio.»

Sollevò la cornetta.

«Pronto?… Oh, signor Ricciutelli…» Sospirò di sollievo, poi coprì il microfono. «Potrebbe essere una trappola…»

Riprese a parlare.

«No, non è qui… Sì, credo che lo vedrò… Domani a mezzogiorno da Rosati… Glielo dirò… Con chi?»

Riappese lentamente.

«Domani sei invitato a colazione dal tuo editore…» mormorò. «Ci sarà anche Max Castellani.»

«Ecco! Ora ci credi?»

«No, disgraziato. Adesso ci ricovereranno tutti e tre.»

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