Storia · capitolo 9

Aprile 1999

RIFLESSI D'UMANA FRALEZZA di Alessandro Carrozzo

Da circa un anno Gianni si stava tenendo abbastanza alla larga dalla sua eterna sfida con l’alcol. Per aiutarsi, aveva decisamente intensificato la sua ricerca di distrazioni; trekking in montagna, immersioni subacquee, viaggi nei posti più sperduti del mondo.

Quel pomeriggio si era imbattuto per caso in un annuncio promozionale di un fantomatico percorso di approfondimento delle relazioni con sé stessi e con il resto dell’umanità. Incuriosito da quel buffo argomento, decise di prenotarsi per il primo incontro conoscitivo che si sarebbe tenuto la sera stessa.

Ora si trovava in una grande stanza senza nessun elemento di arredo con una decina di sconosciuti riuniti in cerchio. Al centro del cerchio una ragazza minuta che, dopo aver introdotto il corso, si apprestava a spiegare come si sarebbe svolto questo primo incontro.

“Proveremo a sperimentare il contatto umano, privandoci del senso che più condiziona le nostre scelte in fatto di empatia verso il prossimo, la vista. Spegneremo le luci e vagheremo per questa enorme stanza cercando contatti umani. Cercheremo di sviluppare relazioni utilizzando solo il tatto. Non parlatevi, non dite nulla, semplicemente esplorate con il tatto le persone che incrociate nel vostro girovagare in questo ambiente”.

Ad alcune persone scappò un sorriso divertito, altre avevano decisamente un’espressione tesa. Fatto sta che dopo qualche secondo le luci si spensero e tutti si ritrovarono nel buio più totale.

Gianni si ritrovava ora alle prese con uno strano senso di smarrimento che raramente aveva provato nella sua vita. E stava sperimentando una sorta di dialogo interiore con sé stesso a cui non era di certo abituato.

Le mani iniziano a muoversi nell’oscurità; in un primo momento quasi solo a proteggermi; poi pian piano quel movimento si trasforma in ricerca di qualcosa. Tatto, udito, olfatto, sto esplorando quel buio.

Poi d’improvviso percepisco un calore umano, e una frazione di secondo dopo la mia mano sfiora un corpo. Credo sia una spalla ma non posso esserne certo. Esploro ancora e percepisco che quel corpo sta cercando nel buio esattamente come me. La mia mano incontra una mano nel buio.

Quella mano ha un’energia che mi spiazza, è timida ma è allo stesso tempo curiosa di emozioni. Percepisco imbarazzo ma non posso lasciar andare quella mano. La stringo, la sento con tutto me stesso.

La tiro a me. Ora quel calore è assolutamente percepibile ed è accompagnato da un odore che non lascia scampo all’indifferenza. Non è nessuna essenza artificiale, è l’odore della sua pelle. Quell’odore è un tutt’uno con il tocco della sua mano, riesce a entrare dentro di me come non avrei mai immaginato, mi squarcia, si impossessa dei miei sensi.

Qualcuno vagando nel buio urta il mio braccio, perdo il contatto, non trovo più quella mano, non sento più quell’odore.

Si riaccendono le luci. Faccio fatica a mettere a fuoco. Vedo persone intorno a me; non so chi sia la persona che un attimo prima stavo tenendo per mano.

Quasi non riesco a guardare intorno a me. L’unica sensazione che mi pervade è che quella mano e quell’odore resteranno per sempre impressi nella mia anima.

Siamo di nuovo al buio. Dentro di me c’è solo una voce che chiede “Dov’è? Dov’è quella mano? Dov’è quell’odore?

Questa volta basta un solo passo nel buio e quell’odore mi colpisce come uno schiaffo. Percepisco di nuovo quel calore e un momento dopo ecco quel contatto. Questa volta le mani si sono trovate a mezz’aria senza bisogno di cercarsi. Sento che un altro senso sta ferocemente reclamando la sua parte. Il gusto.

Staccarsi da quella mano è come cadere nel vuoto. E il vuoto porta il colore accecante della luce.

Questa volta cerco intorno a me; incrocio quegli occhi. C’è una luce in quegli occhi che non ha nulla a che fare con quella che ora illumina la stanza. È come una finestra da cui esce radiosa una luce calda e accogliente. Voglio affacciarmi a quella finestra.

Non c’è nulla di logico in tutto questo. Il corso è finito e ci siamo ritrovati io e lei fuori da quel palazzo. Questa strada illuminata dai lampioni quasi non esiste, sto guardando dentro quella finestra, non mi occorre altro, non sento il bisogno di nulla che non sia appagare i miei occhi guardando la luce che brilla nei suoi, sto perdendo l’equilibrio. Basterebbe piantare bene i piedi a terra, ma non ci riesco, non voglio.

L’ultimo senso si è arreso a quel destino già scritto, ora sento quelle labbra.

Ora sono da solo in quella strada illuminata dai lampioni. Federica è appena salita su un taxi per tornare a casa, ma non c’è senso di solitudine in me. I miei sensi sono totalmente pervasi da quello che hanno appena provato. Quella sensazione è talmente intensa che mi sto chiedendo se prima di quell’incontro quasi onirico avessi mai realmente capito cosa fosse un contatto o cosa fosse un odore.

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