Febbraio 1996
Gianni stava accompagnando il suo migliore amico Andrea a ritirare la sua nuova auto. Buffo, ma per tutto il tragitto Gianni non fece altro che ripercorrere tutti quei pezzi della sua esistenza che aveva passato con lui. A partire dal giorno in cui per la prima volta le loro strade si incrociarono. Ne erano passati di anni.
Primo giorno di scuola, secondo anno di un Istituto Tecnico Industriale Statale (o come era uso abbreviarlo all’epoca ITIS) di periferia. Un corpulento ragazzotto aveva puntato suo fratello Francesco durante l’intervallo di una lezione di italiano. Gli stava dicendo che se voleva viversi tranquillamente quel secondo anno di scuola superiore, avrebbe dovuto “devolvere” a lui e al suo amico Andrea, gli unici due ripetenti della classe, la sua paghetta settimanale.
Come al solito non ci pensò due volte. Iniziò a camminare verso quel grassoccio idiota, afferrò un ramo di un albero che si trovava lungo il suo cammino e, quando si trovò a pochi centimetri dalla sua nuca sudaticcia, glielo ruppe in testa. Poi si girò verso Andrea e disse: “riferisci al tuo amico, quando si sveglierà, che questa è la paghetta che prenderete da me ogni settimana che ci divide dalla fine dell’anno”.
Gianni rimase spiazzato dalla risata di Andrea. Lui era decisamente diverso da quella specie di putto che stava cercando di riprendere i sensi e capire cosa gli fosse successo. Andrea, era un ragazzo atletico, alto e bello come il sole. Ma aveva anche quell’espressione di chi non si era mai piegato di fronte a nessuno nella vita. Si annusarono e si riconobbero. Due cani randagi e pericolosi che da quel momento decisero di fare branco.
Fu con lui la prima sigaretta, il primo spinello, il primo tiro di cocaina, la prima rissa allo stadio e decine di altre follie da Codice penale. Per anni avevano ingaggiato una sorta di sfida a chi dei due avrebbe combinato qualcosa di più stupido ed eclatante.
Quella mattina di febbraio Gianni aveva deciso che era arrivato il momento di chiudere quella infinita sfida con un gesto che avrebbe lasciato Andrea a bocca aperta.
Scesi da uno di quegli autobus frequentati prevalentemente da persone che sembravano non lavarsi da un decennio per la pungente puzza di sudore che emanavano, entrarono nel parco del concessionario. Andrea era al settimo cielo. Dopo anni dal lato opposto della barricata, era riuscito a entrare in Polizia e, finalmente, quella sua modesta paga gli avrebbe permesso comunque di acquistare un’auto usata ma dignitosa.
Andrea guidò per una decina di minuti emozionato come un bambino poi una voce dal sedile del passeggero lo distolse dal suo idillio: “me la faresti provare?”. Andrea accostò al primo slargo e si scambiò di posto col suo amico.
Gianni iniziò a guidare con estrema prudenza fino a imboccare Via Palmiro Togliatti. Ora davanti a lui c’era un bel rettilineo e alle 11 del mattino non era poi così trafficato. Iniziò ad accelerare sempre di più, sentiva il tempo come dilatarsi mentre la strada sembrava diventare ogni istante sempre più sottile. Di fronte a lui un incrocio che conosceva come le sue tasche. Due corsie per senso di marcia più due corsie per il passaggio dei vecchi tram romani. Quando vide il semaforo rosso pensò che il destino fosse dalla sua parte perché gli avrebbe permesso di rendere epico il finale di quella eterna sfida con il suo amico. Spinse a fondo il pedale e chiuse gli occhi. Non poteva sapere se le urla ovattate del suo amico sarebbero stati gli ultimi suoni che avrebbe mai udito ma non poteva più fermarsi. Il sobbalzo dell’auto sui binari era il segnale che metà del suo folle piano era andato a buon fine. Aprì gli occhi ed era già al di là dell’incrocio quando iniziò a frenare.
Gianni girò la testa per trovare lo sguardo del suo amico e rimase spiazzato ancora una volta da quella risata. Lui era decisamente diverso da quella specie di putto che anni prima stava cercando di riprendere i sensi e capire cosa gli fosse successo.
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