Storia · capitolo 1

Capitolo 1

Rosso camelia di Tiziana Iannantuoni

Rosso camelia

Chiuse il portone dietro di sé, guardò l’orologio, alzò per un attimo gli occhi al cielo come per orientarsi e si fermò. Doveva decidere quale strada prendere, aveva ancora tante cose da fare.

Erano tredici anni che ogni giovedì varcava la soglia di quel pesante portone di legno in un palazzotto d’epoca, in pieno centro, al quarto piano c’era lo studio del suo analista.

Gliene aveva parlato un suo stretto collaboratore, ci andava già da qualche anno. Gli aveva confidato dei suoi periodi difficili da controllare, dell’ansia, della gestione delle relazioni.

Anche lui, in apparenza uomo forte, riconosceva delle fragilità interiori che creavano spaccature sempre più larghe. Così, aveva deciso di sperimentare il parlare riflessivo, affidandosi a un professionista dell’ascolto. Gli avrebbe fatto bene, prendersi un tempo per soffermarsi sulla sua persona, senza rendersene conto erano passati anni.

Era un dirigente di una multinazionale da lunghissimo tempo. Aveva faticato per la scalata ai vertici dell’azienda, a questa impresa aveva dedicato la vita intera.

Era un bell’uomo, di cinquantasette anni, un fisico asciutto, capelli brizzolati con un taglio pulito che gli metteva in risalto il viso, occhi scuri, profondi. Non dimostrava gli anni che aveva, era un uomo di grande classe, adorava le scarpe e gli orologi, si distingueva.

Il suo passo era deciso, sapeva dove voleva andare.

Svolgeva la professione in un ufficio della grande azienda con sede nella capitale. Si spostava per riunioni, incontri e viaggiava per il mondo quando i contatti richiedevano la sua presenza.

Ora, chiudendo quel portone dietro alle spalle, doveva fare una scelta. Il suo analista gli aveva chiesto di concedersi una pausa vera dal lavoro, anche di pochi giorni. Avrebbe dovuto spegnere il cellulare aziendale, interrompere le comunicazioni che lo legavano al mondo lavorativo, doveva chiudere.

Non se lo ricordava quando aveva vissuto l’ultima vacanza. Sì, viaggi belli c’erano stati, ma non aveva mai abbandonato i suoi impegni: vacanze fittizie.

La richiesta dell’analista era un’altra cosa.

Doveva riflettere, avvertiva di non avere le capacità necessarie. La sua vita era un corpo unico con il lavoro che aveva oltrepassato i limiti privati. Non era riuscito a trovare spazio per affetti stabili, non aveva una famiglia sua. Aveva perso i genitori da un po’, prima la madre ancora giovane e poi il papà, il fratello viveva a Milano, si vedevano poco, avevano seguito strade diverse.

Era, in definitiva, un uomo solo.

Donne saltuarie erano entrate e uscite dal suo appartamento senza sostare. C’era stato qualche tentativo maldestro, ma l’amore aveva bisogno di cure, di attenzioni dedicate. Non aveva funzionato, la sua vita era il lavoro.

Il tempo di chiusura del portone, con uno scatto possente e l’uomo notò, proprio di fronte, un’agenzia di viaggi con la porta aperta, sembrava un invito. Il pensiero era ancora titubante ma la fermezza del suo analista gli rimbombava nella testa. Attraversò la strada e entrò.

Chiese un viaggio slow, non voleva prendere l’aereo, che era il suo mezzo usuale di trasporto, voleva sperimentare il treno in un luogo quieto. Mentre esponeva la sua idea, notò un’immagine su un catalogo: l’isola Bella del Lago Maggiore. Aveva girato il mondo ma su questa piccola isola non c’era mai stato.

Continuava a seguire indicazioni silenziose, il lago suscitava una specie di richiamo. L’agente di viaggio, una bellissima donna dalla voce fluttuante, gli spiegò che si poteva vivere il lago sia dal versante italiano sia dal versante svizzero: un treno panoramico con partenza da Domodossola, attraversando cento valli, raggiungeva Locarno, una splendida cittadina. Inoltre, si poteva fare una traversata di tutto il lago della durata di tre ore: da Locarno si ritornava a Stresa, con soste nei paesi lungo le sponde e sulle isole sparse.

Tre ore di lago gli apparivano come un’enormità di tempo, sospeso sull’acqua.

Mentre ascoltava la proposta di viaggio organizzato, ripensava alle parole del suo analista, al fatto di doversi lasciare andare a un tempo non cadenzato in ogni particolare, ma un tempo con la bellezza dell’inaspettato.

Non era pronto.

In questo stato di stordimento in cui si vedeva in bilico, come un funambolo sulle parole del suo medico e le parole della donna che aveva di fronte, molto convincente, si perdeva in un commento: «Sì, va bene, mi fido di lei, partenza domani, prima che cambi idea».

La donna, con il viso chino, senza fare domande, mosse le dita sulla tastiera del computer per le prenotazioni, aveva capito che non doveva lasciare spazi liberi. Consegnò il pacchetto nelle mani dell’insolito cliente, lo sfiorò con un tocco delicato, augurando un buon viaggio: «In questa stagione, d’inizio primavera, scoprirà paesaggi incantevoli! Torni a trovarmi, arrivederci».

L’uomo uscì dall’agenzia e guardò di fronte, il portone da cui era uscito poc’anzi.

Aveva la cartellina fra le mani e una strana sensazione sulle dita. Era proprio lui che aveva prenotato un viaggio senza un motivo specifico, senza controllare la sua agenda, da un giorno all’altro.

Un ripensamento, un’occhiata ancora al portone, varcato ogni giovedì degli ultimi tredici anni, uno sguardo indietro alla donna che rispondeva con un sorriso d’assenso e il passo proseguì verso l’automobile, parcheggiata nel garage che aveva prenotato per ogni seduta.

L’addetto del garage, riconsegnando le chiavi dell’automobile, salutava col sorriso: «Arrivederci dottore, a giovedì prossimo».

Il dottore quasi sorpreso da se stesso, rispondeva: «Roberto, giovedì non ci vedremo. Arrivederci».

Quel giovedì segnava una svolta.

Rientrò a casa, senza pensare agli impegni tralasciati della fine giornata.

Viveva in un bellissimo appartamento ultramoderno. Entrando in casa, ripeteva i gesti consueti: si toglieva il soprabito appendendolo nell’armadio a muro, poggiava la borsa di pelle raffinata in un ripiano specifico, si toglieva le scarpe sistemandole nella scarpiera che in realtà era una stanza, con le scarpe allineate su piani, lucidissime.

Non c’era nessuno ad aspettarlo: poggiò la cartellina dell’agenzia sul tavolino, in bella vista e si versò da bere. Rimaneva fermo a guardare, fuori dalla grande vetrata del terrazzo, le luci del tramonto.

Doveva fare due cose: preparare un bagaglio con l’essenziale e mandare una comunicazione in azienda.

Aveva preferito poche parole secche senza ammissibilità di spiegazioni: «Per i prossimi giorni non ci sono per nessuno».

Aveva dato l’invio e spento telefono e computer.

Silenzio.

Ancora una perplessità, ma una specie di voce interiore lo spingeva a proseguire per il percorso attivato.

Si sentì quasi più leggero, vuoto. Una sensazione difficile da spiegare tra l’incoscienza e l’essenza di una libertà che non conosceva.

Si era ordinato una cena ed era rimasto a lungo seduto sul divano. Fuori, le luci della notte cominciavano a farsi avanti.

Il sonno quella sera era arrivato da solo, senza troppe ricerche. La mattina aprì gli occhi, pensando che fosse tutto un sogno: l’attraversamento della strada davanti al palazzo del suo analista, la porta aperta dell’agenzia di viaggio, il pacchetto organizzato, l’immagine del lago. Invece, il trolley pronto nella stanza da letto, proprio davanti a lui, lo conduceva in una realtà nuova.

Non si era fatto altre domande, apriva il programma di viaggio e per una volta seguì le istruzioni previste da altri.

Si era ritrovato in treno come un passeggero comune, ma non lo era. In realtà non sapeva la sua vera destinazione.

Per quel viaggio aveva scelto l’orologio cui teneva di più.

Arrivò a Stresa.

Dalla stazione si avviò a piedi al suo hotel, l’addetta dell’agenzia gli aveva spiegato che in questo viaggio poteva dimenticare l’auto per privilegiare gli spostamenti su binari e su battelli.

Uscito dalla stazione avvertì un’aria frizzante di primavera con un cielo azzurro che, svoltando l’angolo, nella strada in discesa, si confondeva con l’azzurro del lago.

Si fermò, respirò a pieni polmoni.

Più si avvicinava e più era pervaso da una quiete che si impossessava di quel corpo in cui il lavoro si era sparso a piacimento.

Il paesaggio sollecitava la vista di uno sguardo avido.

Arrivato sul lungo lago si fermò, raggi di sole riflettevano sull’acqua, illuminavano l’isola Bella, ricadendo a profusione su quello che c’era intorno: giardini, locali, alberghi, imbarcazioni, uomini, donne, bambini che giocavano, cani che scodinzolavano.

Una panchina lo accoglieva, appariva senza forze, permeato da tale incanto.

Si abbandonò seduto col bagaglio a seguito. Destato da un sonno vigile, si accorse che il suo viaggio era iniziato.

Raggiungeva l’hotel, poco distante con un giardino invaso dai colori dei tulipani in fiore.

Era prenotata la camera migliore: affaccio sul lago con terrazzo a cielo aperto.

Era stordito, l’isola che aveva davanti pareva un abbaglio, si proponeva di raggiungerla.

Aveva noleggiato un’imbarcazione con conducente per essere accompagnato e per scegliere i tempi di sosta tra un’isola e l’altra.

Il sole di primavera entrava ovunque trovasse uno spazio. I giardini dei Palazzi Borromeo erano un tripudio di profumi. I dipinti, gli arredi delle sale interne di quelle ville catapultavano in tempi passati ricchi di storia e bellezza senza pari. Il dirigente s’inoltrava negli splendori messi in bella vista.

Poi, c’era il lago silenzioso, quasi fermo, mosso solo dai mezzi a motore solcanti.

Anche lui, ora, era fermo con il suo tempo pacato.

Sorrideva alla vista dei pappagalli esotici, dinanzi all’eleganza dei pavoni bianchi che mostravano la coda come uno strascico di pizzo prezioso di un abito da sposa.

Tutto era bellezza, una bellezza che aveva dimenticato tra i numeri dell’azienda che dirigeva.

Si abbandonò a queste sensazioni nuove, cullato dal dondolio dell’acqua.

Camminò lungo i viali del lago con un’andatura rilassata, che non perseguiva una meta precisa ma il piacere di fare un passo dietro l’altro.

Un profumo intenso gli inondò le narici dovunque, sia sulla terraferma sia sulle isole: il profumo delle camelie. Non ne aveva mai viste così tante, di colori e di forme diverse, erano cespugli e veri e propri alberi ramificati, intagliati dagli abili giardinieri, come abiti di donne flessuose.

Spesso si fermava a raccogliere i petali caduti nelle sembianze di un accessorio perso da quelle donne immaginate a indossare gli abiti floreali.

Era proprio una donna ad attrarre la sua attenzione, nei passi posati lungo il lago. Una donna ritratta in un quadro che un anziano pittore aveva in mostra nel giardino di villa Ducale. In esposizione c’erano tanti quadri, molto belli, dai paesaggi lacustri, floreali, dalle rappresentazioni di dettagli di oggetti, di natura astratta e poi c’era lei che padroneggiava la scena: una bellissima donna dai capelli scuri, raccolti sulla nuca. Il viso s’intravedeva nell’angolazione di profilo, perché il suo corpo era di spalle.

La schiena era scoperta, il vestito che indossava era scollato. Le pieghe dell’abito incorniciavano le curve del fondoschiena e del seno esposto di fianco. Si evidenziavano le gambe affusolate, sorrette da un paio di scarpe dal tacco alto.

L’abito della donna era rosso, una sfumatura di rosso indefinita. La cornice del quadro era imponente, di taglio moderno di metallo argentato. Tra i quadri in mostra, la donna si appropriava del posto da protagonista. L’uomo si fermò a guardarla, colpito da quella trasmissione muta di segnali, era davvero bella.

Il pittore, seduto alla fine della linea espositiva, si gustava la scena, poi si avvicinò.

«Le piace?»

«Moltissimo».

«È la mia donna rosso camelia.»

«Quanto vuole per questo quadro?»

«Mi dispiace, la mia donna rosso camelia non è in vendita. La porto con me, perché non posso staccarmi da lei.»

«Io l’ho vista, sa?» continuava il pittore.

«È la donna di questo lago che non appare a chiunque».

Il pittore si fermò a contemplarla.

«È la bellezza di un tempo perduto».

Ancora una pausa.

«Col suo sguardo sceglie gli uomini per una vita nuova».

Ora lo sguardo del pittore era diretto verso l’uomo. Riprendeva fiato, cercando una forza che gli venisse da dentro.

«Lei vuole cambiare la sua vita?»

«No, io ho tutto quello che voglio. Vorrei avere questo quadro, mi permetta d’insistere, non farò nessuna questione di prezzo, mi dica quanto è la sua richiesta.»

Il pittore si fermò, guardò la sua donna e volgendosi verso lo spazio azzurro composto, sottolineò: «Forse non mi sono espresso bene, questo quadro non è in vendita. La donna rosso camelia appartiene al lago, non può andare altrove, non ha prezzo. Il suo pregio è inestimabile, lei è il valore del tempo. È capace di chiamare gli uomini che hanno bisogno del suo aiuto».

Recuperando un messaggio muto della donna, il pittore replicò ancora: «È sicuro di non essere fra loro?»

Il dirigente rimaneva senza parole. Quella donna poggiava il suo sguardo su di lui e non lo lasciava andare. Sentiva una pressione sul petto, un soffocamento e poi una liberazione, rivolgeva lo sguardo al lago. Il pittore, nel frattempo, tornava a sedersi.

Il dirigente turbato dall’incontro rientrò in albergo.

Erano trascorsi solo pochi giorni, l’uomo continuò a viaggiare su quel lago e camminare sulle sue sponde, avvertendo qualcosa d’indecifrabile.

Si era spinto fino a Locarno, come se dovesse verificare più punti di quella superficie piana. Il suo programma di viaggio prevedeva il trenino sulla ferrovia Vigezzina: due ore di percorso tra montagne, vallate, strapiombi, ponti di ferro, doveva solo guardare fuori.

Un tempo traboccante di sguardi colmi di un paesaggio che, dalle valli e montagne, mostravano il lago da un altro versante, quello svizzero.

Ancora fiori: papaveri gialli, arancio, rossi, tulipani di colori mai visti, persino neri e violette, narcisi, petunie e tante altre piante che non conosceva, gli occhi si confondevano con la maestosità dei colori della natura.

Locarno, nella Piazza Grande, si apriva con le casette dipinte che richiamavano le tonalità dei fiori, con un pavimentato di sassi che solleticava i piedi. Intorno avvolgevano le montagne, la funivia portava nel punto più alto della città, da dove si vedeva il lago nella sua magnificenza: che spettacolo!

Si era seduto in un caffè per riprendersi da una vista dalla forza fulminante, quell’esterno si faceva largo in un interno in movimento.

Si chiedeva cosa ci facesse in quel luogo.

Avvertiva la stessa sensazione che lo aveva colpito davanti alla donna rosso camelia e così, come svelando un pacco racchiuso in una carta con lo spago, emergeva esplosiva una domanda: «Che cosa hai fatto del tempo della tua vita?»

Non era una domanda semplice, poteva apparire facile dispiegare gli obiettivi raggiunti, uno dietro l’altro, era un esperto di tabelle indicative di risultati, lavorava per raggiungere i vertici più alti. Eppure, aveva la sensazione inquietante di un dileguarsi di risultati inefficaci fra le mani. La realtà che aveva vissuto fino a quel viaggio si ritraeva, svaniva.

Il lago con la sua estensione orizzontale, tra insenature morbide, lo accompagnava su un altro piano della sua vita, su un altro piano del suo tempo.

Sotto quel cielo azzurro gli era apparsa un’alternativa, una realtà possibile.

Finì il caffè, riattraversò la Piazza Grande e tornò verso il lago. Il battello lo aspettava per la traversata mite che lo riportava indietro.

Poteva tornare a casa, ora sapeva cosa fare del suo tempo, ne aveva capito il valore.

Salutava il lago Maggiore con un ringraziamento silenzioso e con un arrivederci.

La sua nuova vita lo attendeva.

Il giorno dopo tornò davanti quel grosso portone di legno che aveva aperto tutti i giovedì degli ultimi tredici anni. Si guardò intorno e al chiosco all’angolo comprò un mazzo di tulipani. Il fiorista gli chiese: «Di che colore?»

«Rosso camelia, grazie.»

La porta dell’agenzia di viaggi era aperta, la donna seduta dietro la scrivania alzò lo sguardo e sorrise.

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