capitolo 1:amiche d'infanzia
Appena la campanella suonò, io e Jessie entrammo di corsa nel nostro istituto superiore di arti e moda. L'edificio era grande, con corridoi pieni di studenti che chiacchieravano a voce alta. Ci precipitammo nella nostra classe, la 4°B, e prendemmo posto al solito banco: il terzo vicino alla finestra, da cui filtrava la luce tiepida del mattino.
Jessie, come sempre, era impeccabile: i suoi capelli biondi e lisci le cadevano sulle spalle, e i suoi occhi azzurri brillavano di determinazione.
«Sbrigati a prendere il libro, che ti aiuto a ripassare» mi disse con il suo tono deciso.
Sospirai e aprii il manuale di storia dell'arte a pagina 208. Lei cominciò a spiegarmi l'argomento, con quella sicurezza che l'aveva sempre contraddistinta. Mi tornò in mente il giorno in cui, all'inizio del giro di interrogazioni, si era proposta come volontaria e aveva preso un 9 pieno. Il voto più basso che le ricordassi era stato un 7+ in seconda media: praticamente una leggenda vivente tra i nostri compagni.
Io, invece, ero l'opposto: capelli castani sempre un po' arruffati, occhi color nocciola e un carattere ansioso che mi tradiva facilmente. Nonostante questo, io e Jessie eravamo inseparabili. Compagne sin dall'asilo, ci legava un'amicizia nata in modo semplice: un giorno, vedendola sola e timida, le avevo chiesto di giocare. Da allora non ci eravamo più lasciate.
La porta si aprì e la professoressa entrò con passo deciso, dando inizio alle interrogazioni. Il mio cuore accelerò: sapevo che presto sarebbe toccato a me.
Jessie mi afferrò il braccio. «Mi raccomando, Amy, non farti prendere dall'ansia.»
«Ci provo» mormorai, ma già la voce mi tremava.
Quando mi chiamò, mi alzai con le mani sudate. Mi sembrava di sentire il brusio degli altri compagni amplificato, come se tutti stessero aspettando che fallissi. Parlai per quindici minuti: alcune risposte fluide, altre balbettanti.
La professoressa mi guardò pensierosa. «Signorina Davis, non so che voto darle. Su alcuni argomenti è sembrata insicura, su altri invece molto preparata.»
Abbassò lo sguardo sul registro, poi aggiunse: «6. Però mi aspetto di più da lei.»
Mi sentii sciogliere. Un sorriso mi attraversò il viso: ce l'avevo fatta, e tutto grazie a Jessie che mi aveva aiutata a studiare.
La campanella decretò la fine delle lezioni. Io e Jessie percorremmo le scale affollate per uscire. Il corridoio era un caos di voci e passi.
«Allora, oggi studiamo da te?» le chiesi, cercando di farmi sentire.
«Certo! Se no come faccio ad aiutarti in matematica?» rispose lei, ridendo.
Matematica: il mio incubo. Jessie, con i suoi 9, era la mia ancora di salvezza. Io arrancavo con i miei 3 e 4, ma lei non mi aveva mai abbandonata.
Arrivate a casa sua, rimasi come sempre colpita dalla villa enorme, con il giardino curato e la facciata chiara che rifletteva il sole. Proprio mentre entravamo, suo padre e suo zio stavano salendo in macchina.
Jessie corse da loro: «Dove andate?»
«A prendere tuo cugino» rispose lo zio, con un sorriso allegro.
Mi si fermò il respiro.
«Aspetta... cosa?» mormorò Jessie sorpresa.
«Sì tesoro, doveva tornare domani, ma ci ha detto ieri sera che sarebbe rientrato oggi» confermò suo padre.
Josh. Dopo più di un anno, stavo per rivedere Josh. Il ragazzo che mi faceva battere il cuore da sempre.
«Sei felice di rivederlo, vero? È da tanto che non vi vedete» chiese Jessie, con aria maliziosa.
Abbassai lo sguardo, cercando di nascondere l'imbarazzo. «Sì dai, non mi cambia niente.»
In realtà era il contrario. Dentro di me il cuore stava già correndo.
Entrammo in casa e salutammo le signore Miler, che stava preparando il pranzo. Salendo al piano di sopra, passai davanti alla porta di Josh: il cartello era sempre lì, con scritto "Accesso autorizzato solo a Josh Miler." Sorrisi tra me e me.
Mi tornarono in mente i pomeriggi passati insieme con la Nintendo: io e Josh ci sfidavamo senza tregua a Mario Kart. Vinceva quasi sempre lui, e si vantava per ore. Le poche volte che invece vincevo io, mi prendevo tutte le rivincite possibili. Lui però non accettava mai di perdere: trovava sempre una scusa.
Un gioco, però, restava il suo regno incontrastato: FIFA. Io e Jessie avevamo passato interi pomeriggi ad allenarci per batterlo. Ma niente: contro Josh era impossibile vincere.
Un'ora dopo, mentre studiavamo, sentimmo bussare alla porta.
Il mio cuore prese a battere all'impazzata.
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