Storia · capitolo 2

𝓒𝓪𝓹𝓲𝓽𝓸𝓵𝓸 𝓤𝓷𝓸

Blood Aura -The Nemesis Blade di Phoeby Soul

Quando Drayvex comparve all'orizzonte, Laysandra dimenticò persino di respirare. Le dita si serrarono sul bordo di legno della carrozza, mentre lo sguardo le correva da una torre all'altra, incapace di ricomporre il castello in un'unica figura, come se la mente rifiutasse di accogliere per intero ciò che gli occhi le mostravano.

Nei tomi del Tempio aveva studiato le antiche fortezze del Regno, basse e massicce, concepite per resistere agli assedi più che per impressionare lo sguardo. Drayvex non apparteneva a quella genìa: si slanciava verso l'alto come se i suoi costruttori avessero voluto dimostrare di poter sfidare il cielo stesso. Sollevò il mento finché i muscoli del collo non le dolsero, e le torri le parvero non finire mai. E se crollasse? L'idea la attraversò all'improvviso, gelida, insensata. Scosse appena il capo per scacciarla, ma le restò addosso come polvere.

Avvertì un peso nello stomaco. Se quello era l'effetto che il castello produceva su una semplice guaritrice, che cosa doveva provare un intero esercito ai piedi di quelle mura?

La pietra scura, quasi nera, al tramonto si tingeva di riflessi ramati, come se la luce morisse su di essa senza mai riuscire a scaldarla. Il vento, quando soffiava dentro il finestrino, portava un odore che non seppe decifrare: pietra bagnata da piogge, e sotto, appena percettibile, qualcosa di dolciastro e stantio che le fece contrarre le narici. Non era un luogo costruito per essere abitato, intuì. Era un luogo costruito per essere temuto.

La strada attraversava leghe di pianura, bordata da alberi che non seppe riconoscere, alti e sottili, la corteccia chiara, le chiome d'argento quasi trasparenti nella luce morente. Attese un fruscio, piegando appena la testa di lato e tendendo l'orecchio verso il vetro calato; ma non venne nulla, non un sussurro, non un fremito, come se persino la vegetazione avesse rinunciato a muoversi. Fu quella quiete innaturale, più delle torri, a farle desiderare di fuggire: di aprire lo sportello e correre tra i tronchi finché le gambe non avessero ceduto. Crescevano a distanza regolare, quegli alberi, scandendo la strada con una precisione inquietante, quasi che nulla, in quella terra, fosse lasciato al caso.

Qualcuno aveva voluto trasformare l'ingresso a Drayvex in una cerimonia, non in un invito. I Dhampir, ricordava di aver letto nei tomi del Tempio, non agivano mai per capriccio. Si chiese quale disegno si celasse dietro ogni cosa che stava per vivere, e la domanda le si piantò in petto come un chiodo.

Aveva viaggiato per una settimana intera. I primi giorni li aveva trascorsi senza dire una parola, in compagnia della scorta – tre soldati e l'ambasciatore reale – che le rivolgevano la parola soltanto per scandire soste e pasti, senza mai guardarla negli occhi: lo sguardo si fermava sempre un poco più in basso, sul simbolo del Tempio ricamato sul suo mantello. Laysandra aveva imparato presto a riconoscere quel genere di sguardo sfuggente: non era paura di lei, ma della veste che portava, e in fondo se ne era fatta una ragione. Poi si era unito a loro un altro viaggiatore, un uomo sulla quarantina, dai capelli grigi tagliati corti e la livrea dei Dray aderente al petto. Si era presentato come Celdrik Connor, consigliere personale del principe. Sapeva di cuoio e di sudore, un odore vivo e quasi confortante in mezzo a tanta reticenza.

Quell'uomo aveva l'abitudine, notò presto Laysandra, di sfiorarsi il polso destro con due dita prima di rispondere a una domanda sgradita, un gesto ritmico, quasi a cercare lì la misura esatta della verità da concederle. Imparò a osservarlo con la stessa attenzione con cui, al Tempio, osservava una ferita prima di deciderne la cura: cercando il punto dolente, il luogo da cui tutto sarebbe partito.

Ne aveva letto l'Aura nell'istante stesso in cui era sceso da cavallo: grigio acciaio, compatta come pietra, attraversata da filamenti color porpora, la lealtà che scorre nel sangue e non quella che si professa soltanto a parole. Un'Aura umana, aperta, leggibile. Non riuscì a fidarsi di lui, ma almeno il suo dono non le trasmise alcun segnale di pericolo. Non era lì per farle del male, intuì; era lì per valutarla, e lei glielo permise, lasciando che il corpo restasse composto, le mani immobili in grembo, il respiro regolato a forza. Era quello, in fondo, ciò che una guaritrice doveva fare: obbedire alla Dea, salvare vite, lasciarsi guardare.

Negli ultimi tratti del viaggio, il consigliere le illustrò il protocollo di Corte con tono sbrigativo: come rivolgersi al principe, quando parlare e quando tacere, e soprattutto quando restare nell'ombra; le gerarchie della servitù, i nomi dei maggiordomi più influenti, la disposizione del castello, le stanze a cui avrebbe avuto accesso e quelle che non avrebbe mai visto. Lei ascoltò tutto senza muovere ciglio, le iridi incantate sulla cicatrice pallida che divideva in due il sopracciglio sinistro dell'uomo, chiedendosi se gli dolesse e chi gliel'avesse inflitta. Sotto la superficie composta, però, ogni parola di Connor si sedimentava in lei come sabbia sul fondo di un fiume: la stava già trasformando, un granello alla volta, in qualcuno di diverso da chi era salita su quella carrozza.

Solo quando i soldati si fermarono per abbeverare i cavalli e rimasero soli, la domanda che la tormentava da giorni le risalì in gola, e non riuscì più a trattenerla.

«Perché io?»

Connor tenne gli occhi fissi sul paesaggio scuro, il petto che gli si sollevava in un respiro lento. «L'arte della guarigione scarseggia a Corte» disse, e le labbra gli si assottigliarono in una linea secca da cui l'aria uscì con una lieve venatura di stanchezza. «Il principe ha bisogno di…»

«Non vi ho chiesto perché serva una guaritrice.» Lo interruppe, e la voce le uscì con una fermezza quieta, sebbene il bordo interno del labbro le tremasse appena, subito stretto fra i denti per mascherare l'audacia. «Ho chiesto perché proprio io.»

Il consigliere si voltò di scatto. Gli occhi penetranti si piantarono su di lei, e le due dita corsero al polso destro, premendo contro i tendini. Le bastò quella minima contrazione per sapere di aver colpito nel segno. Trattenne il fiato, in attesa, il cuore che le batteva contro le costole come un animale in gabbia.

«Perché la promessa sposa del principe ha chiesto specificamente di voi.»

«Io non so…» Le labbra le si schiusero, il cuore che batté forte contro il petto. «Non so nemmeno chi sia, la promessa.»

«E non vi è dato saperlo, guaritrice.» Un'ombra di disapprovazione gli piegò l'angolo della bocca. Connor spinse le spalle all'indietro, riprendendo il controllo del dialogo. «Il vostro compito è esercitare la vostra arte quando vi sarà richiesto. Nulla di più.»

Laysandra chinò lentamente il capo, lasciando che l'ombra del cappuccio le coprisse il viso. Dentro di sé la mente ruotava a vuoto: chi, al mondo, poteva conoscerla abbastanza da volerla lì, in quella terra di pietra e ombre? Non osò dare voce a quel pensiero. Tornò a guardare i cavalli, la maschera del volto resa ferma da anni di disciplina, tradita soltanto dai polpastrelli che affondavano nel cuoio consunto della tracolla. Connor se ne accorse — lo sentì nell'attimo in cui lo sguardo di lui indugiò un istante di troppo sulle sue mani — e non disse nulla; ma da quel momento Laysandra si impose di studiare ogni respiro dell'uomo, ogni gesto minimo che potesse tradirlo. Non era più al Tempio della Luna. Era sola, in una terra dominata dalle creature della notte, e l'unica arma che le restava era la propria attenzione.

Il primo segno fu il mutare del rumore sotto le ruote, prima ancora che alzasse gli occhi dal grembo: il suono sordo della terra battuta si era trasformato in qualcosa di più compatto e duro — ciottoli antichi, levigati da secoli di passi che vi erano transitati sopra. Il sobbalzo la riportò alla realtà, scuotendole la spina dorsale, e le mani si serrarono attorno alla stoffa del mantello. La carrozza rallentò. L'aria cambiò, facendosi ferma, densa, trattenuta dalle mura. E poi un suono, unico e stridente in mezzo a tanta quiete, il cigolio lungo e metallico di un cancello che si apriva su cardini mai oliati, un lamento di ferro che le si conficcò dritto nello sterno. Trattenne il respiro fino a farle male i polmoni.

Fu allora che vide le torce: file ordinate lungo il cortile, fiamme che non tremavano nonostante la notte, e un odore acre di pece bruciata che le punse la gola. Quelle torce non erano per i Dhampir. Erano per lei, capì; una messinscena allestita per l'ospite umana, e il pensiero le strinse lo stomaco più delle torri, più del silenzio degli alberi.

La carrozza si fermò con uno stridore di legno e ferro. Fece per muoversi, ma i muscoli delle cosce si irrigidirono, bloccandola sul posto. La pietra del cortile sembrò trasmetterle gelo, che le risalì lungo le gambe ancora prima di toccare il selciato. Connor le porse la mano, le dita aperte, il capo lievemente inclinato in un invito silenzioso. Il palmo di lui era caldo, duro, umano, e per un istante, un solo istante, quel calore fu l'unica cosa che le diede una parvenza di sollievo. Vi si aggrappò un poco più a lungo di quanto avrebbe voluto, sentendo il proprio polso martellare contro il suo, poi si sistemò il cappuccio con un gesto rapido della mano, cercando di nascondere il tremito del mento.

Una figura emerse dalla coltre di nebbia. Laysandra cercò di mettere a fuoco, concentrandosi su quella figura che scendeva con calma ed eleganza le scale in marmo nero, il passo talmente silenzioso da parere sospeso sopra i gradini più che posato su di essi. Una donna sulla cinquantina, forse; con i Dhampir l'età era sempre una stima, mai una certezza. Mezzosangue, li chiamavano i tomi più antichi, nati dall'unione fra un vampiro e un mortale, creature che abitavano una soglia senza appartenervi mai del tutto.

Si era sbagliata, a credere che bastasse leggere per prepararsi a un simile incontro. Nessuna pagina le aveva insegnato quanto fosse disorientante non riuscire a comprendere qualcuno, né quanto fosse snervante avvicinarsi a un corpo che non restituiva alcun colore. Con gli umani, leggere l'Aura era immediato, involontario, come sentire il calore del sole sulla pelle; con i Dhampir era come cercare di afferrare fumo. L'Aura di quella donna esisteva, visibile, un tenue viola compatto, ma era ripiegata su sé stessa, impermeabile: riusciva a percepirne il contorno, mai il contenuto. Le venne un impulso infantile, quasi sciocco: allungò le dita appena, come per saggiare l'aria stessa, cercando un varco che non c'era. Ne rimase delusa: il suo dono con quelle creature non funzionava. Per lei fu come aver perso la vista. Ritrasse la mano di scatto, irata contro le sue poche facoltà, le nocche bianche strette sul lembo del mantello.

«Guaritrice» disse la donna che nel frattempo le si era posta vicina, la voce bassa e piana come acqua ferma. La osservò unire le mani sul grembo nel saluto di rito, il capo che si inclinava appena, un movimento misurato, privo di fretta. «Benvenuta a Corte.»

Laysandra chinò il capo, abbassando lo sguardo sul colletto rigido dell'abito per evitare quel viola impenetrabile. La donna le fece un cenno, invitandola a salire le scale che conducevano all'ingresso.

«Io sono Mavya. Mi occupo degli alloggi degli ospiti di Corte. Vi mostrerò la vostra stanza. Seguitemi.»

La seguì senza parlare, contando i propri passi per darsi un ordine a cui aggrapparsi. Il corpo di Mavya le scivolò accanto silenzioso, quasi non toccasse il pavimento, e la pelle di Laysandra rispose con dei brividi che le percorsero le braccia. Si guardò intorno, curiosa, cercando di imprimersi ogni dettaglio nella memoria come avrebbe fatto con le pagine di un tomo. I corridoi erano cupi: la stessa pietra scura dell'esterno ricopriva le pareti, la luna filtrava obliqua da finestre alte e strette da cui una brezza fredda e umida le si attaccò alle vesti. Candele in contenitori di ferro battuto punteggiavano l'aria a intervalli regolari con un filo di fumo dal sentore acre di cera bruciata. Piante rampicanti crescevano in vasi di pietra, le foglie argentate che catturavano la fiamma e la restituivano in punti di luce tremula. Tappeti di lana scura coprivano il pavimento, non per eleganza, pensò Laysandra sentendo l'affondare sordo delle proprie suole, ma per spegnere ogni rumore di passi.

Chi aveva costruito quel luogo conosceva la differenza fra il buio e l'oscurità, fra la penombra e la minaccia, e aveva scelto la seconda. Drayvex era stato concepito per la notte, e Laysandra si sentì, per la prima volta in vita sua, una creatura fuori posto nel proprio stesso corpo.

Mavya si fermò davanti a una porta di quercia nera. Dalla tasca dell'abito trasse un mazzo di chiavi di ferro; il metallo risuonò con uno schiocco acuto nell'androne, e con un movimento del polso l'aprì, spalancandola. Laysandra aveva memorizzato ogni svolta, cercando di orientarsi in quel vasto castello. Ma ciò che vide varcando la soglia la lasciò senza parole.

Il contrasto con ciò che aveva vissuto sino a quel momento la colpì tanto da farla tremare: la stanza era lussuosa rispetto alla cella spoglia che le era stata concessa al Tempio. Un letto a baldacchino dominava lo spazio, con lenzuola scure e cuscini di piuma così soffici da sembrare quasi osceni; un camino acceso scoppiettava nell'angolo, il legno che bruciava con uno schiocco secco di tanto in tanto, il calore che le arrivò addosso insieme al profumo di resina e fuliggine. Le finestre d'angolo si affacciavano su un cortile interno dove crescevano rose nere, per uso medicinale, suppose la sua mente da guaritrice, cercando riparo nella logica, mentre il loro odore dolce saliva fin lì, mescolandosi a quello del fumo. Poi un tavolo, una sedia, scaffali vuoti in attesa di essere riempiti. Sentì il proprio respiro farsi corto, come se il lusso stesso pesasse sui polmoni più della paura.

Si avvicinò al letto e sfiorò con la punta delle dita il tessuto del baldacchino. La seta era morbida, scivolosa, e per un attimo si sorprese a chiedersi quante mani, prima della sua, avessero toccato quello stesso tessuto senza mai più andarsene da quelle stanze. Le passò per la mente un pensiero fulmineo e assurdo: darvi fuoco, e guardare come bruciasse quella tana di mostri. Ritrasse la mano come se la stoffa l'avesse scottata. Al Tempio, certi tessuti erano considerati una tentazione pericolosa.

Mavya fece un passo avanti — le mani sempre unite in grembo, immobili, soltanto le labbra a muoversi — ed elencò, con la monotonia di chi ripete una formula imparata a memoria, gli orari dei pasti, il modo per chiamare la dama di servizio, la posizione dello studio medico di cui Laysandra avrebbe avuto la gestione. Lei rimase di spalle, ascoltando con il capo inclinato, gli occhi fissi sulle fiamme del camino. Sentiva l'esigenza di stare sola, di chiudersi nel suo mondo, di respirare senza che nessuno contasse i battiti del suo cuore.

«Scusate. Sono esausta» la interruppe, portandosi due dita alla tempia, premendo sulla pelle per fermare un principio di emicrania. «Il viaggio è stato lungo. Ho bisogno di riposo.»

«Certo. Vi capisco.»

Mavya le diede le spalle e si incamminò verso la porta con quel passo silenzioso che pareva non toccare terra. Laysandra fu sollevata nel vederla andare ma, quando la donna arrivò alla soglia, la vide arrestarsi. Ne notò le spalle irrigidirsi, come se fosse in procinto di parlare, e trattenne a sua volta il respiro, in attesa.

«Soggiornare qui non è come vivere al Tempio» mormorò Mavya, senza voltare la testa.

Il petto di Laysandra si strinse in una morsa.

«Ciò che accade tra queste mura non è scritto nei libri sacri. Fareste bene a imparare in fretta, guaritrice.»

«Imparare cosa, di preciso?»

Passò un momento prima che Mavya si voltasse, il corpo che ruotava lento, quasi controvoglia. Furono i suoi occhi a sorprenderla: un castano caldo, quasi umano, l'unico dettaglio in quel corpo che sembrasse avere un colore vero. Quel calore le mozzò per un attimo il respiro. E in quell'istante, la superficie liscia e viola dell'Aura di Mavya tremò: un fremito minimo, come un'increspatura sull'acqua ferma. Le labbra della donna si schiusero appena, come per dire qualcosa che poi trattenne, e per un solo battito Laysandra credette di scorgere, dietro quello sguardo, qualcosa che assomigliava alla compassione.

«Non mostrate mai il vostro dono, Laysandra.»

Il fiato le si bloccò in gola. Come faceva quella donna a sapere il suo nome? Connor non lo aveva mai menzionato in sua presenza, e di questo era certa. Eppure, lo aveva pronunciato con una naturalezza sconcertante, senza esitazione, come se lo conoscesse da sempre.

Avrebbe voluto chiederglielo, pretendere di sapere chi glielo avesse riferito. Ma la lingua le si incollò al palato, e decise di non dire nulla. Il cuore le batteva così forte che temette Mavya potesse udirlo da lì, attraverso la stanza.

Mavya varcò la soglia, chiudendosi la porta alle spalle. Il rumore della serratura restò sospeso nell'aria. Laysandra restò sola al centro della stanza. La borsa di cuoio con le erbe e gli strumenti le pesava ancora sulla spalla; le dita la stringevano così forte da farle dolere le nocche.

«Benvenuta, dunque» mormorò a sé stessa. La voce le parve sottile, quasi irriconoscibile in quella stanza troppo grande. «Sei sola. Ospite in un luogo che non hai scelto.» Un sospiro le sfuggì dalle labbra, esile, e solo allora si accorse di quanto le tremassero anche le mani.

Attraversò la camera con passi leggeri, dirigendosi alla finestra. D'istinto appoggiò la fronte contro il vetro, il freddo del cristallo che le placò per un istante il battito alle tempie. Strinse forte le palpebre, cercando conforto nel suo credo e dentro di sé. Per tutta la vita aveva creduto che il Tempio fosse l'unico posto in cui avrebbe vissuto; solo ora, con la pelle che le formicolava di paura, comprese che la Dea aveva dei piani diversi per la sua esistenza. Quali fossero, restava un mistero che avrebbe conosciuto solo affrontando quella prova.

Si lasciò scivolare contro il davanzale, raccogliendo le ginocchia al petto, come faceva da bambina quando il buio del dormitorio le sembrava troppo grande da sopportare da sola. Riaprì gli occhi, osservando nella notte il cortile. Le rose nere oscillavano appena, sebbene non vi fosse alcun vento a muoverle. La cosa la incuriosì a tal punto da affinare la vista.

Fu allora che Laysandra notò un altro dettaglio, quello che le si era insinuato sotto pelle senza che se ne rendesse conto: il fuoco nel camino ardeva da tempo, la legna era già arsa. Se ne rese conto dal volume della cenere accumulata sul fondo. Uno strano sorriso le comparve sulle labbra, amaro più che divertito. Qualcuno, pensò tra sé con un brivido freddo, lo aveva acceso ore prima del suo arrivo. Qualcuno sapeva, con esattezza, quando lei sarebbe arrivata in quella stanza, e aveva voluto che la trovasse calda ad aspettarla.

Si voltò a guardare la porta chiusa, il respiro finalmente più lento, e per la prima volta da quando era scesa dalla carrozza si chiese non più chi l'avesse voluta a Drayvex, ma da quanto tempo, esattamente, qualcuno la stesse aspettando.

 

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