Storia · capitolo 1

𝑷𝒓𝒐𝒍𝒐𝒈𝒐

Blood Aura -The Nemesis Blade di Phoeby Soul

Seryn aveva sedici anni quando il dono le si manifestò.

Le anziane dell'Ordine sostenevano che il richiamo della Dea fosse sempre annunciato da un prodigio: un bagliore improvviso, una voce capace di insinuarsi nella mente, una presenza tanto intensa da togliere il respiro.

Quella notte, invece, non accadde nulla di tutto questo. Era sola nella piccola cella di pietra. L'odore acre della cera che colava lentamente impregnava l'aria, mentre la fiamma della candela tremolava davanti ai suoi occhi, scandendo il tempo delle preghiere. Poi, senza alcun preavviso, si spense. Il buio divorò la stanza. Seryn trattenne il respiro e tese l'orecchio. Attese il vento oltre la finestra, il frinire dei grilli nella valle, persino il mormorio dell'acqua che scorreva ai piedi delle mura.

Non arrivò nulla. Né un soffio. Né un fruscio. Solo silenzio.

Non era il silenzio delle stanze vuote. Era diverso. Così assoluto da farle dubitare che il mondo, oltre quelle mura, esistesse ancora. Rimase seduta sul giaciglio. Non osò respirare. Strinse le dita sulle coperte, aggrappandosi a quel tessuto ruvido come fosse l'unica cosa reale.

Fu allora che arrivarono. Le immagini. Una dopo l'altra. Senza un ordine. Senza un senso…

Un castello nero. Una ragazza dai capelli scuri. Gli occhi spalancati, accesi da insolite iridi d'argento. Le nocche serrate attorno all'elsa di una spada. Sul dorso della mano, un corvo. Il fragore di una battaglia. Zanne che affondavano nella carne. Artigli. Sangue. Un giovane con una cicatrice che gli attraversava il volto, intento a stringere qualcosa al petto. Poi il fuoco. Bandiere divorate dalle fiamme. E un grido. Un grido che le squarciò il petto.

Cercò di trattenerle. Di ricomporle. Di capire cosa stesse vedendo. Ma ogni volta che credeva di aver afferrato un dettaglio, tutto si dissolveva. Le rimasero solo frammenti.

Quando tutto finì, il cuore le martellava nel petto. Si guardò attorno, quasi temesse che la realtà non fosse davvero tornata al suo posto. Il crepitio della candela, ormai ridotta a un filo di fiamma, tornò a riempire la stanza. Il gelo del pavimento sotto i piedi nudi la risvegliò. Si portò le mani al viso. Tremavano.

No. Non poteva lasciare che quelle immagini svanissero. Se la memoria gliele avesse portate via, avrebbe perduto qualunque cosa la Dea avesse cercato di mostrarle. Scese in fretta dal letto e afferrò una pergamena. Doveva scrivere. Era l'unico modo per non dimenticare.

Prese la piuma con le mani ancora instabili e mise per iscritto ogni dettaglio che il ricordo le concesse. Inventò un linguaggio composto di simboli e parole che solo lei avrebbe potuto comprendere. Quando ebbe finito, sigillò il foglio con un incantesimo di protezione e la nascose sul fondo del baule.

TRENT'ANNI DOPO

La notte in cui la carrozza della Casata Dray giunse alla dimora dell'Ordine per reclamare, come imponeva l'editto, una sacerdotessa da condurre a Corte come guaritrice, Seryn lasciò il porticato senza dire una parola. Salì i gradini quasi senza accorgersene e raggiunse la sua stanza con il respiro corto. Si inginocchiò davanti al vecchio baule e ne sollevò il coperchio. L'odore del legno e della lavanda secca, conservata tra le vesti per tenere lontane le tarme, la riportò al momento in cui aveva nascosto quel segreto.

Fece scorrere le dita sul fondo finché non la sfiorò. Si fermò. Per un istante ebbe paura a toccarla. Poi prese il foglio, che cedette con un lieve fruscio. La gola le si strinse. Trattenne il fiato mentre rompeva il sigillo. Poi iniziò a leggere.

Sollevò lo sguardo verso la luna che filtrava dalla finestra. La luce lattiginosa si posò sulla pergamena ancora aperta, rischiarando appena l'inchiostro sbiadito dal tempo. Seryn inspirò, ma il nodo che aveva in gola non si sciolse. Era arrivato il momento.

Per trent'anni aveva sperato che quelle parole non prendessero mai vita. Che il tempo le consumasse, come aveva consumato i bordi di quel foglio. Invece la Dea non aveva dimenticato. Ricordava ancora il giorno in cui quella bambina aveva varcato la soglia del Santuario: era bastato che la piccola la guardasse negli occhi, mostrando quelle rarissime iridi d'argento, perché il passato e il futuro si scontrassero in Seryn. Da allora l'aveva cresciuta custodendo quel segreto, guardandola diventare donna.

In quel momento Laysandra dormiva ignara nella sua cella, avvolta da un sonno rassicurante, senza sapere che quella sarebbe stata l'ultima notte trascorsa tra quelle mura. Una fitta le serrò il petto. Chiuse gli occhi. «Perdonami…» sussurrò, e la voce le si spezzò. Si portò una mano al viso. Solo quando si sfiorò la guancia si rese conto che stava piangendo. Inspirò a fatica. «Ti prego… fa' che mi sia sbagliata.»

Si asciugò in fretta il viso con il dorso della mano. Afferrò le estremità del cappuccio e lo sollevò sul capo. L'ombra le nascose gli occhi ancora lucidi, restituendole il volto composto che l'ordine si aspettava da lei. Aprì la porta. Il corridoio era immerso nel silenzio, rotto soltanto dal crepitio lontano delle torce. La loro luce tremolante scivolava sulle pareti di pietra, allungando sagome scure ai suoi piedi. Seryn avanzò senza rallentare. Si fermò davanti alla porta della stanza della giovane novizia. Le dita sfiorarono il legno. Chiuse gli occhi. Infine bussò, pronunciando l'ordine di sveglia con fermezza, sebbene ogni parola le dolesse in gola. Si voltò. Non poteva sopportare il guardarla negli occhi prima della partenza. Si diresse a passi rapidi verso il loggiato, cercando l'aria fredda per non soffocare.

I passi di Laysandra risuonarono per l'ultima volta sulle pietre del passaggio sottostante. L'ambasciatore aveva fretta. La carrozza attendeva, i cavalli scalpitavano sull'acciottolato, impazienti di ripartire. L'aria portava con sé il profumo dell'estate, ma quella volta sembrava avere il sapore dell'addio.

Seryn non si mosse dal balcone. Le sue mani erano strette alla ringhiera mentre osservava la scena dall'alto. Poi la vide. Scendeva i gradini con una borsa di cuoio sulla spalla, la schiena dritta, così fiera da sembrare una sfida rivolta al destino stesso.

Non si voltò mai indietro. Non concesse alla paura di mostrarsi.

Il suo petto si chiuse in una morsa. Avrebbe potuto chiamarla. Avrebbe potuto infrangere le regole, scendere quel loggiato, offrirsi al posto suo o perfino mentire andando contro il suo stesso credo, pur di sottrarre quell'anima innocente a ciò che era scritto. Ma significava sfidare la Dea. Il disegno della profezia che la tormentava da trent'anni non poteva essere spezzato.

Quando vide Laysandra raggiungere il cancello, Seryn tese una mano nell'oscurità e pronunciò a bassa voce le parole della benedizione rituale. Le stesse che aveva recitato per decenni. Sulle malate. Sulle morenti. Sulle bambine che venivano accolte al Tempio senza nome né famiglia.

Fu allora che accadde qualcosa che non seppe spiegare. Nonostante la distanza e il rumore degli zoccoli, Laysandra si fermò, come se quel sussurro avesse viaggiato sul vento fino a lei. La vide voltarsi verso l'alto, cercando il profilo del loggiato immerso nell'ombra. Seryn non si ritrasse. Nel buio, oltre lo spazio che le separava, i loro sguardi si trovarono, stretti da quel legame profondo che le aveva unite per anni. Poi la novizia le voltò le spalle per salire sulla carrozza.

Rimase lì, immobile, finché non vide le ruote allontanarsi lungo la via della valle e scomparire.

Chinò il capo. Per trent'anni aveva custodito una profezia. Quella notte aveva consegnato al destino ciò che gli apparteneva.

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