𝓒𝓪𝓹𝓲𝓽𝓸𝓵𝓸 𝓓𝓾𝓮
Laysandra si svegliò di soprassalto, non per un incubo, capì subito, ma per la sensazione, netta e innegabile, di essere stata svegliata da qualcuno, o qualcosa. Cercò di fare mente locale, di capire cosa l'avesse strappata al sonno. Prese un respiro profondo, tirando le coperte fino al mento. Si guardò intorno nella penombra della stanza, scostandosi dal viso una ciocca di capelli; la pelle era madida di sudore freddo. L'aria della camera sapeva di cera spenta e di una nota floreale, rosa canina, pensò tra sé, mordendosi le labbra screpolate.
I colori dell'alba tingevano gli interni di una dolcezza che, per ironia, stonava con l'oscurità di quel castello nero, avvolto in una solitudine che nulla sembrava scalfire. Chiuse gli occhi, tornando per un istante al Tempio, quando l'alba era un solenne rito liturgico: lì si venerava la vita, mentre in quelle mura sembrava che la morte fosse l'unica cosa a resistere al tempo. Il ricordo la riportò ai canti armoniosi delle prime lodi, che si spandevano nella Grande Sala, e al rintocco sordo della campana che Seryn faceva suonare per la neofita di turno. Per loro, sacerdotesse consacrate al culto, era un rito che scandiva non solo le ore ma l'anima stessa.
Ma lei non era più al Tempio: ora abitava un castello dove l'unico compagno era il silenzio.
Rimase immobile, riaprendo appena gli occhi, indugiando sotto il peso delle coperte e nel loro tepore residuo, la mente affollata dal solito coro di domande a cui nessuno voleva rispondere. Inspirò a fondo. Il camino si era spento durante la notte, lasciando solo un cumulo di cenere; con una smorfia di disappunto comprese l'origine di quei brividi che le percorrevano le braccia.
Si sollevò, scostandosi da quelle odiose lenzuola di seta nera. Un'espressione contrariata le si dipinse sulle labbra. Lasciò che i piedi nudi trovassero il pavimento di pietra, e il gelo le risalì lungo le caviglie fino a mozzarle il respiro. Avrebbe preferito restare nella sua stanza, ma il dovere veniva sempre prima dei suoi desideri. Prima o poi, si disse, avrebbe dovuto affrontare quella nuova realtà.
Si alzò di scatto, stringendosi le braccia intorno al corpo nel vano tentativo di trattenere un poco di calore, e si avvicinò alla finestra. Scostò con le dita il tessuto delle tende, lasciando vagare lo sguardo sul cortile sottostante. Quelle rose, nere e immobili, parevano trattenere il respiro: le incupirono i pensieri.
Rose nere. Chiome argentee…
Era meglio non porsi troppe domande: a volte, ciò che si tace rivela più di ciò che si dice. Si allontanò dalla finestra e si voltò verso quello che sembrava un bacile d'acqua, accostato al muro, di ceramica scura decorata in oro. La cosa la lasciò perplessa: perché alcuni oggetti, in quel castello, portavano ornamenti così diversi tra loro? Si avvicinò per osservarlo meglio, con una punta di diffidenza. Vi trovò dell'acqua limpida. Qualcuno, capì, era entrato nella sua stanza durante la notte per offrirle quel servizio. Il pensiero la irrigidì: significava che la sua stanza poteva essere visitata senza il suo consenso. Ne avrebbe chiesto conto più tardi. La cosa non le piaceva affatto.
Posò un palmo sul bordo del bacile e scorse, con la coda dell'occhio, una piccola ciotola di terracotta colma di petali, ancora umidi e freschi, lasciati, immaginò, per profumare l'acqua. Prese una tela di lino, la immerse e la strizzò quel poco che bastava per passarla sul corpo, seguendo il gesto rituale che compiva da anni: fin da bambina, al Tempio, le avevano insegnato il Rito della Purificazione. Per una sacerdotessa non era una semplice funzione igienica, ma un momento di raccoglimento, in cui i pensieri confusi e gli incubi della notte venivano raccolti e portati via dall'acqua, per preparare mente e corpo alla giornata che iniziava. Posò la tela con un gesto nervoso. Di certo, si disse, non bastava un panno di lino a lavare via ciò che portava dentro.
Fece coppa con le mani, le immerse nell'acqua e si sciacquò il viso. Il freddo le morse le guance, le tempie, il bordo sottile delle labbra, strappandole un sospiro soffocato. Si passò poi il palmo bagnato sulla fronte, gli occhi stretti, lasciando che quel gelo la attraversasse tutta: doveva dissolvere i residui del sonno, la nebbia pesante di pensieri accumulati in quelle ore incerte. Scese al collo, picchiettando le dita umide sulla gola; l'acqua scivolò veloce lungo la clavicola fino a raggiungere i seni, e quel contatto tagliente, quasi doloroso, la fece sentire finalmente viva, presente a sé stessa.
Abbassò lo sguardo sui propri palmi, asciugandosi le dita a una a una. Le cicatrici sottili che le solcavano la mano destra, due linee parallele e chiare, incise da una lama rituale durante il Rito della Consacrazione, quando aveva quindici anni, erano il segno indelebile della sua scelta, della devozione completa e irrevocabile alla Dea. Ogni mattina, sfiorando quei segni, rinnovava in silenzio il proprio giuramento.
Si asciugò viso e busto con un lino bianco, ruvido e pulito, trovato piegato con cura sul bordo del mobile. Posò l'asciugamano e prese il pettine d'argento intarsiato, sciogliendo i capelli neri come l'ebano, lunghi e folti fino alla vita: una libertà che si concedeva solo nelle poche ore chiusa nel buio della sua cella. Al Tempio, mostrare i capelli sciolti era considerato un grave disonore per una consacrata: più erano lunghi, dicevano le anziane, più trattenevano gli incubi e le impurità della notte. Ma lei si era sempre rifiutata, con ostinazione, di tagliarli, limitandosi a nasconderli sotto il cappuccio rigido della veste.
Li pettinò con gesti precisi, il metallo freddo che le grattò appena il cuoio capelluto, poi li raccolse in una treccia stretta, arrotolata alla base del collo e fermata con i due fermagli d'argento portati dal Tempio, gli unici ornamenti personali che si fosse mai concessa di conservare. Si diresse al pesante baule ai piedi del letto; il coperchio cigolò appena mentre lo sollevava, e ne trasse una tunica color cenere e calze di lana spessa. Le indossò, sentendo il tessuto ruvido contro la pelle diafana. Infine calzò gli stivali di cuoio scuro, stringendo i lacci: al Tempio poteva camminare scalza sulla pietra levigata; qui, in quella fortezza che non le apparteneva, non le sarebbe mai stato concesso.
Si guardò un istante nello specchio. La figura riflessa sembrava forte, composta, risoluta: un'immagine abbastanza convincente da ingannare chiunque posasse lo sguardo su di lei. Chiunque tranne sé stessa.
La stanza delle medicazioni era esattamente dove Mavya le aveva indicato. Per fortuna la memoria non l'aveva tradita, sebbene la tentazione di indugiare nei corridoi, curiosando, non le fosse mancata. Aveva rinunciato alla colazione: il dovere veniva prima del proprio benessere, sempre.
Laysandra muoveva le dita con destrezza, sistemando gli strumenti di metallo e le boccette di vetro sulle mensole, valutandone la disposizione con occhio pratico. Quello spazio era stato pensato per l'efficienza: per chi, in un momento di emergenza, dovesse afferrare un bisturi o una benda senza perdere un solo istante.
Due colpi secchi contro la porta le spezzarono la concentrazione. Sobbalzò, imprecando fra i denti, e si passò una mano sulla veste, preparandosi all'apparizione di chissà quale creatura.
«Avanti» disse, e nella voce trapelò, suo malgrado, un'ombra di angoscia.
I cardini stridettero. Si sporse leggermente, asciugandosi le mani umide su un panno. Sulla soglia comparve una ragazza. Umana, pensò, lasciandosi sfuggire un sospiro di sollievo.
Ne intuì subito la giovinezza dai gesti incerti, dalla postura raccolta su sé stessa, quasi in difesa. Aveva capelli biondi e sottili, raccolti in una crocchia bassa poco curata, e occhi verdi che saltavano da un dettaglio all'altro della stanza, incapaci di decidere se posarsi in alto o in basso. La livrea color bordeaux, ricamata sul braccio sinistro, non le sfuggì: Mavya gliene aveva parlato la notte prima, era la divisa della servitù di grado intermedio.
Non ci sono soltanto creature della notte qui dentro. Il castello è abitato anche da umani. È una stranezza, questa.
Laysandra tossì per schiarirsi la voce, mostrandosi per intero alla ragazza. Inclinò il capo di lato, osservandone la delicatezza dei tratti, poi lo sguardo scivolò su ciò che le mani della giovane stringevano. Si avvicinò con cautela, e la ragazza si inchinò subito, porgendole un involto.
«Non è necessario che t'inchini» disse Laysandra, con voce bassa e gentile, allungando le mani per prendere il pacco. La ragazza non fiatò. Laysandra lo posò sul tavolo e sciolse il nastro che lo teneva chiuso, scostando la carta ruvida che avvolgeva il contenuto. Ciò che vide la lasciò senza parole: sollevò un tessuto pregiato, morbido al tatto, leggero come un soffio tra le dita. Seta, riconobbe, lasciandola scorrere sul palmo per sentirne la trama fitta, cucita con punti minuti e regolari lungo gli orli. Il suo volto si contrasse in un'espressione di aperta disapprovazione.
La veste era di taglio severo e pulito, lunga fino alle caviglie, con maniche ampie che si stringevano gradualmente ai polsi. Ma fu il colore a farla inorridire: bianco. Solo la Dea Luna era degna di indossarlo, non una creatura, tanto meno una semplice mortale come lei. Imprecò a bassa voce, stringendo le nocche fino a sgualcire il tessuto tra le dita. Si voltò verso la ragazza, ancora immobile sulla soglia, e ne seguì lo sguardo, fisso su un oggetto che nella fretta di scoprire il contenuto del pacco le era sfuggito.
Quando lo vide, serrò i denti con tale forza che una fitta le corse lungo la mascella. Prese tra le dita quello strano oggetto, rigirandoselo per comprendere cosa fosse davvero. Un collare rigido, alto, di puro argento, pensato per aderire al corpo e coprire la gola fino al mento.
La ragazza la osservava in tralice, immobile sulla soglia, in un silenzio teso. Laysandra alzò gli occhi grigi su di lei, fissandola con attenzione. «Chiudi la porta, per favore.» Le voltò le spalle, stringendo la veste tra le mani, il viso incupito da un'ombra d'ira sorda. Cercò di trattenere il tumulto che le montava dentro, e prese un respiro profondo, quasi mordendo l'aria. Si voltò di scatto verso la ragazza. «Come ti chiami?»
La giovane restò un istante interdetta, poi rispose in un soffio: «Aleya, mia signora», con premurosa cortesia, gli occhi bassi.
«Laysandra.»
«Co… come avete detto?» chiese Aleya, sollevando appena il capo, colta di sorpresa.
Laysandra inspirò, posando di nuovo lo sguardo penetrante su di lei. «Mi chiamo Laysandra. Non rivolgerti a me con quell'appellativo.» Fece una breve pausa, le dita che si stringevano appena, affondando nel tessuto dell'abito.
«Come voi chiedete… Laysandra.»
Aleya la osservò per un momento lungo e sospeso. Non sapeva se fidarsi: le dame che aveva servito prima d'ora chiedevano spesso di essere chiamate per nome proprio, salvo poi punire chi osava prenderle in parola. Nel suo sguardo, Laysandra colse quel dubbio, l'incertezza di chi non sa se una richiesta sia sincera o una prova per saggiarne l'obbedienza. Poi la ragazza annuì, e un lampo improvviso di sollievo le distese i lineamenti. «Laysandra» ripeté sottovoce, quasi a volerne imprimere il suono nella memoria.
«L'abito…» Laysandra tornò a osservare la veste candida, un'ombra di disgusto malcelata a incresparle le labbra. «È stato commissionato per me, Aleya?»
La ragazza annuì, congiungendo le mani al grembo.
«E anche questo… collare?» aggiunse Laysandra, sollevando con due dita l'oggetto d'argento, la voce carica di scherno e rabbia mal trattenuti.
«Sì, mia sign…» si interruppe la ragazza, deglutendo a fatica, correggendosi prima di sbagliare ancora. «Sì.»
«Per gli Dei!» Laysandra batté una mano sul tavolo, l'altra ancora stretta attorno a quell'orrido gingillo. Cercò di ricomporsi prima di parlare, il cuore che le martellava nel petto. «E perché mai dovrei indossare una cosa simile?» La fissò a lungo, in silenzio; strinse le labbra in una linea sottile, in attesa di una spiegazione che avesse un minimo di senso.
Aleya abbassò gli occhi, sottraendosi al suo sguardo. Laysandra colse subito l'imbarazzo: la serva stava per dire qualcosa che, con ogni probabilità, non l'avrebbe affatto rasserenata.
«Il collare…» Aleya lo indicò con un dito tremante, mentre l'altra mano le saliva d'istinto a sfiorarsi la gola. «Serve a nascondere le pulsazioni, le vene del collo.» Fece un piccolo passo avanti, un poco più sicura. «Vedete, guaritrice» riprese, con maggiore fermezza, «qui a Corte alcuni ospiti possono essere… difficili da contenere.»
«Difficili da contenere?» Laysandra la fissò, le sopracciglia scure inarcate in un'espressione di sdegnosa incredulità.
«Il collare è indispensabile, mia…»
«Cosa ti ho detto poco fa?» la interruppe Laysandra, fermandola subito: sulle labbra le comparve un sorriso sottile, privo di ogni acredine.
«Scusatemi.»
«Non preoccuparti. Ti abituerai.»
Laysandra guardò ancora una volta il collare rigido, sentendo montare il disprezzo. Emise un verso di netto disappunto, contrariata da quell'imposizione. Aleya, vedendo quella reazione così viscerale, non riuscì a trattenere una risatina nervosa che le sfuggì dalle labbra. Laysandra si voltò di scatto, fulminandola con uno sguardo severo; ma contro ogni sua aspettativa, la tensione si sciolse, e rise anche lei, di gusto, un suono raro, che non le usciva dal petto da molto tempo.
«Indosserò l'abito, ma…» afferrò il collare e lo gettò a terra con un gesto secco, carico di nausea. «…questo, no. Che imparino a domare i loro istinti, i cari ospiti. Io non sono un animale.»
Aleya non protestò, né tentò di raccoglierlo. Annuì di nuovo, in muta consapevolezza. Ma prima che Laysandra le voltasse le spalle per andare a cambiarsi dietro il paravento, fece due passi avanti, la voce fattasi bassa. «Ho anche un messaggio per voi» mormorò, torcendosi le dita sottili. «La Promessa del Principe desidera incontrarvi. Questa mattina. Vorrà sapere se gradite il suo invito.»
Gradire? pensò Laysandra. Un nodo le strinse lo stomaco. Aveva forse scelta?
Trasse un respiro profondo, il profumo delle erbe appese a una trave che le riempiva le narici, la veste bianca stretta tra le braccia. «Accetto.» Si voltò verso la ragazza. «Avvisa la Promessa che sarò lieta di incontrarla.»
«Benissimo. Allora io…»
«Aspetta, Aleya.» La voce di Laysandra scese improvvisamente di un tono, facendosi cupo suo malgrado. «La Promessa è…»
«La Promessa è una Fae» la anticipò Aleya, spezzando la sua esitazione. «Erede di Lumynis. Prima in linea di successione.»
Il cuore di Laysandra ebbe un sussulto violento contro le costole.
Lumynis. Aveva smesso di pronunciare quel nome da anni, relegandolo nel buio più fitto dei suoi ricordi d'infanzia. La memoria le riportò alle narici l'odore acre del fumo, il calore feroce delle fiamme, e poi, nitida, l'immagine di una sacerdotessa che la portava via di corsa, stringendola forte al petto.
Si schiarì la gola, mandando giù la saliva amara, cercando di ricomporsi davanti alla serva. «Perfetto… perfetto. Avvisa pure che la raggiungerò a breve, Aleya.»
La ragazza le rivolse un breve inchino formale e si congedò, chiudendo la porta con un tonfo sordo alle sue spalle.
Laysandra rimase sola nel silenzio della stanza. Dopo la rivelazione di ciò che l'attendeva, una domanda le ronzava senza tregua nella mente. La Promessa ha chiesto proprio me, come guaritrice di corte. Una Fae di Lumynis…
Si spogliò lentamente della tunica di lana e indossò la veste bianca, lasciandola scivolare sulla pelle ancora fredda. Mentre allacciava gli ultimi lacci sul fianco, le dita incontrarono qualcosa di duro cucito nella fodera, all'altezza del cuore: un piccolo ricamo, nascosto dove nessuno sguardo avrebbe potuto trovarlo per caso. Si fermò. Lo seguì con le unghie fino a distinguerne la forma: un cerchio spezzato da tre rami sottili.
Le gambe le si fecero di colpo pesanti. Conosceva quel segno. L'aveva visto ardere sulle porte del Tempio di Lumynis la notte in cui tutto era bruciato, la notte in cui una sacerdotessa senza nome l'aveva portata via tra le braccia mentre il cielo si tingeva di rosso.
Nessuno, al Tempio, aveva mai raccontato quel simbolo a un'estranea. Eppure qualcuno, in quel castello, lo conosceva. E lo aveva cucito apposta lì, dove solo lei, indossando quella veste, avrebbe potuto trovarlo.
Comprese, in quell'istante, cosa l'aveva svegliata quella mattina. Non si era trattato di un rumore. Tantomeno di un incubo. Qualcosa, in quel castello, la stava aspettando da prima ancora che lei vi mettesse piede.
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