Capitolo 9
Connor
L’appartamento di Tessa e Kevin è al terzo di quattro piani, ma per fortuna il palazzo ha un giardino condominiale che si affaccia sul retro, abbastanza grande da sembrare un parco privato. Le ruote della sedia faticano non appena usciamo dal vialetto di cemento per entrare sull’erba, sprofondando leggermente a ogni giro. Mi viene naturale allungare le mani per spingere più forte. Ma mi fermo. Lascialo provare da solo, prima. Le parole di Tessa mi rimbombano ancora in testa da ieri. Non so bene quale santo sto pregando in questo momento per avere la forza di lasciarlo provare da solo, mentre insiste sulle ruote per superare un tratto più molle vicino all’aiuola.
«Tutto bene?» chiedo. Saranno passati cinque secondi.
«Sì, Con. Ce la faccio».
Non facciamo nemmeno in tempo a giungere nel mezzo del giardino che avverto da lontano il rumore di piccoli passi, inequivocabilmente quelli di un cane. Sam arriva a razzo, dritto verso Lukas, e gli salta addosso con tutto il peso che ha.
La sedia oscilla da un lato emettendo uno scricchiolio metallico.
«Sam, no» urla Kevin da lontano, ma è già tardi. Mi lancio in avanti d’istinto, prima ancora di decidere se dovrei, e afferro il bracciolo per non farla cadere, mentre Lukas scoppia a ridere e si prende in faccia un sacco di leccate. «Ok, ok, ci sono anch'io. Non ci vediamo solo da qualche mese» ride, provando a spingere via il muso di Sam senza davvero volerlo fare.
«Piantala, mostro» interviene Kevin.
«Scusate, è sempre così quando rivede qualcuno che gli piace» dice Tessa, arrivando di corsa con le braccia alzate come se davvero potesse essere più veloce. «Lukas, stai bene?».
«Sto benissimo» risponde lui, ancora ridendo, un braccio intorno al collo di Sam che nel frattempo si è calmato quel tanto da limitarsi a stargli incollato addosso. «Anzi, è la prima cosa bella che mi succede da un mese». Mi tengo la battuta per me ma penso la stessa identica cosa. Guardo Lukas che affonda le dita nel pelo, è così rilassato e felice come non lo vedevo da tempo. Penso proprio che, se bastasse questo a farlo stare così bene, dovremmo fare un salto qui molto più spesso.
Passiamo il pomeriggio in giardino, io e Kevin che apriamo i due grossi gazebi per fare ombra, Tessa che scende con le bibite e una ciotola d’acqua per leccatutto. È così che lo abbiamo sempre chiamato io e Lukas da quando lo abbiamo conosciuto. Gab, invece, non è potuto venire a causa di sua sorella che lo ha arruolato all’ultimo per accompagnarla chissà dove.
Il sole si sente ma non dà fastidio, non è ancora eccessivamente opprimente da farti arrostire la pelle in pochi secondi.
A un certo punto del pomeriggio Kevin si siede accanto a Lukas, in un angolino lì sull’erba, vicino alla sedia, e Sam si accuccia tra i due ormai più calmo. Parlano a bassa voce, non riesco a sentire cosa si dicono dalla mia posizione, seduto vicino a Tessa che mi propina discorsi noiosissimi sulle sue ultime vicende lavorative. Guardo Kevin annuire a qualcosa che Lukas ha appena detto.
Lukas
Non lo decido in maniera consapevole, ma a un certo punto del pomeriggio smetto di seguire la conversazione del gruppo e mi ritrovo seduto per terra vicino alla sedia, la schiena contro una gamba del tavolino, con leccatutto che mi si accuccia contro il fianco. È più facile stare qui, che continuare a seguire i discorsi di Tessa sul lavoro o le battute di Kev. Non che non mi interessi. Ma a un certo punto tutto quel parlare mi stanca, non come prima che potevo stare ad ascoltare i discorsi di Gab sulle teorie del complotto per ore intere.
Kevin si stacca dal gruppo pochi minuti dopo e si avvicina, sedendosi sull’erba accanto a me. «Bel tradimento» commenta Kevin, guardando il cane. Poi, dopo una pausa: «Come stai Lukas? Davvero». Alzo le spalle.
«Bhe, sono seduto sul prato con un cane che sbava sui miei pantaloni. Potrebbe andare peggio dai».
«Sai che intendo. Tu, tu come stai veramente?». Non ride alla battuta. Non ho mai nemmeno visto Kevin farsi così serio
«Ti sto chiedendo come la stai vivendo. Tutta questa storia».
«Onestamente?» dico alla fine. «Non lo so. Alcuni giorni va bene. Altri mi sveglio e per un secondo mi dimentico tutto, poi mi ricordo e mi sembra di dover scoprire di nuovo tutto da capo, ogni singola volta». Annuisce, dandomi il modo di poter continuare. «E poi c'è la cosa più strana di tutte» aggiungo, guardando Sam invece che lui. «Non provo più niente per un sacco di cose che prima mi piacevano. E non lo dico a nessuno perché sembra una cosa da matti, non so».
«Non sei matto» dice Kevin. Poi continua «Ti dico una cosa, e non prendermi in giro dopo. Quando mio fratello si è fatto molto male al lavoro qualche anno fa, ci ha messo mesi a tornare a essere quello che era prima. E per un periodo non era proprio lui, capisci? Rideva meno, si arrabbiava per cose stupide, non gli andava più di fare le cose che gli piacevano. Poi piano piano è tornato. Non uguale a prima, ma è tornato». Non so cosa rispondere esattamente. Cioè, in realtà, è come quel momento in cui stai per inviare un messaggio importante e resti bloccato a guardare lo schermo, senza riuscire a premere invio. Come se premere quel tasto significhi ammettere qualcosa che non sono pronto a dire. Ma è la prima volta da settimane che qualcuno mi dice qualcosa che non suona come una frase di circostanza. Ed è strano che questo sia successo con lui e non con il mio migliore amico.
«Comunque» aggiunge lui, tornando quasi al suo solito tono, «se hai bisogno di stare zitto e accarezzare un cane invece di parlare con qualcuno, per me va benissimo. Sam non giudica. Ma nemmeno io, se è per questo».
Mi scappa un mezzo sorriso. «Grazie, Kev».
«Non abituarti, il momento sentimentale è finito. Se lo dici a Gab che ho fatto il serio per cinque minuti, negherò tutto. Avvisato».
Torniamo a casa che si sono fatte le venti. Appena Connor parcheggia nel vialetto, noto che controlla il telefono, gli viene automatico. Lo fa sempre appena spegne il motore. Ma questa volta si blocca. Ha uno di quei sorrisi che partono e si bloccano a metà.
«Tutto ok?» chiedo. Rimette via il telefono in fretta. «Sì, sì. Andiamo dentro». Non insisto subito. Entriamo in casa, lui svuota le tasche buttando le chiavi sul piattino all’ingresso e il cellulare sul tavolino del salotto e si dirige in cucina a preparare qualcosa per cena. Senza pensarci troppo spingo le ruote verso il tavolo, prendo il suo telefono e lo sblocco. La schermata è ancora aperta su una mail che ha come oggetto “Conferma di ammissione - Eastern Michigan University”, un’università che non ho mai sentito nominare in casa nostra.
«Con» lo chiamo dalla porta della cucina, il telefono ancora in mano. «Cos'è questa?». Si volta, mi vede con lo schermo acceso e si avvicina strappandomelo con veemenza dalle mani. «Ma che cazzo fai, adesso mi spii il telefono? Non è niente».
«È una mail di ammissione. A un’università di cui non mi hai mai parlato» Aspetto, ma lui non dice niente, quindi continuo. «So che quella di Chicago che sognavi non ti ha preso, me lo hai detto il giorno del tuo compleanno, prima che... insomma, prima di tutto. Ma questa non l'ho mai sentita. Da quando hai fatto domanda anche lì?».
Connor si asciuga le mani su uno strofinaccio, come per guadagnare tempo.
«Qualche settimana dopo l'incidente» ammette, senza guardarmi. «L'ho fatto una sera che non riuscivo a dormire. Non ci ho neanche pensato troppo, l'ho solo mandata e basta».
«E in quale assurdo universo parallelo hai pensato che tenermi all’oscuro fosse una buona idea?».
«Perché avrei dovuto dirtelo?» Ora mi guarda, e nella sua voce sento un mix tra rabbia e imbarazzo. Le sue dita trovano il bordo della maglietta e cominciano ad arrotolarne il tessuto. «Tu eri in ospedale, Lukas. Poi eri a casa e dovevi reimparare a fare le cose da solo. Non mi sembrava il momento di venirti a raccontare le mie ansie su una domanda universitaria che non era nemmeno quella che volevo. Se n’è andata via anche dalla mente».
Non capisco. Io e lui ci siamo sempre detti tutto. Nessun segreto, sappiamo ogni cosa l’uno dell’altro e adesso scopro che non mi ha detto nulla.
«Quando mai ci nascondiamo le cose?» chiedo.
Lui abbassa lo sguardo sullo strofinaccio che ha ancora in mano, girandolo tra le dita senza motivo. «Mai, infatti. Per questo mi sembrava una cazzata tirarla fuori. L’università di Chicago era l'unica cosa che volevo davvero, Luke. Questa qui...», fa un gesto vago verso il telefono che ha riappoggiato sul tavolo. «Mi sono accontentato. Ho fatto domanda perché non potevo permettermi di aspettare un altro anno per un'altra occasione a Chicago, non con tutto quello che stava succedendo qui. Ho scelto la prima cosa decente che avevo a portata di mano».
«E ti hanno preso».
«Sì». Fa una specie di mezza risata. «E in realtà ho anche sentito dire in giro che è un buon ateneo, magari meglio di quanto pensassi all'inizio. Non volevo credere che fosse un piano B, figurati parlartene. Ma non lo so… È lontano, servirebbe trasferirsi. Non ci ho nemmeno pensato sul serio».
Resto in silenzio un momento. Non è tanto il fatto che si sia accontentato a darmi fastidio. È che l'ha fatto da solo, in silenzio, per settimane, senza che io ne sapessi niente.
«Non farlo più» dico alla fine. «Non nascondermi le cose. Nemmeno quelle che ti sembrano stupide, o inutili. Sai bene quanto detesti quando gli altri si comportano così con me, e come mi faccia infuriare l'idea che qualcuno scelga al posto mio come dovrei sentirmi o comportarmi». Mi guarda negli occhi tentando di scusarsi con lo sguardo. «Ok» mormora, «Hai ragione. Ok, scusa».
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