Storia · capitolo 8

Capitolo 8

Sceglimi ancora di Eron T.

Connor


Dopo aver aiutato Lukas a sistemarsi sul divano, mi infilo subito in cucina a tirare fuori quello che ho comprato per la cena. 

«Allora, com'è andata oggi?» chiedo, aprendo i sacchetti della spesa. Non l'ho visto con i miei occhi, quindi sono molto curioso di sapere se è riuscito ad alzarsi.

«Otto secondi in piedi» risponde lui dal divano. «Sarah dice che è un miglioramento enorme, io dico che è comunque una cazzata visto che prima ci stavo in piedi per ore senza nemmeno pensarci, ma vabbè».

«Otto secondi? Si infatti non sono proprio niente, eh». Esco un attimo dalla cucina, giusto il tempo di dargli un bacio veloce sui capelli. «Sono contento che tu ci sia riuscito, comunque».

«Ora ti metti a fare il sentimentale?» chiede lui. Ma il modo in cui lo dice mi fa capire che gli ha fatto piacere sentirlo. 

Torno ai fornelli. Il salotto resta in silenzio. Niente tv, niente musica, solo lui che scrolla il telefono. Fino a poco tempo fa non esisteva silenzio in questa casa, ora sembra quasi piacergli, o almeno non gli dà fastidio quanto gliene dava prima dell’incidente.  «Tessa ha avuto un'idea per domani» gli dico, mescolando il sugo che riempie la cucina di odore di aglio e pomodoro. «Vuole che andiamo da lei e Kevin. Ha già organizzato tutto, sedia, scale, giardino. Non ti sto chiedendo se ti va, te lo sto solo dicendo, quindi non provare a inventarti scuse».

Alza un sopracciglio, sorpreso dal tono. «Guarda chi si è fatto furbo».

«Tessa mi ha dato istruzioni precise». Scoppia a ridere. «Ovviamente. Va bene, ci sto. Almeno domani ho una scusa valida per non rispondere alle pallose mail di lavoro».


Più tardi, quando spengo la luce e mi infilo sotto le coperte, sento subito i suoi piedi gelati strisciare contro il mio polpaccio, di proposito, con quel sorrisetto che percepisco anche al buio senza bisogno di vederlo.

«Lukas».

«Cosa».

«I tuoi piedi sono ghiacciati». 

«E allora scaldali tu, sei la mia borsa dell'acqua calda personale». Si avvicina ancora, incastrando i piedi gelidi proprio dove fa più male, contro le caviglie.

«Sei proprio dispettoso».

«Mi ami lo stesso». Non è una domanda. Mi passa un braccio intorno alla vita e mi tira contro il suo petto. Adesso lo riconosco: lo stesso stronzo che mi tormenta per divertimento da anni. 

Appena mi stringe, lo bacio. Lui risponde subito, una mano che sale lungo la mia schiena sotto la maglietta. 

«Aspetta» mormora contro la mia bocca, allontanandosi appena. Nel buio non vedo bene la sua faccia, ma sento la tensione nella voce. «La gamba. Se mi muovo male rischio di…».

«Allora non ti muovere, ci penso io stavolta». Esita un secondo. 

«No, è che… Odio doverti far pesare sempre tutto. Anche questo».

«Lukas». Aspetto che mi guardi davvero prima di continuare. «Non è una gara a chi fa di più. È solo diverso da come lo facevamo prima». Lo sento sciogliersi un po’ di più.

«Va bene, investigatore. Dimostramelo allora, invece di parlare».




Torna alla scheda dell’opera

Dopo questo capitolo puoi leggere anche