Storia · capitolo 10

Capitolo 10

Sceglimi ancora di Eron T.

Lukas


Manca mezz’ora alla fine del turno, e il cursore lampeggia da dieci minuti su una cella vuota del foglio Excel che dovrei aver finito di riempire già da ieri. Il tavolo della cucina è diventato il mio ufficio da qualche settimana: laptop, un quaderno pieno di appunti che sembrano geroglifici, la tazza di caffè freddo che continuo a dimenticarmi di finire. Non posso far altro che pensare a Connor, alle tre settimane che ha per confermare l’ammissione e immatricolarsi. Se lo fa, se decide davvero di andarci, a settembre parte. Chiudo il laptop dieci minuti prima dell’orario ufficiale, tanto nessuno controlla, e oggi ho altro da fare. Sarah mi ha dato il via libera per le stampelle questa settimana, e mi sto impegnando più di quanto le abbia detto: due giri nel salotto ogni paio d’ore, appoggiandomi sui mobili quando anche le stampelle non bastano. Mi alzo dalla sedia, incastro gli avambracci nei supporti di plastica, faccio forza sulle spalle e comincio il giro. Il gommino raschia contro il pavimento. Un passo, poi un altro. Sto barcollando ma la gamba regge. Sono arrivato quasi al divano quando sento la chiave girare nella serratura. Connor entra, le buste ancora in mano, e si ferma sulla soglia, la porta ancora aperta dietro di lui. 

 «Stai... stai camminando».

«Sto cercando di farlo, sì. Attento a non far cadere la spesa per lo shock». Non si muove. Le buste gli pendono da un braccio, dimenticate. «Da quando?».

«Da lunedì. Sarah mi ha dato l'ok all'ultima seduta». Mi fermo, appoggiandomi con entrambe le mani sull'impugnatura per riprendere fiato. «Mi sono esercitato di nascosto quando non eri in casa. Volevo essere sicuro di non sembrare qualcuno con il mal di mare prima di fartelo vedere». 

Connor posa finalmente le buste sul bancone e si avvicina. 

«Sei un idiota. Potevi dirmelo».

«E rovinare l'effetto sorpresa? Mai». Faccio gli ultimi passi che mi separano dal divano e mi ci lascio cadere di peso, appoggiando le stampelle contro il bracciolo. Connor mi raggiunge cinque minuti dopo aver riposto qualcosa dalle buste al frigo. Si siede accanto a me e mi passa una mano tra i capelli, ancora umidi di sudore per lo sforzo del giro.

«Sono troppo contento, lo sai?» dice. Deve sempre esagerare. «Per due secondi in piedi in più del solito?» rispondo. 

«Zitto». Ma sorride mentre lo dice, e prima che possa rispondergli con un'altra battuta mi bacia. Gli metto una mano dietro la nuca per tenerlo vicino ancora un momento, anche dopo che si stacca.

«Vado a prendere un po' d'aria» dico poi, tirandomi su con l'aiuto delle stampelle. «Fuori nel giardino».

«Vuoi che ti accompagni?»

«No, faccio da solo. Voglio prendere un po’ d’aria qualche minuto». Mi guarda un attimo come se stesse per insistere, poi annuisce.

«Ok. Preparo qualcosa da sgranocchiare, allora. Ti va di vedere qualcosa stasera? Tipo... rewatch di Twilight?» Lo dice con quella finta faccia da scocciato che fa sempre, anche se in realtà gli piace quanto a me. Glielo farò ammettere prima o poi.

«Ovviamente sì. E niente popcorn bruciacchiati come l'ultima volta».

«Una volta, Lukas. È successo una volta».

Esco dalla porta per raggiungere l’ingresso indipendente. C'è un solo gradino da superare per arrivare fuori, ma devo calcolare il movimento al millimetro per non ammazzarmi.

Ci metto una vita, con le ascelle in fiamme e le braccia che formicolano, ma alla fine riesco a poggiare i gommini sull'asfalto rovinato del vialetto.Il cortiletto condominiale dietro il palazzo non è granché: un pezzo di prato che definire tale è uno spergiuro, pieno di chiazze gialle e buchi nell’asfalto del vialetto in cui rischio di incastrare le stampelle. Ma ci sono due panchine di ferro battuto messe decisamente meglio del resto, e un paio di alberi che forse sono qui da decenni. Mi siedo su una delle panchine, con i muscoli delle braccia che tremano per lo sforzo, appoggiando le stampelle accanto a me, e resto qui ad assorbire tutta la calma possibile. Si sente odore di pioggia, quell’odore metallico e terroso che si sente prima di un temporale. Ho sempre amato questa sensazione, molto più della pioggia in sé: l’attesa, il cielo che si scurisce  un pochino alla volta. Prima dell’incidente uscivo apposta con Connor a fare una corsetta proprio nei pomeriggi come questo. 

Un gattino grigio spunta da dietro il cassonetto vicino al muretto di fronte, uno dei randagi che ogni tanto passano a controllare se qualcuno ha lasciato avanzi fuori. Mi fissa per un secondo, poi decide che non valgo l’attenzione e sparisce di nuovo tra i cespugli secchi. 

Penso al cassetto chiuso in camera, a quella cosa che ho comprato con settimane di anticipo per una serata che non è mai andata come volevo. Anzi non c’è proprio stata. Penso anche a Connor che tra meno di venti giorni deve decidere se restare qui con me o partire per il Michigan. Qualsiasi cosa scelga, spero che sia una decisione presa per sé e non per me. Anche perché ci sarà da capire un po’ la questione delle tasse. Connor non viene da una famiglia ricca e i suoi non gli passano un centesimo; se vuole andare all'università dovrà per forza trovarsi un lavoro o rimediare una borsa di studio per coprire le spese. Per quanto vorrei aiutarlo, io non posso pagare tutto per entrambi. Con il mio stipendio proprio non ci riesco.

Le prime gocce cominciano a cadere. Invece di sbrigarmi a rientrare, resto seduto sulla panchina. Chiudo gli occhi e lascio che l'acqua mi bagni i vestiti per un po', godendomi il freddo sulla pelle. Era da prima dell'incidente che non me ne stavo sotto la pioggia. Quando finalmente decido di fare leva sulle stampelle per tirarmi su, ho la maglietta completamente appiccicata addosso. Mi avvio per l’ingresso, senza fretta, concentrandomi su dove metto i gommini per non scivolare sull’asfalto viscido. Tanto ormai sono già mezzo bagnato, e la cosa non mi dispiace nemmeno un po’.



Connor


Metto il burro a sciogliere in pentola e verso i chicchi di mais mentre fuori sento le prime gocce scivolare sul vetro della finestra della cucina. Il profumo di popcorn comincia a sentirsi, insieme allo scoppiettio, uno di quei piccoli rumori che mi piacciono da impazzire. Uno dei miei fetish preferiti. Sì, anche io ho i miei problemi. Mentre aspetto che finiscano di scoppiettare, vado in salotto, accendo la tv e metto Twilight, premendo pausa non appena appare la prima scena della foresta. Subito dopo vado in camera a prendere una felpa più pesante: fa fresco oggi. E e io sono freddoloso anche nei giorni in cui in teoria non dovrei esserlo nonostante Lukas dica sempre che sono la sua borsa dell’acqua calda. Mi prende in giro perchè mi vesto come se vivessi al Polo Nord anche a maggio. Apro il cassetto dei maglioni, poi quello sotto per un paio di calze pesanti, e mi accorgo che l’ultimo cassetto della cassettiera, quello grande in basso, non si apre. Tiro di nuovo, pensando di aver solo sbagliato la presa, ma è chiuso davvero. Il cassetto ha una piccola serratura incorporata, di quelle con la chiave a scomparsa. Non l’ho mai notato prima, forse perchè non l’abbiamo mai aperto. Cioè in realtà ci mettevamo i calzini pesanti ma a quanto pare sono stati spostati. La cassettiera era già qui quando abbiamo preso in affitto la casa due anni fa, e immagino anche la chiave. Chiederò a Lukas se sa qualcosa, e perchè gli ha spostati, o magari ha trovato la chiave da qualche parte e non mi stupirebbe pensare che si sia divertito a chiuderlo per gioco. 

Non sento più scoppiettare i popcorn, segno che stanno per bruciare. Corro subito a spegnere la fiamma cercando di salvare la merenda. Poi li passo in una ciotola grande e ne rubo una manciata prima ancora di finire di versarli. Sistemo il divano con le coperte che teniamo nel pouf in basso. Lukas entra pochi minuti dopo, i capelli bagnati appiccicati alla fronte, le stampelle che battono sul pavimento dell'ingresso mentre cerca di stare in equilibrio per togliersi le scarpe fradice.

«Sei zuppo» dico, guardandolo attraversare il salotto.

«Sai che mi piace questa sensazione, è solo acqua».

Fa per lasciarsi cadere sul divano, ma lo blocco con un'occhiataccia prima ancora che possa bagnare il tessuto.

«Non pensarci nemmeno. Vado a prenderti un cambio prima che mi inzuppi i cuscini».

Lui sbuffa, ma resta in piedi appoggiato alle stampelle. Vado in camera, recupero un asciugamano, una maglietta asciutta e un paio di pantaloni della tuta, poi torno in salotto e glieli passo. Mentre si asciuga i capelli e si cambia, io appoggio la ciotola dei popcorn caldi sul tavolino. Lukas si lascia cadere accanto a me, finalmente asciutto, e afferra subito la coperta per sistemarsela sulle spalle. Guarda lo schermo della tv, già fermo sulla prima scena, poi si gira verso di me.

«Aspettavo solo che ti degnassi di tornare» dico e premo play.

La musica della colonna sonora parte, c’è quella scena iniziale nella foresta che abbiamo visto talmente tante volte da sapere le battute a memoria. Lukas si sistema contro il mio fianco, la testa sulla mia spalla, la ciotola di popcorn in equilibrio sulle sue ginocchia.

Dopo neanche mezz’ora di film cedo al bisogno di parlare.

«Ecco, guarda, è già innamorata di lui e lo conosce da due giorni» dico, prendendo una manciata di popcorn. «Molto realistico» aggiungo.

«Non hai idea di cosa vuol dire il vero amore, Con. Edward capirebbe».

«Edward ha centootto anni ed esce con una diciassettenne. Non è propriamente il mio modello di virtù».

«Sei solo geloso perché non sei un vampiro» dice lui, senza il minimo dubbio, prendendo un’altra manciata di popcorn dalla ciotola.

«Sì, perchè chi non sogna di bere sangue e prendere fuoco al primo raggio di sole».

«Pensaci. Addio sole, addio cibo normale, addio sonno, e in più la vita eterna… dove si firma?».

Quando arriva la scena della partita di baseball nel temporale, Lukas fa per tirarsi su, dimenticandosi per un millesimo di secondo come è messo. Punta la gamba buona e si slancia, ma l’altra cede subito sotto di lui. Ricade pesantemente sul divano, aggrappandosi al bracciolo per non perdere l’equilibrio, e la ciotola salta in aria. Non ha il tempo di prenderla. I popcorn piovono letteralmente ovunque, sul tappeto, tra i cuscini, addosso a me. Un disastro. Nasconde subito il dolore con una smorfia, e i suoi occhi tornano subito sullo schermo. 

«Guarda, guarda, è il momento migliore di tutto il film!» esclama divertito. Ignorando del tutto la cascata di popcorn che ci circonda, imita il lancio assurdo ma memorabile di Alice. Visto che le gambe non lo reggono, usa solo la parte superiore del corpo: si contorce sulle spalle, allungando un braccio dritto in avanti come se avesse appena scagliato una palla a una velocità che contraddistingue solo i vampiri, e piegando l’altra dietro la nuca in un’angolazione del tutto assurda e innaturale. Non smette di ridere nemmeno per un secondo, incastrato in quella posa ridicola in mezzo al casino che ha combinato. Io scoppio a ridere così forte che mi escono le lacrime, rinunciando all’istante all’idea di salvare quel poco che è rimasto nella ciotola ormai rovesciata sul pavimento.




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