Capitolo 7
Connor
Sono le sette e trrentacinque e per la prima volta da un po’ di tempo non mi sveglio con l’allarme Lukas a tutto volume. Anzi, il contrario. Mi sveglio per il silenzio che c’è in casa. Resto immobile un secondo, ad ascoltare. Niente musica, niente Lukas che sbaglia ogni singola parola di una canzone che dovrebbe sapere a memoria. Il suo lato del letto è vuoto, le coperte tirate su leggermente in un modo quasi ordinato che non gli appartiene. Quello che gli è rimasto sicuramente è la testardaggine. Gli avrò ripetuto migliaia di volte di chiamarmi al mattino per dargli una mano ad alzarsi, ma puntualmente scatta in lui quella fissa di non voler disturbare nessuno e contare solamente sulle proprie forze. Mi stropiccio gli occhi, mi alzo e vado in bagno. Mi infilo sotto la doccia sperando che l’acqua calda mi svegli del tutto, ma lascio la porta socchiusa, in ascolto. Niente. Nessun rumore. Chiudo il getto prima ancora di essermi sciacquato via del tutto il bagnoschiuma. Mi asciugo in fretta infilandomi una felpa e i pantaloni della tuta. Poi lancio i boxer e la maglietta di ieri nella cesta dei panni sporchi, mezza fuori e mezza dentro, senza fermarmi a sistemarli. Esco in corridoio per capire se sia ancora in casa o sia andato fuori. Non mi stupirebbe, nella maniera più assoluta. Ma lo trovo in cucina, fermo davanti al bancone, la tazza in mano a mezz’aria. Ha gli occhi fissi su un punto del muro che di certo non ha nulla di interessante.
«Lukas?» Niente. Nemmeno un battito di ciglia. «Lukas» ripeto, un po' più forte, avvicinandomi. Solo allora sussulta leggermente, come se lo avessi appena svegliato da qualcosa. «Scusa, ero...» Si blocca. Guarda la tazza vuota come se non ricordasse di averla in mano. «Che ora è?» Gliel'ho appena detto, tre minuti fa, mentre uscivo dalla doccia.
«Le sette e cinquanta rispondo, «Tutto ok?». Lukas sbatte le palpebre un paio di volte, come per tornare alla normalità, poi appoggia la tazza sul tavolo. «Sì, scusa. Mi sono perso a pensare» Si passa una mano tra i capelli, dal lato sano della testa, e mi lancia un'occhiata quasi infastidita. «Perché mi guardi così?».
«Come ti guardo?».
«Come se avessi fatto qualcosa di strano». Versa il caffè, mostrandomi chiaramente ogni singolo movimento, come a dimostrare che va tutto bene. «Ero sovrappensiero, Con. Non ci credo che non ti è mai successo». Non insisto più di tanto. Prendo la mia tazza e mi appoggio al tavolo, accanto a lui, cercando qualcos’altro da dire per cambiare argomento. «Comunque» dice lui dopo un sorso, tornato quasi subito quello di sempre, «hai finito i cereali che mi piacciono e hai comprato quelli con l'uvetta. Chi diavolo mangia l'uvetta nei cereali».
«Sono gli unici che avevano purtroppo».
«Allora significa che dovrò tapparmi il naso per mangiarli». Prende comunque la scatola e se ne versa una quantità spropositata nella tazza. «A proposito» dico, guardando l'orologio. «Oggi pomeriggio hai la fisioterapia. Sarah ha detto che vuole farti provare a stare in piedi. Per davvero, intendo. Senza tenerti alla sedia.» Si blocca con il cucchiaio a mezz’aria, giusto un attimo, poi lo rimette di nuovo nella tazza come se niente fosse. «Lo so» dice. «Sai c’ero anche io alla seduta». Non aggiunge altro. Ma il modo in cui continua a mangiare, con lo sguardo fisso sulla tazza invece che su di me, mi fa capire che ci sta pensando molto più di quanto voglia far credere.
Nel pomeriggio arrivo da CassyLyn con dieci minuti di anticipo, giusto il tempo di accaparrarmi il solito tavolino vicino alla vetrata e ordinare un caffè. Il locale è affollato, c’è il rumore della macchina del caffè mezza rotta che fa i capricci per l’ennesima volta. Quando si decideranno a cambiarla penso che io e Lukas avremo tre bambini.
Gabriel piomba dentro alla sua maniera, urtando quasi un cameriere. «Arriverai sempre in anticipo?» dice, sistemandosi sulla sedia di fronte a me. Mi squadra un secondo, socchiudendo gli occhi. «Cazzo, hai una faccia orribile» commenta.
«Grazie, anche a me fa piacere vederti».
«No dico sul serio, sembri uno zombie». Tessa arriva pochi minuti dopo, borsa gigante a tracolla, e si infila sulla sedia accanto a me invece che accanto a Gab. «Kevin?» chiedo. «Riunione fino a tardi, gli tocca il turno sfigato oggi.» Si toglie la giacca, la appoggia sullo schienale. «Allora. Come stai?»
«Bene. Cioè, sta lavorando da casa, oggi pomeriggio ha la fisioterapia, prova a stare in piedi per la prima…».
«No, Connor» Mi interrompe, «Come stai tu.»
«Io sto bene, sto…».
«Hai le occhiaie fino al mento,» dice Gab. «E ieri mi hai risposto a un messaggio alle tre di notte con un audio di dodici secondi. Chi è che rimane sveglio a quell’ora?».
«Stavo controllando se Lukas dormiva bene».
«Appunto». Tessa incrocia le braccia sul tavolo. «Sei sicuro che sia lui quello che devi controllare ogni due ore, o hai iniziato a farlo anche perché così non devi stare fermo un attimo a pensare a come stai messo tu?». Non rispondo. Il cameriere posa i caffè sul tavolo, e io mi concentro un secondo a mettere le due bustine di zucchero che aggiungo solitamente. «Sto solo cercando di stargli vicino,» dico alla fine. «Perchè la vedete come una cosa negativa?»
«Nessuno ha detto che lo sia» risponde Tessa, più piano. «Ma ieri mi ha scritto lui, non tu. Mi ha chiesto se potevo passare io a portargli la carta per la stampante perché non voleva disturbarti mentre eri fuori».
Mi blocco. «Non me l'ha detto».
«Ovvio che non te l'ha detto. Perché sennò tu molli tutto e corri lì, e lui in questo momento ha più bisogno di sentirsi normale che assistito». Fa una pausa, gira il cucchiaino nel caffè senza berlo. «Connor, lo stai soffocando. E ti stai soffocando pure tu, giusto per non farti mancare niente».
«Non è così, ve lo assicuro».
«È esattamente così» taglia corto Gab, e per una volta sembra essere talmente serio che quasi mi spavento.
«Ascolta, io lo so meglio di chiunque altro quanto Lukas non sopporti sentirsi un peso. Se si accorge che gli stai appiccicato dietro, quello che ottieni non è farlo sentire più al sicuro. È fargli sentire che è un problema da gestire ventiquattr'ore su ventiquattro».
«Quindi cosa dovrei fare, sparire?» chiedo.
«No, idiota,» sbuffa Tessa. «Dovresti uscire a bere un caffè con noi senza controllare il telefono ogni tre minuti, per dirne una». Alza un sopracciglio, aspettando che gli dia ragione. Abbasso lo sguardo e mi rendo conto che il telefono ce l’ho già in mano, schermo acceso, senza nemmeno essermene accorto.
«Visto?» dice lei, ma non con cattiveria. Allunga una mano e me lo giro con due dita, spegnendo lo schermo. «Fidati di lui un po'. E fidati anche di noi, ogni tanto. Non sei tu l'unico che vuole stargli vicino». Gab dà un morso alla seconda brioche che ha ordinato. «E comunque,» aggiunge, a bocca piena, «se muori di stanchezza tu prima di lui, chi glielo dice che l'ho fatto vincere a Mario Kart apposta per tirarlo su di morale? Devo pur avere un testimone». Nonostante tutto mi scappa una specie di mezza risata. Ma fisso le due bustine di zucchero vuote sul tavolo chiedendomi se Tessa abbia ragione. Forse sto sbagliando tutto. La verità è che non ho idea di come spegnere questo strano allarme che mi suona nel cervello. Non so come si fa a stargli accanto come se niente fosse, senza avere il terrore costante che qualcosa vada storto se chiudo gli occhi anche solo per un secondo.
«Comunque» dice Tessa, cercando di cambiare discorso, «Domani vieni a casa nostra con Lukas. Ho già deciso, non è una domanda».
«Ok...» rispondo, «Perché proprio domani?».
«Perché io e Kevin non lavoriamo. E poi c’è Sam» dice, «E voi due impazzite per quel cane più di quanto impazzite l'uno per l'altro, quindi non fare il difficile».
Gab quasi si strozza con il cornetto. «È vero però. L'ultima volta Lukas ha passato più tempo a farsi leccare la faccia da Sam che a parlare con noi. Ero geloso di un labrador».
«Non è un labrador, è un meticcio,» lo corregge Tessa, offesa. Non sta nemmeno esagerando a dire che impazziamo. Sto chiedendo un cane a Lukas da talmente tanto tempo che ho perso il conto delle scuse che mi ha tirato fuori: prima l’affitto che non lo permetteva, poi lo spazio. Quindi no, Tessa non sta inventando niente. Se dipendesse da me avremmo già un cane, forse due, ma voglio che anche lui sia sicuro al cento per cento. «Non so se è una buona idea portarlo in giro con la sedia, il vostro appartamento ha le scale...»
«Ci ho pensato io, Connor» taglia corto Tessa.
«Portiamo noi giù Sam, e voi due state comodi in giardino invece che dentro casa. Fine della questione».
«Vedi di lasciarla organizzare» mi dice Gab, dandomi un colpetto sul braccio. «Tanto lo sai che quando ha già deciso una cosa è inutile discutere, l'ho imparato a mie spese in otto anni».
«Esatto» conferma lei, per niente pentita. «E tu domani porti la birra, così Lukas può guardare voi due sbronzarvi e prendervi per il culo come sempre».
«Va bene» dico. «Glielo chiedo stasera».
«Non chiedergli se gli va» mi corregge Tessa, alzando un dito. «Diglielo e basta. Se lo chiedi, trova sempre un modo per dire che non serve disturbarsi per lui».
Ha ragione, ovviamente. Come fa ad aver sempre ragione è uno dei misteri dell’universo.
Lukas
Connor mi ha mollato qui da Sarah, la fisioterapista, circa mezz’ora fa ed è andato a comprare qualcosa per la cena. Gli ho ripetuto tipo un milione di volte che potevo chiamare un Uber o chiunque altro, ma niente, zero, non c’è stato verso. Ha preferito organizzarsi per accompagnarmi lui. Mi ha promesso di tornare a prendermi all’ora stabilita. E so che arriverà in anticipo.
Otto secondi. Sarah continua a ripetermelo come se avessi appena superato un record mondiale alle olimpiadi. Otto secondi in piedi, senza le sue mani sotto le ascelle a tenermi. Non me lo aspettavo, onestamente. Pensavo di poterne reggere massimo tre, forse quattro, prima di ricrollare sulla sedia come un sacco di patate. «Visto? Te l'avevo detto che oggi andava meglio» dice Sarah.
«Fantastico. Ora vorrei provare a fare la verticale, giusto per esagerare». Lei ride, ma non risponde alla battuta, presa a scrivere sulla cartella. Ho la maglietta appiccicata alla schiena e la fronte che gronda di sudore. Tutto questo per soli otto secondi in piedi. Otto, cazzo.
Quando sono a casa, mi siedo sul divano, allungando la gamba buona sul tavolino e prendo il telefono per passare il tempo prima della cena. Per abitudine, la mano scivola verso il telecomando dello stereo, quello vecchio che tengo lì solo per collegarci il telefono e sparare musica a palla mentre faccio colazione o mi annoio. Lo prendo, ci gioco un attimo tra le dita. Poi lo rimetto giù senza accenderlo. Non mi va più di tanto in realtà. Sono solo stanco, mi dico. Quei secondi in piedi hanno richiesto il dispendio calorico di una mezza maratona, ha senso che non abbia voglia di sentire le solite canzoni di merda. Recupererò tutto. Domani probabilmente lo riaccendo.
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