Storia · capitolo 6

Capitolo 6

Sceglimi ancora di Eron T.

Connor


Oggi è il giorno della fisioterapia di Lukas. Sono seduto su una scomoda sedia di plastica da venti minuti. Lui è steso sul lettino a qualche metro da me. Sarah, la fisioterapista, gli sta chiedendo di sollevare la gamba tesa di qualche centimetro. Lukas stringe i denti e fa leva sui gomiti, ma la gamba trema a malapena e ricade giù. Di solito, a questo punto, partirebbe un’imprecazione. Mi aspetto che dica a Sarah di riprovare, che si incazzi con se stesso, che faccia lo sbruffone per nascondere che non ci riesce. D’altronde è il suo schema mentale da sempre: se non ci riesci, spingi più forte. Quello che ho sempre voluto fargli capire è che non sempre si ha la forza per farlo. Diventa impossibile. E infatti molla la presa. Si mette a sedere scostando la mano della terapista dal ginocchio. «Finito.» Sarah guarda l'orologio. «Mancano dieci minuti, Lukas. Devi provare a...».

«Non me la sento. Sono stanco, posso riprovare la prossima volta?» chiede.

«D’accordo, se non ti senti bene è inutile insistere. Ci vediamo la prossima volta». 

Lui prende l'asciugamano, si asciuga il collo e si sporge in avanti per afferrare i braccioli della sedia a rotelle. Non guarda né lei né me. Si tira su facendo leva sulle braccia e si lascia ricadere sul sedile. Dopodiché spinge la sedia verso la porta a testa bassa. Lo seguo fuori dalla clinica senza spiccicare parola, dandogli i suoi spazi. Solo quando ha finito di trascinarsi sul sedile anteriore dell’auto, carico la sedia nel bagagliaio e metto in moto. Allunga subito la mano verso la radio, alza il volume e si gira verso il finestrino.

Per tornare a casa ci vogliono circa dieci minuti. Al semaforo prima del nostro incrocio metto la freccia a destra, poi lo guardo fissare fuori dal finestrino e so che passare il resto del pomeriggio in salotto non aiuterà nessuno dei due. Tolgo la freccia. «Comunque Tessa mi ha scritto poco fa. Ci aspetta al campetto per ordinare da mangiare. Le ho già detto che andavamo, ma se preferisci di no, basta che me lo dici».

«Passiamo» dice, abbassando un po' la radio. 

Appena arriviamo, parcheggio vicino alla rete metallica che divide la strada dal campo. Sento subito Gab sbraitare contro un ragazzino. E solitamente o è per un fallo, o perchè ha torto.

Tiro fuori la sedia, lo aiuto a scendere e lo spingo verso i gradini di bordo campo. Tessa è già lì, mezza sdraiata sui borsoni a scorrere il telefono. Appena ci vede, blocca lo schermo e si alza. «Era ora» dice, piazzandosi davanti a Lukas e dandogli un pugno leggero sulla spalla. «Stavo per ordinare da mangiare da sola, peggio per voi.» 

Kevin arriva dieci minuti dopo. Parcheggia la macchina sulle strisce, scende con la camicia mezza fuori dai pantaloni da lavoro e la borsa a tracolla. Si piazza in piedi dietro Lukas, appoggiando gli avambracci sulle maniglie della sedia a rotelle. «Solo per sapere... vi siete fatti rubare la macchina?» chiede, scrutando il parcheggio. «Perché laggiù non c'è traccia della tua auto, e vi giuro che oggi non ho le energie mentali per farvi da taxi e riportarvi tutti a casa».

«Tranquillo, nessuno me l'ha rubata» lo rassicuro subito. «L'ho piazzata prima del marciapiede, attaccata alla rete dell'entrata, in corrispondenza dello scivolo per disabili così era più comodo per la sedia a rotelle».

 «Comunque, occhio alla carrozzeria, stronzo» si rivolge subito Lukas verso Kevin, spingendo via la mano dalle maniglie della sedia. Poi lo squadra dalla testa ai piedi. «Sembri uno che non dorme dal '98. Ti fanno lavorare sul serio, finalmente?». 

«Qualcuno deve pur pagare le tasse. Voi invece seduti ai computer e parlando in codice pensate di darla a bere a qualcuno?» ribatte Kevin, slacciandosi i primi bottoni della camicia. 

«Sì, sì, ridi pure. Tanto lo so che prima o poi verrai da me a chiedere aiuto.» 

Poi Tessa apre la borsa, tira fuori due lattine di Monster e ne lancia una sulle gambe di Lukas. Fino a quaranta giorni fa l'avrebbe stappata al volo. Invece la fissa per un paio di secondi, la prende in mano e la appoggia sullo scalino, di fianco alla ruota. «Che fai, sei a dieta?» lo prende in giro Tessa. «No, è che non posso berla per via dei farmaci» risponde lui, alzando una spalla. Si gira verso di me, tenendo lo sguardo basso. «Mi passi l'acqua?». Prendo la bottiglietta dallo zaino e gliela passo. Farmaci? Il medico non ha mai parlato del fatto di evitare le bevande energetiche. Non capisco.

Dal campo arriva un urlo. Gab ha appena fatto un canestro in sottomano e, per festeggiare, tira una manata potentissima contro la rete dietro il tabellone. Un rumore fortissimo, che rimbomba per tutto il campo. «Era fallo!» urla il ragazzino che sta marcando. 

Lukas si sporge in avanti sulla sedia. «Fallo un cazzo! Ha toccato prima la palla, smettila di piangere!» urla verso il campo. Ma appena finisce la frase, prima ancora che Gab gli risponda, lo vedo chiudere gli occhi di scatto. Si passa due dita sulle tempie, massaggiandole con forza, e si ritrae contro lo schienale della sedia, abbassando le spalle. Credo che lo sforzo di urlare così forte lo abbia mandato in tilt. Apre gli occhi, si accorge che lo sto guardando e si ricompone subito, fingendo di sistemarsi la maglietta. Ma io l’ho già notato. O me lo sto immaginando. Ormai non so più se sto vedendo quello che succede davvero o quello che ho paura possa succedere.



Lukas


Finalmente sono a casa. Sento ancora il mio stesso urlo rimbombare nelle orecchie. Per le ultime due ore ho fatto finta di niente cercando di controllarmi con tutto me stesso. «Vado in bagno» dico a Connor, senza girarmi a guardarlo. «Faccio da solo». Voglio solo sciacquarmi la faccia e togliermi questa maglietta che puzza, come se la partita l’avessi giocata io stasera. Mi piazzo davanti al lavandino, blocco i freni della sedia e mi tiro su, facendo leva sul bordo con le braccia per rimettermi dritto. La gamba destra, incastrata in questo cazzo di tutore, non collabora. Pesa tonnellate. Non appena la pianta del piede sfiora terra, una fitta lancinante mi risale dal ginocchio, ma cerco di resistere e mi tengo in piedi sui muscoli delle braccia. Il mio pronostico è che non tornerò più a camminare. Oggi non riesco a mantenermi in equilibrio nemmeno per togliermi una maglietta. Perché dovrei credere che tra qualche mese sarà diverso? Anche se un'altra parte di me si rifiuta di crederci. Lo so, i medici continuano a dirmi che succederà, che è solo questione di tempo. Ma in questo momento mi sembra soltanto una presa per il culo. Ti danno una speranza e tu ti convinci che basti volerlo abbastanza. Questo, in realtà, è sempre quello che ho pensato anch’io, se vuoi qualcosa davvero e ti impegni, prima o poi ci arrivi. Ma forse questa è la prova che non dipende solo da quanto ci provo. 

Apro l'acqua fredda con una mano sola e me la butto in faccia alla cieca. Poi provo a sfilarmi la maglietta. È un movimento del cazzo, una cosa che avrò fatto un milione di volte nella vita. Ma stando in questa posizione, con il baricentro sballato e la paura di caricare il peso sulla gamba sbagliata, il tessuto mi si incastra dietro le spalle. Lo tiro, perdo l'equilibrio e ricado all'indietro sul sedile. «Porca puttana» quasi urlo, afferrando i braccioli per rimettermi dritto. Più che dolore, è rabbia. Non controllo più niente, il corpo non risponde più ai comandi, è come uno smartphone con lo schermo rotto che non prende più il touch.

 Oggi dalla fisioterapista mi sono arreso perché non ce la facevo fisicamente, certo, ma ancor di più perché mi sentivo umiliato. Non ero in grado di sollevare una gamba di cinque centimetri. Cinque. E sentirmi addosso gli occhi di Sarah e di Connor non ha di certo aiutato.

La porta del bagno si apre. Ovviamente mi ha sentito. Figurati se a lui potesse mai sfuggire una cosa del genere. Ha in mano un asciugamano pulito e la mia tuta per la notte. Mi vede incastrato a metà con la maglietta. Fa due passi, appoggiando la roba sulla lavatrice e allunga le mani verso la parte della maglia incastrata. «Faccio io» impongo, scostandomi bruscamente.

«Lukas, alza le braccia e non rompere i coglioni» ribatte lui.

È  una tortura. Odio dover dipendere da lui anche solo per togliermi i vestiti. Odio anche come lo sto trattando ultimamente.

 «Sei un pessimo paziente» mi dice.

 «E tu fai schifo come infermiere.» Poi, invece di strappargli l'asciugamano dalle mani, lo afferro per la maglietta, lo tiro verso di me e lo bacio.

Quando mi stacco, Connor rimane piegato verso di me. «Guarda che non funziona» mi avverte, «Non basta un bacio per farti perdonare. Rimani un paziente insopportabile».

Faccio finta di niente e mi passo una mano sulla faccia. «Vai a farti una doccia» borbotto, girandomi con la sedia verso il lavandino. «Puzzi di fritto. Colpa di quelle patatine improponibili che Tessa ha ordinato a tutti i costi al campo».

«Vaffanculo. Però non erano così male dopotutto».






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