Storia · capitolo 5

Capitolo 5

Sceglimi ancora di Eron T.

Lukas

Per dieci secondi, questa mattina, la mia vita è esattamente quella di prima. Apro gli occhi guardandomi intorno. Tutto uguale: le nostre foto appese al muro, il piccolo segno vicino all’armadio. Opera mia. E la mia felpa sulla sedia, quella che Connor mette ogni mattina quando si sveglia. La prima cosa che penso automaticamente: adesso mi alzo, metto la musica a tutto volume e vado a fare il caffè. Il mio cervello sta già per dare l’ordine ai muscoli. Poi provo a spostare la gamba destra. «Porca puttana...» mi esce. Il peso morto del tutore mi blocca sul materasso, seguito da una fitta che parte dal ginocchio fino a risalire verso l’anca. Ho passato gli ultimi quaranta giorni in un cazzo di letto d’ospedale. Dovevo aspettarmelo. Ma non avevo capito che non mi sarei potuto nemmeno alzare per andare a pisciare senza dover chiedere a Connor di aiutarmi a mettere sulla sedia a rotelle. Vedo lui accanto a me svegliarsi di colpo. «Lukas? Che succede?» chiede subito. «Buongiorno a te». Scuote la testa, si sposta dall’altra parte del letto, infilandosi la mia felpa, ed esce dalla stanza. Lo sento armeggiare in cucina con la macchina del caffè e qualche minuto dopo torna con due tazze di caffè in mano. Ha delle occhiaie esagerate che solitamente non ha. Com’è possibile che pur dormendo otto ore stanotte sembra così stanco? Non voglio pensare che abbia fatto il dormi-veglia per controllarmi. La cosa peggiore è che so che probabilmente lo ha fatto. E una parte di me è arrabbiata con lui per questo. L'altra sa che farei esattamente la stessa cosa al suo posto. 

Connor fa un passo in avanti, allungando le mani verso le mie spalle. «Aspetta, ti do una mano a sederti. Fai piano...».

«Faccio da solo, Con».

 «Volevo solo aiutarti a tirarti su» dice. 

«Ce la faccio» rispondo. Ci riprovo, puntando il gomito e stringendo i denti finché non riesco a rimettermi dritto, con il respiro corto per una cazzata che fino a un mese e mezzo fa facevo in una frazione di secondo. Prendo la maglietta dal comodino, cercando di infilarla senza fare movimenti strani con il braccio. Sento lo sguardo di Connor addosso. So che fa tutto questo per farmi stare bene. Ma mi sento patetico. «Ho sentito le Risorse Umane ieri pomeriggio,» butto lì, guardando la tazza. «Lunedì prossimo mi riattivano le credenziali aziendali. Inizio a lavorare da casa finché non mi tolgono questo schifo dalla gamba.» 

Connor si blocca con la tazza a mezz'aria. «Lunedì? Lukas, sei tornato a casa ieri. Il medico ha detto che ti serve tempo. Non è troppo presto?»

«Troppo presto per cosa? Per stare seduto davanti a un computer?» ribatto, alzando lo sguardo su di lui. «Lo so che puoi. Ma non devi dimostrare niente a nessuno. È stato un trauma, dovresti solo riposare...»

«Se riposo ancora, impazzisco, e lo sai» lo interrompo. «Ho bisogno di tornare a fare qualcosa di normale. Almeno al computer sono uguale a prima. Se sto qui tutto il giorno a fissare il muro e aspettare che tu mi prepari la cena, finisco al manicomio.»

Lui abbassa gli occhi e annuisce. «Ok. Se pensi che sia la cosa giusta, ok.» 

Si gira per andare in cucina, dicendo che va a prendere i biscotti. Porto lo sguardo verso la cassettiera, sull’ultimo cassetto. So esattamente cosa c’è dentro. È lì da quaranta giorni. L'avevo ritirato quel pomeriggio per il compleanno di Connor, prima di salire in macchina e finire fuori strada. Avevo pensato a quella sera per settimane.

Fortunatamente nel pomeriggio arriva Gab a distrarmi un po’. «Spostati, Schumacher,» esclama, passandomi accanto e dando una spinta alla ruota della mia sedia. Scoppio a ridere. Connor, dalla cucina, alza gli occhi al cielo, ma vedo che sorride anche lui. Gab è l'unico che mi tratta esattamente come lo stronzo che sono sempre stato.

Mangiamo la pizza sul divano, io mezzo incastrato con la gamba tesa sul tavolino, e accendiamo la PlayStation.

«Ti faccio il culo anche da seduto, preparati,» lo provoco, prendendo il controller.

«Certo, nei tuoi sogni. Ho affinato la tecnica mentre tu facevi la bella vita in ospedale,» ribatte Gab, spintonandomi la spalla. Eppure… a un certo punto, mentre Gab esulta per un canestro, fisso lo schermo e mi rendo conto di star ridendo senza davvero divertirmi. Si, sto muovendo le dita sui tasti, sto sorridendo, ma sento che qualcosa è cambiato. La mia pizza preferita, quella con il salame piccante, sembra cartone. Il gioco sulla play, quello che di solito mi faceva perdere la cognizione del tempo, adesso mi stanca gli occhi dopo solo mezz’ora. Mi manca il vero campo da basket. Quello sì che trovo ancora fenomenale, l’adrenalina vera, il sudore. Stare qui sul divano a far finta di divertirmi no, mi sembra inutile. Faccio finta di niente, cerco di fare un'altra battuta a Gab per nascondere lo sbadiglio, solo per non vedere l'espressione preoccupata sulla faccia di Connor. Ma la verità è che non sento niente. Tutto mi sembra finto.



Connor


È quasi mezzanotte quando Gab finalmente se ne va. Sistemo i cartoni della pizza nel secchio e ripulisco il tavolino. Quando entro in camera, trovo Lukas già a letto. Si è spogliato e sistemato da solo, testardo come sempre, ed è sdraiato a pancia in su, con il braccio piegato dietro la testa. Mi avvicino spegnendo la luce del corridoio e lasciando accesa solo quella sul mio comodino. Mi metto a sedere sul bordo del letto, accanto a lui, e gli appoggio una mano sul petto. «Sei stanco?» gli chiedo a bassa voce. 

«Un po» mi risponde. Poi rimane in silenzio per qualche secondo. Penso che si sia già addormentato, ma ecco che sento di nuovo la sua voce. «Con?»

«Mh?»

 «Mi dispiace,». Aggrotto la fronte, confuso. «Di cosa? Per stamattina? Lukas, no, lo so che sei frustrato per...»

«No.» Mi interrompe, scuotendo la testa. Deglutisce a fatica. «Mi dispiace per il tuo compleanno. Per come è andato a finire.» Non ne abbiamo mai parlato, nessuno dei due ha mai avuto il coraggio di tirare fuori l’argomento. «Io volevo...», la sua voce trema appena, e lui distoglie lo sguardo, «Doveva essere una bella serata. E invece l'hai passata ad aspettare fuori da una sala operatoria, a piangere. Te l'ho rovinato.» Stava quasi per morire, ha rischiato di non svegliarsi più, e lui pensa al mio stupido compleanno. «Non me ne frega niente del compleanno,» dico, «Non c'è niente da perdonare. Tu sei vivo. Sei tornato a casa con me. È questa l'unica cosa che m'interessa, e va benissimo così.» Mi infilo sotto le coperte e mi sdraio di fianco a lui, facendo molta attenzione alla gamba immobilizzata dal tutore. Gli passo un braccio attorno alla vita e lo tiro appena verso di me. Voglio sentirlo vicino, recuperare almeno un po' del tempo che ci siamo persi. Ogni sera, prima di addormentarci, ci ritagliavamo qualche minuto solo per noi. Niente telefoni, niente tv. Era il nostro momento. Lui riusciva sempre a tirare fuori una domanda senza senso tipo: "Secondo te, se domani mi sveglio calvo mi amerai lo stesso?"

Io gli dicevo che aveva seri problemi mentali. 

«Comunque domani ti batto a Mario Kart.» mormoro piano.

Non arriva nessuna risposta. Alzo leggermente la testa e mi accorgo che è già crollato. Lukas? Che si addormenta prima di me? Di solito ero io quello che si addormentava per primo e lui mi prendeva sempre in giro per questo.






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