Storia · capitolo 4

Capitolo 4

Sceglimi ancora di Eron T.


Connor


Sono le otto di mattina quando arrivo davanti alla porta della sua stanza d’ospedale, ma lo sento parlare già dal corridoio. «Quindi mi stai dicendo che se torno la settimana prossima non mi porti la colazione a letto? Che servizio scadente.» Mi affaccio e lo trovo che sorride a un’infermiera, mostrando quella sua solita faccia da schiaffi, quella con cui si tira fuori dai guai o quando vuole ottenere qualcosa. Nel mentre, sta cercando di infilarsi una felpa, ma il movimento del braccio è rigido. Stringe i denti, tirando la stoffa cercando di infilarsela forzatamente. Ha ancora le cicatrici sul lato della testa, dove i capelli stanno ricominciando a crescere a chiazze. Poi c’è la gamba, bloccata in un tutore rigido, che lo costringerà su una sedia a rotelle per almeno un mese, o forse due.

«Ehi. Sei venuto a salvarmi dal cibo di questo posto?»

«Ci provo» rispondo, sforzandomi di sorridere mentre mi avvicino. Gli prendo il lembo della felpa per aiutarlo a passarla dietro la schiena, ma lui si scosta appena. 

«Faccio io, faccio io. Devo solo riabituarmi a vestirmi.» Prima che possa ribattere, entra il medico per l'ultimo controllo. Ha la cartella clinica in mano e capisco subito che sta per riempirci di indicazioni. Farmaci, controlli, fisioterapia. Una lista infinita di cose da ricordare. Ci spiega che inizierà subito con esercizi leggeri e mobilizzazione, mentre il recupero completo della gamba richiederà diversi mesi. In più i farmaci che dovrà prendere per un po’. «Controlli frequenti, riposo e, mi dispiace Lukas, niente sport per qualche mese» conclude il dottore, guardandolo da sopra gli occhiali. «Ci vorranno mesi per riprendersi del tutto. Serve pazienza.»

Lukas annuisce, appoggiando la nuca al cuscino. «Niente basket. Immagino che Gab sarà contento, almeno potrà illudersi di vincere per un po'.» Se c'è una cosa che so di lui, è che privarlo del suo bisogno di muoversi, di sfogarsi, è come togliergli l'aria. Quando usciamo, fuori troviamo Gab e Tessa ad aspettarci vicino alla macchina. Kevin non c'è, non è riuscito a prendere un permesso a lavoro, ma ha mandato un vocale lungo tre minuti per salutare. Tessa si precipita verso la sedia a rotelle, chinandosi per abbracciare Lukas cercando di non stringerlo troppo. Gab fa lo stesso e poi gli dà un colpetto leggero sulla spalla. «Guarda che rottame ci tocca riportare a casa,» dice Gab, cercando di alleggerire la tensione.

«Sempre meglio della tua faccia,» ribatte Lukas. 

Il tragitto verso casa è la parte che mi spaventa di più, perchè è qui che comincio a notare davvero i dettagli. Di solito, Lukas in macchina è insopportabile: cambia stazione radio ogni tre minuti, canta sopra le canzoni, parla a raffica delle trecento cose che deve fare, soltanto nelle due o tre ore successive. Ora invece è seduto sul sedile anteriore accanto a Gab con lo sguardo fisso fuori dal finestrino. Le sue uniche risposte agli aggiornamenti gossip di Tessa sono “sì”, “già” e“ah”. 

A metà strada, lancio un'occhiata verso lo specchietto laterale anteriore e mi accorgo che ha gli occhi chiusi. Si è addormentato. Lukas non dorme mai in macchina, dice che è una perdita di tempo. Lo guardo un’altra volta, come per autoconvincermi che sia tutto normale. Sono i farmaci, mi ripeto. In più mettici lo stress della dimissione. Ha solo bisogno di recuperare. Ma non posso fare a meno di ripensare a due settimane fa, quando ha aperto gli occhi per la prima volta. Ricordo il panico nel suo sguardo quando ha visto la sua gamba, il modo con cui ha pronunciato il mio nome e si è guardato intorno.

Arriviamo davanti a casa. È un normale condominio, ma per fortuna il nostro appartamento al piano terra ha un'entrata indipendente che ci risparmia l'androne principale e le scale. Gab fa leva sulle maniglie della sedia a rotelle e ci aiuta a superare l’unico gradino prima dell'ingresso, poi lui e Tessa capiscono che abbiamo bisogno di spazio e se ne vanno dopo aver lasciato un po' di spesa. Appena si chiude la porta, spingo la sedia di Lukas fino al centro del salotto. Lui si ferma e si guarda intorno, come se vedesse la nostra casa per la prima volta. Fissa il divano, la televisione di fronte, il tavolo della cucina, le nostre foto sulla parete del salotto. Tutto è esattamente come l’ha lasciata quaranta giorni fa. Vado in cucina per sistemare le cose sul bancone e lo vedo allungarsi a fatica verso il tavolo per prendere una bottiglia d’acqua rimasta fuori dal frigo. Afferra il tappo, ma la presa è debole, le dita non hanno la forza di fargli fare lo scatto per aprirla. Ci riprova, il polso gli trema. Lascio subito i sacchetti e mi avvicino. «Aspetta, te la apro io.» Faccio per prenderla, ma lui la tira via verso di sé. 

«Posso farlo, Connor» risponde.

«Lo so, volevo solo fare prima...»

«So aprire una bottiglia» insiste. Riprova, sforzando visibilmente il braccio, e la sedia a rotelle si sposta leggermente indietro per il movimento brusco. Poi sbatte la bottiglia sul tavolo sbuffando. So che non ce l’ha con me, so che sta lottando con il suo stesso corpo, ma è difficile stargli accanto e doversi trattenere dal facilitargli le cose. Lui non è proprio il tipo che vuol essere accudito. Ci tiene alla sua indipendenza, e la consapevolezza di non esserlo credo lo stia divorando. «Ok,» dico a bassa voce, tenendo le mani lungo i fianchi. «Fai con calma». 

Resta in silenzio per qualche minuto, poi mormora: «Voglio andare a letto.» Mi blocco. 

«Adesso? Non vuoi mangiare qualcosa? Magari accendiamo la playstation, ti ricordi che volevamo finire quel gioco...»

«Voglio solo stendermi, Con». Tempo fa, a quest’ora si sarebbe già inventato dieci cose diverse da fare prima di pranzo. Ora sembra non avere più energia. Mi avvicino e lo spingo in camera. Lo aiuto ad alzarsi, facendo attenzione a non far pesare il suo corpo sulla gamba immobilizzata. Alla fine riesco a farlo sedere sul bordo del materasso e ad aiutarlo a stendersi sui cuscini. Mi fermo in piedi accanto al letto, guardandolo sistemarsi a fatica. «Come stai?» gli chiedo a bassa voce. Lukas si gira dall’altra parte, chiudendo gli occhi. «Meglio» risponde, «Sto meglio.» Socchiudo la porta della camera per non fargli arrivare troppa luce e torno  verso il salotto. Mi passo le mani sulla faccia, strofinando forte gli occhi. Ho passato anni a dirgli di darsi una calmata, di abbassare la musica, di non fare casino in casa alle sette di mattina. E adesso tutto questo silenzio mi sta facendo letteralmente impazzire. Darei qualsiasi cosa per sentirlo cantare malissimo mentre rovescia mezza scatola di cereali sul bancone.

Non so come si fa questa cosa. Non so come gli starò vicino senza farlo sentire uno stupido che non si sa allacciare le scarpe e nemmeno come restare fermo a guardarlo quando lo vedo faticare. Ho sempre cercato di essere quello razionale della coppia, quello che risolve i problemi e tiene le cose sotto controllo, ma questo è diverso. E la cosa mi terrorizza.

Però ho un’idea. Tiro fuori il telefono dalla tasca dei pantaloni della tuta e cerco il nome di Gab tra le chat. 


Si è già messo a dormire. Lo sappiamo come è fatto. Non mi chiederà mai una mano, e se provo ad aiutarlo si incazza perché vuole fare sempre le cose da solo. Cerca di passare nei prossimi giorni, ok? Con te forse riesce a staccare la testa e a fare meno il testardo.


Se cerco io di aiutarlo in ogni singola cosa, finirà per odiarmi o per sentirsi compatito. Ma con Gab non è lo stesso. Si conoscono da otto anni e non sono mai passati cinque minuti da ogni loro incontro che non si insultassero. 


Ovvio che passo. Domani dopo il lavoro mi piazzo da voi, porto un gioco per la play e due birre (almeno per te). E se fa lo stronzo, lo prendo a sberle, sedia a rotelle o no. Tieni duro, Con.


Per fortuna c’è Gab. Se c’è una cosa sicura nella nostra vita, è lui. Certo, è un disastro ambulante, è perennemente in ritardo e a volte sa essere incredibilmente inopportuno. Ma non si tira mai indietro. 


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