Capitolo 3
Connor
Fisso le porte scorrevoli del pronto soccorso da quando ho riattaccato il telefono. Gab non è quasi riuscito a spiccicare parola, mentre Tessa è scoppiata a piangere non appena le ho spiegato la situazione. Quando esco dalla sala d’attesa, vedo Gab arrivare quasi correndo lungo il corridoio. È pallido, ha il fiato corto e le mani che tremano nervosamente.
«Come sta? Ti hanno detto qualcosa di nuovo?» mi chiede subito.
Scuoto la testa. «L'intervento è andato bene, ma bisogna aspettare. Non si sa ancora nulla».
Non faccio in tempo a chiudere la bocca che le porte si aprono di nuovo. Tessa mi viene incontro a passo svelto e mi stringe in un abbraccio. Ha gli occhi rossi e gonfi.
«E Kevin?».
«Oh, sta arrivando, non era con me quando hai chiamato».
Proprio quando Tessa finisce la frase, un'infermiera si avvicina al nostro gruppo. Ci spiega che, viste le condizioni, possono entrare al massimo due persone per vederlo, e solo per qualche minuto. Guardo entrambi. Non voglio escludere nessuno dei due. «Andate tu e Tessa» dico, rivolto a Gabriel. Tessa scuote subito la testa, asciugandosi una lacrima con il dorso della mano. «No. Entra tu con Gab. Io non ce la faccio da sola, aspetto Kevin».
Annuisco. Forse solo perché non ho le forze per contestarla, o forse in fondo ho bisogno di rivederlo, anche solo per qualche minuto. Appena entriamo nella stanza, Gabriel si paralizza di colpo accanto all’entrata. Esattamente la stessa cosa che è successa a me poco fa. Fissa Lukas sul letto, con i molti tubi che gli attraversano la gola, i monitor, e il capo per metà coperto dalle bende. Non dice una parola, non fa nemmeno un passo avanti. Mi colpisce il modo in cui lo guarda. Lukas è lì. Il pilastro che tiene in piedi la nostra baracca, la persona sempre pronta a tirarci su di morale con qualche battuta idiota. Si appoggia con la schiena al muro e si passa le mani sul viso, come se il cervello fosse andato in cortocircuito davanti a quell'immagine.
Quando usciamo di nuovo nel corridoio, Tessa e Kevin ci vengono incontro. «Volete che andiamo a casa vostra a prendere qualcosa?» mi chiede Kevin. «Vestiti di ricambio, caricabatterie... qualsiasi cosa».
«No» rispondo subito, scuotendo la testa. «Non mi serve niente. Rimango qui fino a domattina, voglio solo capire cosa fare. Ma grazie di averlo chiesto Kev». Tessa annuisce comprensiva e prende Kevin per un braccio. «Andiamo a prendere un po' d'acqua alle macchinette. Torniamo subito».
Rimaniamo soli, io e Gabriel. Lo vedo avvicinarsi a me cercando di abbracciarmi forte. Ancora non parla, ma quel gesto è l’unica cosa di cui ho bisogno adesso per non crollare del tutto, visto che sono terrorizzato. Sono anche troppo stanco, mi lascio cadere sulla sedia di plastica rigida più vicina alla porta del reparto, ignorando il viavai frenetico degli infermieri lungo il corridoio. Il neon sul soffitto spara una luce bianca talmente forte che mi costringe per qualche secondo a chiudere gli occhi.
Mi sveglio di soprassalto. Guardo l’orologio appeso al muro di fronte: le sei del mattino. Cazzo, ho il collo indolenzito e la schiena a pezzi. Gab è seduto accanto a me fissando il vuoto in attesa che Lukas si alzi da quel lettino, esca dalla porta e ci dica «Ehi, sto bene idioti».
«Ti sei addormentato» mi dice piano, notando che ho aperto gli occhi. «Tess e Kev sono andati a casa vostra a prendere un po' di roba, arrivano tra poco.»
Pochi minuti dopo, infatti, eccoli spuntare nel corridoio con un borsone e dei bicchieri di caffè. «Abbiamo chiamato a lavoro» dice Tessa, porgendomene uno. «Ci siamo presi la giornata libera. Restiamo qui con te».
«Non ha senso» mormora Gab a un tratto, quasi parlando tra sé e sé. Alza gli occhi lucidi verso di me. «Ieri mattina era così felice. Non faceva altro che parlare della festa a sorpresa». Mi blocco un istante, confuso. «Di che parli? La festa di stasera la sapevo già, Gab». Gabriel scuote la testa. «No. Quella era una copertura. Mi ha detto che ti avrebbe fatto una sorpresa. E in più aveva comprato un regalo... un regalo importante, ma non ha voluto dire a nessuno cos'era. Voleva che fosse perfetto».
Una festa a sorpresa. Un regalo che voleva fosse perfetto, e che ora forse non saprò mai cosa fosse. Il senso di colpa che mi porto addosso da ieri sera si stringe ancora di più intorno alla gola. Se solo potessi tornare indietro e aggiustare tutto.
L'infermiera esce dalla stanza di Lukas e ci raggiunge. «Potete entrare tutti a salutarlo per qualche minuto» ci dice. «Poi, per le prossime ore, potrà restare con lui soltanto una persona».
Ci dirigiamo subito verso la stanza senza farcelo ripetere due volte. Appena entriamo, Tessa è la prima ad avvicinarsi, si porta una mano alla bocca, incredula alla vista di Lukas in quelle condizioni. Si ferma ai piedi del letto e gli sfiora delicatamente la caviglia sopra le coperte. «Oh, Lukie...» sussurra, con la voce che le trema.
Kevin le si mette subito dietro, poggiandole le mani sulle spalle per sorreggerla. È sempre stato quello pratico, quello che cerca di mantenere la calma per tutti noi, ma anche lui in questo momento sembra essere colpito da quella visione. «Forza, amico» mormora, sforzandosi di mantenere la voce ferma. «Vedi di sbrigarti a rimetterti, che qui fuori non duriamo un giorno senza di te».
Gabriel, invece, si ferma dal lato opposto al mio. Fissa il viso di Lukas fasciato, le braccia rigide lungo i fianchi. Lui invece, è quello che trasforma ogni situazione seria in un qualcosa di ridicolo, del resto sono molto simili. Ma vederlo così ammutolito fa quasi strano. Poi si china leggermente verso di lui. «Ascoltami bene, idiota» gli dice, con un filo di voce. «Hai ancora il mio maglione grigio, quello che ti ho prestato a novembre. Se pensi di potertela cavare così per non restituirmelo, ti sbagli di grosso. Quindi vedi di svegliarti.»
Quando l'infermiera si affaccia alla porta per dirci che il tempo è scaduto, non riesco a credere che sia passato così velocemente. Tornano tutti in sala d'attesa, lasciandomi solo. Mi siedo di nuovo sulla sedia accanto al letto. Gli prendo la mano, stando attento a non sfiorare l'ago della flebo. Rimango con gli occhi fissi sul suo viso per non so quanto tempo, forse sperando in un suo segnale, qualsiasi cosa per farmi capire che c'è ancora. E poi, proprio in quel momento quel segnale arriva. Le dita di Lukas si contraggono leggermente contro la mia mano, stringendola appena. Un movimento piccolo, impercettibile, ma c’è stato. Lukas è vivo, è ancora con me, sa che sono qui, che non lo abbandonerò.
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