Storia · capitolo 11

Capitolo 11

Sceglimi ancora di Eron T.

Connor


Mi sveglio prima di Lukas. Non succede quasi mai. Nemmeno dopo l’incidente. Ma stamattina il suo lato del letto è ancora occupato, la sagoma sotto le coperte immobile. Mi alzo dal letto il più in silenzio possibile per non disturbarlo. Vado in cucina, avvio la macchina del caffè e mi siedo al tavolo aspettando che la caraffa si riempia. Apro il laptop per dare un’occhiata alle bollette arrivate questa settimana, cose di cui prima si occupava lui ma da un po’ faccio io. Pago quella della luce, controllo che l’affitto sia partito, intanto tendo l’orecchio verso la camera. Niente. Verso le otto e mezza torno a controllare, aprendo di poco la porta senza accendere la luce. «Ti va un caffè?»

«No» borbotta, la voce ovattata dal cuscino. «Lasciami stare un attimo ancora». Non si gira nemmeno. Torno in cucina a sistemare i piatti e subito dopo do una ricontrollata alla mail dell’università per verificare delle informazioni. Alle nove meno dieci mi affaccio di nuovo. «Lukas, tra un attimo devi collegarti a lavoro».

«Mh». Solo questo. Nessun movimento sotto le coperte.

«Lukas!» dico più forte.

«Ho sentito, Con!» sbotta.


Alle nove e un quarto il suo portatile è ancora chiuso sul tavolo e sul telefono gli arriva una notifica delle Risorse Umane che probabilmente sta già segnando l’assenza dal lavoro.

 «Ti cercano a lavoro Luke».

«Non mi sento bene, Con. Lascia perdere il lavoro oggi, ok?».

«Ok» rispondo. Non è da lui saltare il lavoro senza avvisare prima, e di certo nemmeno restare a letto così tanto. Però viene da un incidente grave e una degenza di quaranta giorni in ospedale. Magari ha solo la testa pesante, ha bisogno solo di un giorno intero a letto dopo settimane di fisioterapia. Sì, è del tutto normale. Decido di lasciarlo stare.

Mi faccio una doccia calda, infilo una tuta comoda e esco un attimo nell’ingresso per svuotare il portaombrelli, pieno fino all’orlo che ogni volta che piove mi dimentico di far rientrare. Non saprei nemmeno dire perchè lo teniamo sempre fuori, è una di quelle abitudini stupide che non hanno una vera ragione. 

Rientro, lavo la tazza e il cucchiaino e controllo di nuovo la camera. Ancora niente. Lukas è ancora a letto. 

«Lukas?»

Ci mette qualche secondo a rispondere. «Sono sveglio». Ma non si muove, non si gira nemmeno. 

Alle undici entro in camera per davvero, senza fermarmi sulla soglia questa volta. Mi siedo sul bordo del letto, dalla sua parte, e gli appoggio una mano sulla schiena sopra la coperta.

«Ehi». Abbasso la voce. «Parlami. Cosa c'è che non va?» Tiro piano la coperta giù dal viso e lo trovo con gli occhi mezzi aperti, fissi sul comodino, come se stesse guardando qualcosa che io non vedo.

«Lukas». Gli tocco la fronte, controllo istintivamente se scotta. Non particolarmente. «Dimmi cosa senti. Ti fa male qualcosa?»

«Sono solo stanco» dice, con la voce piatta, senza la minima inflessione.

«Voglio dormire ancora un po'».

«Sono le undici, amore. Hai dormito dodici ore». Si gira finalmente verso di me. 

«Lo so. Scusa. Dammi ancora un attimo».

Non è da lui restare a letto così a lungo senza almeno alzarsi per protestare a voce alta contro qualcosa. O qualcuno.

Provo a chiamare Gab. Squilla a vuoto per un bel po’, poi cade la linea. Gli scrivo un messaggio invece: Lukas non si sveglia da stamattina, dice solo che vuole essere lasciato in pace, non è da lui. Sono preoccupato.

La risposta arriva dopo pochi minuti.

Gli hai fatto vedere troppo Twilight ieri sera?

Rispondo subito.

Non sto scherzando, Gab. Sono preoccupato sul serio.

Dopo poco invia un altro messaggio.

Vieni a trovarmi in pausa pranzo, meglio parlarne di persona. Alle dodici stacco quaranta minuti.

Prendo le chiavi della macchina prima ancora di aver deciso consapevolmente di andarci. L’ufficio di Gab è a una decina di chilometri da Plainfield, un palazzo di sette piani tutto vetrate che si nota già da lontano. Non ci sono mai stato. Parcheggio nel garage sotterraneo indicato dal cartello d’ingresso e mi ritrovo a seguire un flusso di persone con un badge al collo verso un enorme atrio. Qui è pieno di marmo lucido e piante finte che noti subito essere troppo perfette per essere vere. Alla reception do il nome di Gab, aspetto che qualcuno lo chiami, e intanto guardo gli ascensori che salgono e scendono lungo la facciata interna, portando su e giù gente con il caffè in mano e le cuffiette nelle orecchie. Fa uno strano effetto pensare che Gab passi qui dentro otto ore al giorno, insomma non è da lui tutta questa serietà.

Gab scende dopo una decina di minuti, la giacca ancora abbottonata, il badge che gli penzola dal collo attaccato a un cordino con il logo dell’azienda. Mi indica con un cenno il bar del piano terra, un angolo con cinque tavolini e una vetrina di tramezzini confezionati, nemmeno lontanamente invitanti.

«Vuoi qualcosa da mangiare?» mi chiede prima di sedersi.

«Mh, no. Penso che passerò».

«Allora» dice, sedendosi e posando il telefono sul tavolo. «Cosa vuol dire che non si sveglia?»

Gli racconto tutto: le risposte a monosillabi, il tono piatto, le undici passate e lui ancora a letto nella stessa posizione di stamattina. Lui ascolta senza interrompere, rigirandosi tra le mani la confezione di plastica del tramezzino. Non lo riconosco qua dentro.

«Ok, è strano» ammette alla fine. «Ma dagli tempo, Con. Magari ha solo bisogno di dormire sul serio, per una volta, invece di fare il duro e fingere che vada tutto bene». Si stringe nelle spalle. «So che non è da lui restare a letto così. Ma dopo quello che ha passato... non lo so, mi sembra comprensibile che ogni tanto si comporti così, no?».

«E se non fosse solo stanchezza?»

«E se lo fosse?» ribatte, senza cattiveria, solo per farmi ragionare. «Non puoi correre in ospedale ogni volta che dorme più del solito, altrimenti tra un mese vi odierete a vicenda». Beve un sorso di caffè che nel frattempo si sarà già raffreddato. 

«Comunque stasera passo lo stesso da voi, mi doveva passare una cosa sul pc per il lavoro. Controllo di persona come sta, va bene?»

Annuisco, un po’ più tranquillo anche se non del tutto convinto. Ci salutiamo davanti agli ascensori, e lui torna su, prima che scattino i quaranta minuti. 

Guido verso casa con la radio spenta, ripassando mentalmente quelle poche parole che Lukas mi ha detto stamattina, cercando di capire cosa mi sia sfuggito. Parcheggio, entro e mi fermo sulla soglia del salotto.

Lo trovo sul divano. Sveglio, seduto con la tv accesa su un film, una tazza di caffè sul tavolino davanti a lui.

«Ehi» dico, restando lì più del necessario, sorpreso. Si gira verso di me. «Ehi. Scusa per stamattina».

«Come ti senti?» Mi avvicino, mi siedo sul bracciolo accanto a lui. 

«Meglio. Non lo so, non mi sentivo bene, tutto qui. Forse la fisioterapia di ieri mi ha stancato più del solito. O sarà stata l’acqua che ho preso per il temporale, non lo so».

«Ti fa male qualcosa?» chiedo, ancora preoccupato.

«No, no» risponde, gli occhi che tornano verso lo schermo invece che su di me. «Sto bene, Con. Davvero».

Non insisto più di tanto, anche se qualcosa dentro di me continua a ripetermi che non mi ha detto tutto.


Lukas

Tessa suona il campanello alle sette in punto. Non appena Connor le apre, lei si sporge oltre la sua spalla per incrociare il mio sguardo. 

«Vengo a rubarti il tuo ragazzo per un'oretta» mi annuncia, agitando le chiavi della macchina. «Devo prendere il regalo per il compleanno di mia madre e non mi fido del mio gusto da sola». Connor si volta per lanciarmi un’occhiata, la stessa che fa sempre quando ha già deciso qualcosa ma vuole comunque la mia approvazione.

«Torno tra un'ora. Un'ora e mezza al massimo».

«Vai» gli dico dal divano.

Quando esce, la casa è silenziosa, sta diventando quasi piacevole. Peccato che dura poco: dieci minuti dopo Gab piomba dentro senza nemmeno aspettare che gli apra, usando la copia delle chiavi che gli abbiamo dato tempo fa. «Allora, prendi questo pc» dice, lasciandosi cadere sulla sedia davanti al tavolo della cucina e tirando fuori una chiavetta USB dalla tasca. Gli passo il portatile e mi siedo accanto a lui, guardandolo armeggiare tra cartelle e file locali. «Cinque minuti e ti libero dal fastidio della mia presenza» dice, senza staccare gli occhi dallo schermo.

«Nessun fastidio. È bello vederti, anche se sei un idiota».

«Ah, che belle parole. Ora ti metti a fare il sentimentale anche tu?». Digita ancora qualcosa, poi si ferma, e senza alzare lo sguardo dal monitor aggiunge: «Comunque. Come va oggi? Meglio?» 

C’è qualcosa nel modo in cui lo chiede, troppo attento per essere il solito Gab. Lo guardo socchiudendo gli occhi. «Quindi ti ha scritto».

Alza le spalle, senza nemmeno provare a negarlo. «Non ha detto molto. Solo che stamattina non ti svegliavi». Torna a smanettare sul portatile, poi si gira di nuovo a guardarmi. «Non gliene voglio, se è quello che stai pensando. Farei lo stesso al posto suo». 

«Ero solo stanco» dico, ma anche mentre lo dico so che non è del tutto vero, o almeno non è tutta la verità.

«Stanco come?».

Ci penso davvero. Forse per la prima volta da stamattina. 

«Non lo so nemmeno io cosa mi sia preso». Tengo il bicchiere d'acqua tra le mani, rigirandolo senza bere. «Non era dolore. Non saprei nemmeno spiegare cosa fosse. Era solo... come se all'improvviso qualcuno avesse abbassato il volume di tutto».

Mi fermo. Come si spiega una cosa che non fa male ma che comunque ti annulla completamente? Stamattina mi sono svegliato e la prima cosa che ho sentito non era la voglia di alzarmi, o di parlare con Connor, o anche solo di controllare il telefono. Ho provato a pensare a qualcosa che mi andasse di fare, la playstation, una chiamata con Gab, persino il basket che ormai posso solo guardare, ma niente. Zero.

«È tipo quando dormi troppo e ti senti più stanco di prima, ecco. Ma moltiplicato per dieci». Lui smette di digitare per un momento, mi guarda, non ha una battuta pronta stavolta.

«Ok, ma se ricapita, lo dici a Connor, non aspetti che se ne accorga da solo». 

«Ci proverò».

Restiamo lì un altro po’, lui a bere birra, io acqua, a guardare una partita in tv, finché Gab non controlla l’ora e impreca sottovoce. «Devo andare, domani ho la riunione del cazzo delle otto e se arrivo in ritardo un'altra volta il mio capo mi licenzia sul serio». Si alza, mi dà un colpetto sulla spalla e si infila la giacca.

«Fatti sentire se ricapita quella cosa di stamattina. Sul serio, Lukas».

«Sì sì, vai, che fai tardi».

«Ti voglio bene anche se sei insopportabile» dice, già a metà verso la porta, e sparisce prima che io possa rispondergli qualcosa di altrettanto imbarazzante. Resto da solo un quarto d’ora, il tempo di stare in piedi per fare qualche passo e di provare a lavare due bicchieri sporchi per rimetterli nella credenza. Sento la chiave girare nella serratura. Connor entra con una busta di carta stretta al petto. «Ha comprato una candela profumata assurda per sua madre e mi ha fatto annusare almeno dodici opzioni diverse» dice al posto di salutarmi, posando la busta sul bancone. Poi tira fuori qualcosa. «Alla fine ne ho presa una anch’io. Vaniglia ovviamente». La apre e me la porge. «Senti». 

Mi chino ad annusarla. «Ottimo. Ne avevamo proprio bisogno in effetti» commento. Poi lui la poggia sul mobiletto del salotto, accanto alla tv, allineandola al resto della sua infinita collezione. Ne compra praticamente una in ogni negozio in cui entra, è una specie di ossessione.

«Com'è andata con Gab?» chiede, sedendosi sul divano.

«Bene. Ha sistemato il pc e ci ha rubato una birra». Mi avvicino, posizionandomi accanto. «Sono contento che tu sia uscito un po'. Almeno cambi aria».

Si toglie le scarpe e si avvicina, la testa che scivola sulla mia spalla. «Mi sei mancato comunque».

«Sei stato via un'ora, Con».

«Puoi essermi mancato lo stesso in un'ora» dice, senza alzare la testa. Gli metto un braccio intorno alle spalle e lui si stringe di più contro il mio fianco, una mano che trova la mia sul cuscino tra di noi.

«Stai meglio?» chiede, gli occhi chiusi contro la mia spalla.

«Sto meglio» rispondo. Ed è vero, almeno in questo momento lo è per davvero.

Gli sollevo il mento con due dita e lo bacio, piano all'inizio, poi lui si volta di più verso di me, una mano che sale a sfiorarmi la mascella, l’altra a intrecciare le dita tra i miei capelli.

«Comunque» mormora contro la mia bocca dopo un po', «la prossima volta mi assicuro io che Gab non rubi la birra. Tu stai fermo sul divano».

«Si, ma poi la passi a me».

«Sei il paziente più egoista che esista».

«E tu l’infermiere più patetico. Continui a rimproverarmi invece che baciarmi».

Ride contro il mio collo e dopo alza la testa per continuare a baciarmi.


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