Storia · capitolo 12

Capitolo 12

Sceglimi ancora di Eron T.

Lukas


Oggi niente Risorse Umane da avvisare, niente e-mail da leggere, giornata libera per davvero. Mi godo il lusso di restare a letto dieci minuti più del solito, ascoltando Connor che sbatte le tazze in cucina con la grazia di un elefante, esattamente come facevo io una volta. Ieri i controlli in ospedale sono andati bene. Il dottore ha guardato le lastre, mi ha fatto piegare la gamba un paio di volte e mi ha detto che sto recuperando meglio del previsto. 

Mi alzo da solo, senza chiamare nessuno, e raggiungo la cucina appoggiandomi alle stampelle. Connor è seduto al tavolo, il portatile aperto, un’espressione che sembra sollevata e nervosa allo stesso momento. 

«L'ho fatto» dice, appena mi vede. «Ho perfezionato l'ammissione. Mi sono immatricolato ufficialmente stamattina». Resto un secondo a fissarlo, cercando di capire se ho sentito bene.

«Sul serio?»

«Sul serio». Chiude il portatile e si avvicina. «Avevo ancora pochi giorni».

Lo stritolo tra le braccia fino a fargli sfuggire un piccolo lamento. «Quindi a settembre si parte davvero»

«A settembre si parte davvero» ripete, sorridendo.

Il telefono squilla proprio nel momento in cui sto per chiedergli i dettagli: le tasse, l’alloggio, tutte le cose pratiche che una decisione del genere si porta dietro. È il padrone di casa, il signor Foster. Non chiama mai, se non per aggiornarci su documenti o cambiamenti relativi all’appartamento. 

«L'affitto non risulta arrivato» lo sento dire quando Connor mette in vivavoce, confuso. «Di solito arriva puntuale, quindi volevo assicurarmi che non ci fosse un problema».

Connor impallidisce di colpo. «L'ho mandato io questa volta, ho fatto il bonifico ieri...» Allungo la mano per prendere il telefono.

 «Signor Foster, sono Lukas. Mi scusi, dev'esserci stato un errore nostro con l'IBAN o qualcosa del genere. Le mando subito un bonifico istantaneo, così vede l'accredito entro pochi minuti». 

Il signor Foster si tranquillizza subito, ringrazia e riattacca. Apro l'app della banca notando che l’affitto non è mai partito. Sistemo tutto in trenta secondi, controllando due volte le cifre prima di confermare.

«Scusa» dice Connor, guardandomi sistemare il telefono. «Non so cosa ho sbagliato, onestamente. Ho fatto tutto come diceva l'app».

«Non fa niente, Con.» affermo, «Magari la prossima volta, se hai un dubbio, me lo dici prima invece di fare le cose da solo e scoprirlo dopo con una chiamata del padrone di casa».

Annuisce, si avvicina per cercare le mie labbra.

«A proposito. Kevin ha scritto nella chat, oggi pomeriggio giocano al campo grande, quello dei tornei. Ci invita a vederli».

«Oh cazzo, era oggi. La partita. I Chicago Hornets contro i Windy City Bulls».


Il campo grande non ha niente a che vedere con quello dietro casa dove passavamo molti pomeriggi con Gab e Kev. Gradinate di metallo, un tabellone elettronico appeso sopra un canestro, un piccolo chiosco che vende bibite e patatine sotto una tettoia. È pieno di gente, famiglie con bambini che corrono tra gli spalti, gruppetti con le sciarpe delle due squadre. Troviamo Tessa già seduta sulla prima fila delle gradinate più basse, per fortuna non richiede scalini per raggiungerla. Accanto a lei c’è un ragazzo che non ho mai visto: alto, spalle larghe e un paio di occhi verdi che risaltano rispetto al resto. 

«Lukas, Connor, lui è Tyler» dice Tessa, indicandolo. «Il fratello di Kevin». Il fratello. Quello di cui Kevin mi aveva parlato, che si era fatto male al lavoro e ci aveva messo mesi a tornare quello che era prima. Lo guardo con un interesse diverso adesso, chiedendomi quanto di quella storia definisca ancora il suo modo di vivere.

«Piacere» dice, stringendomi la mano con una presa ferma ma non eccessiva. «Kevin mi ha parlato di voi due. Mi spiace per l'incidente, amico».

«Grazie. Sto meglio ora». Indico le stampelle con un cenno.

«Vivevo in Michigan fino a qualche mese fa» spiega lui, sedendosi accanto a Tessa per farci spazio. «Poi ho trovato lavoro qui vicino e Kevin mi ha convinto a trasferirmi. Oggi mi ha trascinato a vederlo giocare, spero proprio che non la perda questa partita».



Connor


L’arbitro fischia l’inizio poco dopo che ci sistemiamo, e il campo si riempie subito di schiamazzi. Gab e Kevin giocano per gli Chicago Hornets, maglie gialle contro il blu dei Windy City Bulls, e nonostante il lavoro gli impedisca di allenarsi con costanza si vede che sanno ancora il fatto loro. Gab, soprattutto, che ruba un pallone a centrocampo e corre in contropiede tra gli applausi. Il problema arriva sotto forma di un giocatore avversario alto almeno due metri, che passa la seconda parte del primo tempo a schiacciare lui e Kevin contro il tabellone ogni volta che si avvicinano troppo al canestro. L’arbitro fischia fallo tre volte in dieci minuti contro un tizio che puntualmente alza le mani imprecando qualcosa. 

«Datemi retta» dice Tyler, ridendo, «quello lì sa il fatto suo. Gioca da quando aveva dieci anni».

A metà del primo tempo mi alzo per andare al chiosco. «Qualcuno vuole qualcosa?» chiedo, e raccolgo gli ordini: due birre per me e Tessa, due coca per Lukas e Tyler. Prima però faccio una deviazione al piccolo bagno dietro le gradinate, prima che rischi seriamente di farmela addosso. 

Torno con le bibite in equilibrio proprio mentre l’arbitro fischia la fine del primo tempo, e mi blocco a fissare gli spalti da lontano. Lukas e Tyler sono già immersi in una conversazione che sembra andare avanti da quando mi sono alzato. Ridono di qualcosa, Tyler è girato del tutto verso di lui, il braccio appoggiato sullo schienale di metallo, a una distanza che mi fa prudere le mani. Tyler gesticola con una mano per spiegare qualcosa di tecnico riguardo la partita, ma il suo sguardo non è sul campo. è fisso su Lukas. 

Sto per far cadere le bibite a terra prima di avvicinarmi. Poi, però, decido di fare un rumore un po’ troppo esagerato con le lattine per richiamarli all’ordine.

«Ecco le vostre coca» dico, passandole, piazzandomi proprio in mezzo a loro per interromperli.

«Grazie» risponde Tyler, prendendola. «Stavo giusto dicendo a Lukas che dovrebbe venire a vedere una partita vera, non questa roba amatoriale».

«Questa roba amatoriale ha appena battuto tre falli sul tuo amico gigante che ti piace tanto» ribatte Lukas.

I quindici minuti d’intervallo passano veloci, tra chiacchiere e la seconda coca che Tyler si scola in due sorsi. Ma la mia attenzione non è più sulla partita, anzi resto teso, con la coda dell’occhio fissa su di lui che, ogni due per tre, cerca lo sguardo di Lukas per un commento. Quando il gioco riprende, gli Hornets recuperano subito uno svantaggio di sei punti persi nel primo tempo, e l’ultimo canestro di Gab, un tiro da tre punti sulla sirena, fa esplodere le gradinate.

76 a 74. Vittoria degli Chicago Hornets. 

Kevin e Gab arrivano verso di noi ancora sudati, le maglie fradice, prima di ritornare negli spogliatoi. «Avete visto quella tripla?» esclama Gab, indicandosi il petto con entrambi i pollici. «Ditemi che l'avete vista».

«L'ho vista, sì. Anche il tizio alto che all’inizio non ti lasciava fare un canestro» ribatte Lukas.

«Mi stavo solo riscaldando».

 Kevin gli molla un pugno sulla spalla, poi si volta verso il fratello. «Allora? Ti sei divertito?».

«Più di quanto pensassi» dice, alzandosi per stringere di nuovo la mano a tutti. «È stato un piacere conoscervi, sul serio». Quando arriva a Lukas, però, noto subito che la sua stretta indugia un secondo di troppo. «Magari un altro giorno ci becchiamo per mangiare qualcosa insieme, se vi va».

«Ci sto» risponde Lukas, e io annuisco senza pensarci due volte, ancora con la birra vuota in mano.

Mentre andiamo verso il parcheggio, restando un po' indietro rispetto a Tessa e agli altri, rallento il passo per stargli affianco mentre usa le stampelle. Faccio finta di guardare le auto già in fila per uscire.

«Non ti è sembrato che ti guardasse un po' troppo?» gli chiedo, cercando di rimanere indifferente.

Lukas si ferma un secondo, appoggiando il peso sui supporti di plastica. «Tyler? Fai sul serio?»

«Ho solo gli occhi che funzionano e ho notato che ti fissava più del necessario» ribatto, piazzandomi davanti a lui.

Riprende a camminare, scuotendo la testa. «Hai notato male. e se anche fosse, sai quanto me ne frega. A me di lui interessa solo una cosa».

«Sarebbe? Che ha due occhi verdi del cazzo?» sputo fuori, senza riuscire più a trattenere nulla.

«Sarebbe che Kev mi ha detto che ha passato la stessa merda che sto passando io, Con» risponde, «E a quanto pare ne è uscito. Vorrei solo capire come ha fatto a superarla. Magari parlarci potrebbe aiutarmi a capire qualcosa in più su come gestire tutto questo senza impazzire un giorno sì e l'altro pure».

«Mh, può essere» ammetto, passandomi una mano dietro il collo, a disagio. «Ma comunque ti guardava troppo. E in maniera strana. Non me lo sono inventato».

Lukas fa un mezzo sorriso, riprendendo a camminare. «Quando hai finito con i tuoi deliri avvisami».

«Si, come no. Voglio vedere quando dormirai da solo stanotte».

«Come se potessi permetterlo» risponde.



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