La schiena (Riflessioni di una moglie delusa) di Alberto Urso
E qualcosa effettivamente successe.La monotonia della mia esistenza si interruppe quando conobbi Walter e il mio mondo si trasformò, assumendo colori diversi e regalandomi brividi che io non avevo mai conosciuto prima.Ero felice o, almeno, credevo di esserlo che poi è la stessa cosa, almeno per chi crede.Vita per me era solo quando stavamo insieme, tutto il resto era attesa di vederlo, di baciarlo, di accarezzarlo, di parlarci, di farci l’amore: la pallina da flipper aveva scoperto che, fuori, c’era tutto un mondo da scoprire e vivere.Mi ricordo quando la prima volta io gli accarezzai la schiena, mi sembrava enorme, vastissima, la mia manina non riusciva a esplorarla tutta però migrava rapidamente qui e là, come per cercare di prendere possesso di ogni suo centimetro, come per essere sicura che lui fosse davvero interamente mio. Poi imparai a baciarla, sorridendo della sua conseguente pelle d’oca e collezionando ogni suo brivido, anche il più piccolo. La sua schiena divenne davvero per me un oggetto ad alto tasso di sensualità, a volte restavo con la testa appoggiata lì, ammirandone il disegno, la quasi perfetta orografia, ormai avevo imparato a conoscere ed amare ogni suo neo, ogni più piccolo cratere, tutte le asperità e le pieghe disseminate un po’ qui e un po’ là. Quella schiena per me divenne un magnifico altrove, un po’ come se un futuristico mezzo di locomozione mi avesse trasportato, alla velocità della luce, in un altro mondo visivo e olfattivo, dove io mi sentivo bene, tranquilla e sicura e, infatti, spesso, mi ci addormentavo sopra.Pensate che addirittura, quando Walter era vestito, io, per abbracciarlo, gli infilavo le mani sotto la camicia per sentire la sua schiena, per nutrirmi di lei, di lui e tutto ciò io lo facevo anche d’inverno, dove maglioni e camicie più pesanti certo non agevolavano il mio compito.Una volta, addirittura, eravamo andati ad una mostra sugli impressionisti, a Palazzo Reale, in Piazza Duomo, a Milano: lui guardava i quadri uno per uno e leggeva tutte le dettagliate spiegazioni che erano esposte in prossimità di ogni opera. Invece io, dietro di lui, davo solo una rapida occhiata ai vari quadri che, uno dopo l’altro, mi sfilavano davanti ma, fondamentalmente, non mollavo mai la sua schiena che immaginavo nuda, lì, davanti a me, esposta come un’opera d’arte fra altre opere d’arte, ma lei, solo lei, dedicata esclusivamente a me, solo a me.Forse qualche psicologo da mercato avrebbe potuto bollare questo mio atteggiamento come “feticismo” della schiena ma a me davvero non importava nulla: io dipendevo dalla sua schiena, ne avevo un bisogno fisico.Ma oggi?Il mio lavoro ogni giorno si divora i miei resti del giorno prima, sempre uguale, sempre ripetitivo, altro giro ma nessun regalo. Sempre le solite cose: codici a barre letti con la pistola che, però, a volte non legge e, quindi, mi costringe a inserire uno sproposito di numeri manualmente, poi bancomat da inserire, carte di credito da appoggiare, contanti, “Vuole un altro sacchetto?”, “Scusi, mancano ancora trenta centesimi”,”Posso pagare con i ticket?”, ”Ma la confezione della mozzarella perde, forse è bucata...posso andare a cambiarla?”. Non si finisce mai, tutte piccole cose, tutti piccoli problemi che però colonizzano la testa, la svuotano e, spesso, ti svuotano proprio dentro, non lasciandoti nemmeno un qualsiasi “fuori”. Sei tu e sei quel robot lì, non sei una persona, sei un’appendice della cassa: nonostante le luci, i suoni e i colori tu sei sempre quella maledetta pallina intrappolata in quel flipper di altri.Il resto non conta.Ma, poi, quale resto?Se avessi una vita “fuori” forse tutto sarebbe più sopportabile.Ma “fuori”, adesso, qualcosa è cambiato.Ho iniziato ad osservarci, con uno sguardo “alieno”, come se fossi un extra-terrestre che non ci ha mai visto.Eccoci qui, una coppia, normale.Siamo invecchiati, certo, abbiamo più rughe, la pelle ha perso la sua freschezza, lo sguardo si è ingracilito, gli occhi si sono un poco affossati.Nulla è più come prima.Le cose da fare sono tante, certo.Le paure crescono, ogni giorno, certo.E...qualcosa si è rotto.Qualcosa ma non tutto.La centralità della schiena per me è rimasta, solo che ha cambiato segno, come potrebbero dire dei matematici.Siamo una coppia di sessantenni, lo so, eppure io non posso accettare la necrosi del nostro rapporto, non posso accettare che quel coniglietto saltellante e vitale sia diventato questo stanco elefante che si trascina stancamente da un giorno all’altro.Le luci del giorno non sono indicative del deteriorarsi del nostro rapporto perché tutti e due lavoriamo, ognuno di noi vive di fatto altrove, è diluito in altri mondi, entrambi abbiamo altri panorami umani e ambientali che ci coinvolgono e che sono la nostra vita effettivamente vissuta quotidianamente.Ma, in effetti, la vita dovrebbe iniziare a casa, fuori dalle gabbie lavorative, fuori dai rapporti di produzione, fuori dalle gerarchie e dalle necessità della pura sopravvivenza materiale.Ecco che la speranza, fragile mollusco, si rifugia così nella conchiglia emozionale, quella che lo dovrebbe attendere “a casa”, nel luogo dove i sentimenti possono fluire liberamente e tornare al centro della scena.E allora eccoci a casa, quel nostro appartamentino dove, anni fa, abbiamo scelto di iniziare a sognare e sognarci addosso, così senza paura e senza preservativo.Ma il risultato, oggi, è tutt’altro.La sera ci ritroviamo ad orari diversi, io arrivo prima, verso le venti e quindi ho il tempo di farmi una doccia e iniziare a preparare qualcosa da mangiare, lui arriva sempre dopo le nove e, di solito, ha già mangiato un panino o cenato fuori con qualche cliente, dice.In questo modo finisce che noi ci ritroviamo solo a letto dove lui mi bofonchia una buonanotte minimale e quasi asfittica, girandosi dall’altra parte.Io resto al buio o con la luce fioca della mia abat-jour con lampadina led a basso consumo e, sempre, guardo la sua schiena che è sempre lei, anche sotto quel pigiama che la cela a tutti ma non a me, perché io so perfettamente cosa c’è sotto, io conosco ogni palmo di quella pelle anche se, adesso non la vedo più.Ogni notte la guardo e capisco che, ancora una volta, quella schiena è rimasta centrale, anche adesso, nonostante tutto: prima testimoniava la nostra vita, ora ne certifica l’assenza, quasi fosse diventata uno schermo dove si proietta il nostro nulla, quel niente che è diventato il nostro rapporto.Ogni notte mi chiedo se sarebbe stato meglio aver avuto la possibilità di mettere al mondo dei figli oppure non mettersi insieme.Ogni volta non trovo risposte ma vengo assediata da nuove domande.Perché mi sembra di non vivere mentre il mio tempo sta passando?Perché non sono rimasta la signorina Betranzi e ho scelto di diventare la moglie di Vartellini?Perché devo prendere sonniferi o tranquillanti per riuscire a dormire almeno un po’ la notte?Perché mi sento sempre stanca anche se non faccio nulla di particolare?Ieri sera ho avvicinato la mia mano alla schiena di Walter mentre lui dormiva, il mio dito medio è venuto a contatto con il tessuto del pigiama che avvolge la sua schiena.Ho chiuso gli occhi.Non so come ma un istante dopo ho visto lui con un coltello che cercava di uccidermi e io che cercavo di divincolarmi dalla sua presa ma lui non mollava e aveva gli occhi di mio padre. Terribile vero? Ma non come la semplice riflessione che mi venne in mente dopo: pensai che almeno così qualcosa si era mosso, eravamo tornati vivi.La scena poi cambiava repentinamente: lui improvvisamente tornava dolce, come se fosse un personaggio diverso di un’altra trama sconosciuta, si girava, mi baciava e mi diceva che dovevamo recuperare quello che eravamo stati da giovani e mi baciava e io sentivo ancora la sua lingua trasmettere vita dentro la mia bocca, sempre avida di lui. Mi ricordo la gioia che mi attraversò subito dopo.Ci misi un po’ a capire che quelle due immagini erano state solo due rapidi sogni, infatti mi svegliai di soprassalto e di nuovo vidi quella schiena muta intrappolata in quel pigiama grigio da cui nemmeno si sognava di fuggire.Intorno a me tutto era buio.Lui non sarebbe mai cambiato, ormai.Io non avevo più la forza e i modi di cercare di cambiarlo.Anch’io divenni buia.La coppia che voleva cambiare il mondo era stata modificata e sconfitta da quello stesso mondo.Ora sopravvivevano solo due corpi, individuali, affiancati ma reciprocamente oscuri e distaccati.Un silenzio assordante dominava la stanza eccezion fatta per il flebile respiro di lui che però, quasi estraneo, si perdeva nel nulla, esattamente dal lato opposto dove ero io, anche questo simbolo di una lontananza che stava guadagnando terreno.Capii che ero tornata ad essere la solita pallina da flipper di sempre.E così piansi. >>
Al Sombrío, orfanotrofio spagnolo sperduto nella foresta di Irati, Paloma si rifugia nei libri e nella danza per sopravvivere alla crudeltà del proprietario Rodrigo. Ma è la musica di Felipe a darle un barlume di speranza, fino a quando un segreto sepolto riaf
Una storia da vivere tutto d'un fiato.
Vicky e Fede, Victoria e Federico.
Vento in faccia, tornante dopo tornante, curva dopo curva.
Un'alba particolarmente afosa, aria di pioggia. Lamiere, nulla più.
Un ultimo desiderio: "Portami via con te".
Sullo sfondo di una Procida vibrante, dove i colori pastello della Corricella si fondono con il profumo dolceamaro dei limoni e la poesia classica di Virgilio, cresce Cristina. Dotata di un'anima selvaggia e di uno straordinario talento artistico, la bambina c