La schiena (Riflessioni di una moglie delusa) di Alberto Urso
<<E ancora non capisco perché ho deciso di scrivere queste righe anche se, in realtà, sotto sotto, credo di saperlo: così mi illudo di poter parlare ancora con qualcuno e di essere ancora viva. Non so nemmeno chi potrebbe essere interessato a leggere queste mie cose così private, così vuote di senso per chi non conosce i dettagli di ciò di cui sto parlando. Io comunque vado avanti lo stesso, vedete voi, chiunque voi siate, se proseguire nella lettura o no, d’altronde io scrivo per sfogarmi e non per far sì che qualcuno mi legga: non ho bisogno di lettori, sono io che sento il bisogno di scrivere.Mi chiamo Lucia Betranzi in Vartellini, ho cinquantanove anni, sono sposata da quasi trentanni con mio marito Walter che ha la mia stessa età. Io sono alta quasi un metro e settanta, capelli biondo cenere a caschetto, occhi verdi, corporatura normale, unghie trattate con gel semi-permanente ma senza essere ossessiva cioè lo faccio quando me ne viene voglia. Ho un carattere mansueto, non alzo mai la voce, vado d’accordo con tutti e, come lavoro, faccio la commessa, se vi sembra poco è un problema vostro e non mio. Io personalmente ho sempre amato la variopinta vitalità del supermercato, fin da piccola.Tutto mi sembrava un’enorme torta farcita di mille cose, tutte diverse, così che diventava davvero difficile identificare gli ingredienti più importanti ma era bellissimo guardare quel ricchissimo panorama e, oggi, nonostante siano passati molti anni, per me è ancora lo stesso. È proprio come essere sempre al centro di una sfilata, ecco i prodotti che scorrono quasi rassegnati sul tapis-roulant, poi i clienti, con tutti i loro colori e grigiori, di abbigliamento e di personalità. Qualcuno è giovane, altri sono anziani, qualcuno è maleducato, altri gentili, tutti vestiti in mille modi diversi, chi casual, chi elegante, chi in abiti da lavoro, chi è molto dinamico e chi lento per i colpi inferti dall’età. Io, per parte mia, sono lì, al centro della scena, un po’ pubblico di tutto quello che succede e un po’ attrice di una trama ogni giorno sempre nuova e sconosciuta. Non è male come lavoro anche se, per una ragione o per l’altra, io finisco per essere sempre dalla parte del torto: così, se passo gli articoli troppo velocemente, ecco che alcuni si lamentano che non riescono a starmi dietro, mentre, se li passo troppo lentamente, ecco altri che iniziano a sbuffare e a guardare l’orologio o il cellulare, spazientiti. È incredibile ma, in realtà, non c’è una via di mezzo: io sono sempre sulla graticola. Comunque io non me ne curo più di tanto, alla fine resto lì e le mie mani si muovono in modo meccanico e quasi automatico, ripetendo a memoria quei movimenti ormai interiorizzati a tal punto che, a volte, quando ci faccio caso, sbaglio e il cliente di turno mi fulmina con un’occhiataccia e allora vado in paranoia, mi disarticolo, un po' come quando improvvisamente si prende consapevolezza del proprio respiro e allora si inizia ad avere difficoltà a respirare perché, in qualche modo, ne perdiamo la spontaneità e la naturalità del respiro. E quando le abitudini e gli automatismi si sfaldano, la cosa diventa problematica, sempre.Quell’inarrestabile susseguirsi di cose e persone che scorrono in continuazione, da un lato inebetisce ma, dall’altro, culla e consegna una sua delicata e superficiale bellezza: tutto è incredibilmente monotono ma privo di rischi, le parole, le cose, le tessere fedeltà, i sacchetti, i dépliant con le offerte, le persone, i bancomat, le carte di credito, le colleghe, il direttore. È un mondo ripetitivo ma regolato che, alla fine, diventa ansiolitico, io mi sento sicura lì anche se,a volte, mi spengo, certo.Quando ero più giovane era bello pensare alla giornata lavorativa come ad una clessidra che rovesciavo non appena iniziavo a lavorare e ogni granello di sabbia che cadeva mi esaltava perché mi avvicinava al momento in cui potevo tornare a casa e, prima, fare le mie cose e, poi, rivedere mio marito e respirarci ancora, nutrendoci reciprocamente.Già mio marito, ecco, è arrivato il momento di parlarne.Mio marito Walter è alto un metro e ottanta, un poco sovrappeso, ha un filo di pancetta, capelli sale e pepe, ancora folti però. Ha un carattere taciturno anche se, all’esterno, sembra una persona totalmente diversa rispetto a quello che è in casa: fuori fa l’amicone, una battuta dopo l’altra, si veste bene, è sempre quello che organizza tutto e forse, in questo, lo ha un po’ aiutato il suo lavoro di agente per una azienda di mobili che lo ha condotto a interfacciarsi e relazionarsi con molte persone. In casa, invece, sembra sempre spento, avvilito, parla poco, non ride mai. Chiaramente parlo di questi ultimi anni perché, prima, non era così, ridevamo, scherzavamo, ci alimentavamo reciprocamente, certo lui è un carattere piuttosto tranquillo e abbastanza introverso ma, quando eravamo più giovani, era tutto un altro mondo, stavamo davvero bene insieme.Forse la causa di questo rabbuiamento è stato l’invecchiamento.Forse è colpa sua.O forse mia.Ma, comunque, è così.Certo non litighiamo mai ma il nostro rapporto sopravvive in modo statico e stentoreo, è clinicamente vivo però non pulsa di vita come i primi anni che ci siamo conosciuti: ora sembriamo due conoscenti che si sono trovati a vivere nella stessa stanza ma in realtà sappiamo tutti e due che non è così.Quando ci siamo conosciuti, ormai più di trentanni fa, eravamo due ragazzi molto vitali e gioiosi. Lui mi venne presentato da una mia amica, Adele, una volta che ci trovammo per caso in centro a Milano. Io pensavo che lui fosse il suo fidanzato ma quando lei mi disse che non lo era, sentii una gioia dentro di me che, al momento , non mi spiegai. Mentre io parlavo con la mia amica, notai che lui mi squadrava accuratamente e anch’io facevo lo stesso, seppur in un modo più, discreto come dovrebbe essere normale per una donna. Finito quell’incontro casuale, un giorno Adele mi disse che il suo amico, Walter appunto, le aveva chiesto il mio numero di cellulare e mi chiese l’autorizzazione per darglielo. Io naturalmente acconsentii e mi sentii dentro una gioia incontenibile. Tra l’altro Walter, a quei tempi, era davvero un bel ragazzo, alto, magro, capelli castani lunghi e raccolti, occhi profondi e castani, il tutto arricchito da un portamento elegante e da una buona parlantina. Certo anch’io, a quell’epoca, non ero da buttare e sicuramente le sue occhiate nei miei punti sensibili mi avevano confermato che non ero passata inosservata ai suoi occhi.Da lì in avanti tutto fu velocissimo, ci incontrammo tre o quattro volte, prima nello stesso bar dove ci eravamo conosciuti con Alice, poi vicino alla fermata della 51 (l’autobus che io prendevo per tornare a casa), poi al parco di Porta Venezia e, infine, a casa sua dove, per la prima volta, lui mi baciò appassionatamente. Due mesi dopo che ci eravamo conosciuti decidemmo di fidanzarci, stavamo bene insieme, avevamo molte cose in comune e a me faceva decisamente piacere anche solo camminare al suo fianco. Il matrimonio fu quasi inevitabile. Per la prima volta nella mia vita ero innamorata e così sembrava che lo fosse anche lui. Oggi, decenni dopo, dico: forse ho sbagliato, forse ha sbagliato lui, forse sbagliamo tutti, fabbricandoci un’immagine migliore rispetto a quello che è la realtà, solo perché ci piacerebbe che effettivamente tutto fosse davvero così, forse siamo tutti troppo determinati da quelle stupide serie nord-americane dove tutto sembra andare sempre bene.Non è così, invece.All’inizio, in effetti, fra di noi tutto era meraviglioso e ci sembrava davvero di vivere in una favola, eravamo coinvolti, affiatati e la cosa era visibile anche all’esterno perché i nostri stessi amici ce lo dicevano, invidiandoci in silenzio. Quando io lo aspettavo sulla panchina davanti al Museo di Storia Naturale di Porta Venezia, a Milano, il mio cuore sembrava voler uscire dal petto, mi sentivo emozionata e poi, quando la sua figura si stagliava all’ingresso del cancelletto metallico del parco, io mi sentivo semplicemente felice. E così sembrava lui. Furono anni totali, dove tutto il resto era diventato “sfondo” mentre noi, solamente noi, eravamo “figura”, cardine meravigliosamente accentratore.Io non ero abituata alla felicità e questa cosa mi tramortiva, non mi sembrava vero che fossi davvero io a vivere quella meraviglia. Ma, invece, era proprio così. I nostri baci divennero, giorno dopo giorno, sempre più appassionati e, alla fine, arrivammo, naturalmente, a fare l’amore e il coinvolgimento reciproco si approfondì ulteriormente, le sue mani accarezzavano il mio corpo delicatamente come una dolce brezza culla e anima le spighe di grano cotte dal sole, i nostri occhi si incatenavano e diventavano quasi fissi, perché conquistati, ammaliati, le mie mani viaggiavano sul suo corpo olivastro mentre lui mi accarezzava dolcemente i fianchi ed io sentivo che era lui a darmi una forma, come se davvero mi creasse con ogni suo tocco sensuale. Sentirlo poco dopo dentro di me mi dava una gioia incredibile e un piacere diviso a metà tra il fisico e il mentale, creando un mix che mi rendeva cenere nelle sue mani. Solo oggi mi chiedo se anche per lui fosse lo stesso. Chissà. Nessuno di noi due si era mai posto il problema dei figli, da un lato perché entrambe provenivamo da due famiglie frammentate e sfasciate ma, soprattutto, perché, io, a causa di una grave forma di endometriosi che mi aveva danneggiato le tube di Falloppio, non potevo avere figli mentre lui proprio non li voleva. Questo aveva creato una situazione perfetta per noi che ci consentiva di fare l’amore in modo completo tutte le volte che volevamo, senza correre rischi che io restassi incinta. L’unico vero limite era il nostro desiderio che, come ogni desiderio, faceva fatica ad essere arginato. Al di là di tutto, io ero totalmente presa da lui, sia emotivamente che fisicamente e questo mi rendeva felice di assistere al mio incenerimento a beneficio di lui perché anche questo significava amare, pensavo allora, essendone assolutamente convinta. Oggi, invece, le mie considerazioni mi suggeriscono che forse non è mai bello diventare cenere per qualcuno perché, dopo, basta uno spiffero d’aria e tutto si dissolve e tu voli via.Comunque quelli furono anni belli e dinamici, noi sembravamo davvero al centro di tutto, non importava nemmeno che tutti e due avessimo deciso di abbandonare gli studi perché l’università non sembrava il fine di nessuno di noi, a lui non piaceva studiare, a me piaceva ma non ne avevo voglia. Entrambe le nostre famiglie erano lontane, e le nostre vite si erano sviluppate in modo solitario quasi fossimo orfani di fatto.I genitori di Walter stavano in Sicilia ma lui li sentiva poco o quasi nulla anche perché, quando Walter decise di emigrare al Nord per cercare lavoro, nessuno di loro si sentì in dovere di aiutarlo. Così lui iniziò a fare la gavetta tra bar, ristoranti, hotel, negozi fino a quando il titolare di un negozio di mobili di Viale Abruzzi decise di prenderlo come apprendista. Bastarono pochi mesi e il titolare decise di mandarlo in giro a cercare clienti, visto che il ragazzo aveva una buona parlantina e quello cambiò la vita di Walter che iniziò a lavorare a provvigioni e, poiché portava sempre clienti, i soldi iniziarono a non diventare più un problema per lui. I miei genitori, invece, erano di Milano ma il loro rapporto fu sempre una continua battaglia e io mi trovai in mezzo alle loro liti più o meno legali, cosa che limitò molto la mia giovinezza perché la mia testa non poteva mai essere del tutto libera da preoccupazioni. Me ne andai di casa quando mio padre tentò di uccidere mia madre perché aveva scoperto una chat di lei sul computer di casa nostra: mi ricordo ancora le urla di lei e gli occhi indemoniati di lui che teneva tra le mani un coltello di cucina che continuava a sollevare in aria minacciandola. “Eccola qua la famiglia, quella tanto accuratamente esibita all’esterno per creare un’apparenza che sembrasse credibile” pensai. In quell’occasione io ero terrorizzata ma sentivo di dover fare qualcosa, così mi misi in mezzo, implorai mio padre, mia madre era impaurita, bianca in volto, poi mio padre scoppiò a piangere e lasciò cadere il coltello. Anch’io mi misi a piangere ma come una bambina, davvero come se fossi regredita a quando avevo cinque anni e, in quel preciso momento, decisi che me ne dovevo andare, anche se avevo solo ventuno anni. Questa mia decisione si rafforzò ulteriormente quando mia madre mi confessò tranquillamente che lei chattava con uomini diversi da più di sei anni. In quel preciso momento capii di non aver più una famiglia e, probabilmente, di non averla mai avuta. In quell’esatto momento capii la differenza che c’era tra l’apparenza e la realtà, tra la ribalta e il retroscena. Decisi che dovevo trovare un lavoro e un posto dove stare, subito, velocemente. Ero carina e abbastanza intelligente quindi, parlando di qui e di là, trovai più di un’offerta di lavoro ma, alla fine, scelsi il posto di cassiera in prova che mi era stato offerto da un piccolo supermercato della zona.Anche sulla casa fui fortunata perché la mia migliore amica, Alice (sì proprio quella che poi mi avrebbe fatto conoscere Walter) era in affitto in un piccolo appartamentino a Paderno Dugnano: lei era più grande di me, lavorava come interprete e quell’appartamento di ottanta metri quadrati, con una camera e un salotto con un divano letto, poteva facilmente essere adatto a tutti e due e lei era contenta di poter dividere il costo dell’affitto con qualcun altro.Intanto, tempo dopo, i miei genitori divorziarono ma io scelsi volutamente di perderli di vista: credevo e credo ancora che, piuttosto di una famiglia disfunzionale, era decisamente meglio non avere addosso alcuna famiglia. Poi non volevo loro ingerenze nella mia vita, io volevo reggermi sulle mie sole gambe, con tutti i rischi del caso.Così iniziai la mia vita, come tanti, lavoro, casa, lavoro, poi domenica, divertimento, discoteca, nulla, casa e via, nuova settimana, casa, lavoro, casa, lavoro…Proprio come una pallina intrappolata in un flipper.Però continuavo a sognare perché i sogni, quelli, davvero nessuno te li può rubare o, almeno, così credevo.
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