Storia · capitolo 8

Capitolo 7. LE CHEMIO

La mia storia tragicomiconcologica di giovanna capretta

Il piano era questo: quattro cicli di chemio e poi 18 di “trastuzumab”, oltre a 30 sedute di Radioterapia. Chemio e anticorpo ogni 21 giorni all’ospedale di Montebelluna; la radio tutti i giorni, dal lunedi al venerdi, all’ospedale di Treviso.

I giorni che precedono l’inizio della terapia, li passi a riflettere sui vari “sentito dire che” e sperare: speravo che la nausea non fosse forte, speravo che gli effetti non fossero tanto traumatici e mi chiedevo come avrei reagito alla perdita dei capelli e se davvero li avessi persi: la mia segreta speranza era quella di essere un’eccezione, di essere più “cattiva” del farmaco… e se, invece, i miei capelli potessero resistere alla loro stessa soppressione? Mi chiedevo anche se davvero fosse necessaria quella tortura, ma in questi casi, secondo me, bisogna porsi poche domande, scegliere una strada, crederci e seguirla fino in fondo. Io avevo scelto di fidarmi della scienza medica e dei suoi protocolli, che stabilivano si dovesse fare così.

La perdita dei capelli, fin da subito, per me non ha rappresentato un grande problema: un giorno, guardandomi allo specchio, ho fatto una riflessione (in tutti i sensi!): alla fine io sono la persona che, durante la giornata, si vede di meno: mi vedo allo specchio al mattino, perché mi lavo denti e viso; poi basta, non mi vedo più fino al mattino successivo (mi lavo anche la sera, ma sono stanca e, senza occhiali, ci vedo meno che al mattino). Pertanto vedermi con o senza capelli non faceva molta differenza. Se a qualcuno avesse dato fastidio o si fosse sentito a disagio… beh! era un problema suo, non mio. Quindi non spettava a me risolverglielo.

Bene. A fine agosto, dopo la visita oncologica, è arrivato il giorno della prima chemio. Come per tutte le cose nuove anche per la chemio hai “l’ansia della prima volta”.

L’oncologo mi aveva detto che non era necessario che fossi accompagnata, così quel giorno sono andata in ospedale da sola. Sapendo di dover restare tutta la mattina (alla fine erano circa tre ore di flebo), ho ben pensato di ottimizzare il tempo portandomi il computer per fare qualcosa.

In oncologia c’è una grande stanza con delle poltrone apposite. Sono belle e comode. Sono celesti ed hanno i pulsanti che le fanno muovere in tutte le loro parti: si alzano, si abbassano, si alza e si abbassa il poggiapiedi, lo schienale… tutto. Ci sono circa una decina di posti, forse di più, collocati lungo il perimetro della stanza. Ad ogni poltrona è accostata l’asta della flebo e da lì partono i tubicini che si collegano all’ago-canula che ti piantano nel braccio e che servono per far entrare tutti i liquidi delle diverse ampolle nelle vene del paziente di turno.

Io avevo diverse bottiglie: quella del “lavaggio”, il protettore gastrico, il cortisone, e i due chemioterapici. Uno dei due era particolare: di un colore rosso come il “gingerino”. Quello è il terrore di tutti, quello che fa perdere i capelli. Quello che provoca la nausea, la debolezza, che cambia i gusti al cibo… morale: il “gingerino” fa male.

Prima dell’intervento avevo ben pensato di tagliare i capelli ad una mezza lunghezza. Prima li avevo lunghi. Appena dopo la prima chemio mi sono premurata di tagliarli cortissimi, in previsione di perderli.

Il giorno della prima chemio, tornando dall’ospedale, mi sono stupita. Nessun effetto. Ma già la sera, tornando da una passeggiatina, mi è cominciata la nausea… credevo di non riuscire nemmeno a tornare a casa. I tre mesi successivi li ho passati così: fatta la chemio stavo benino. Il giorno dopo nausea per una decina di giorni, cominciavo a riprendermi e, appena stavo meglio, altra botta di “gingerino”!

Finita la prima chemio ho pensato “bene, me ne mancano solo tre”. Dopo la seconda: “ok, sono a metà”; alla terza “perfetto, la prossima è l’ultima; alla quarta “e fin qua siamo arrivati!”.

A due settimane dalla prima chemio ho iniziato a seminare capelli un po’ ovunque, finchè un bel giorno ho deciso di comprare la macchinetta tagliacapelli e, con l’aiuto di mio marito, ho messo fine a questa caduta; ormai trovavo capelli ovunque: in bagno, sul cuscino, sulla tastiera del computer. Bisognava (letteralmente) darci un taglio. Vivere senza capelli non è stato poi così male: mi ero fatta delle lunghe stole in seta pura (avevo comprato degli scampoli bellissimi allo spaccio di una locale fabbrica di cravatte e camicie). Delle stole bellissime che ho sempre abbinato agli abiti: se ero vestita in bianco, stola bianca; in azzurro, stola azzurra, e via dicendo. Come si suol dire “di necessità virtù”. Devo dire che mi piaceva questo stile, mi sentivo a mio agio e lo ho sempre sfoggiato con fierezza ed orgoglio: quella lunga “coda“ in seta che mi arrivava fino a sotto la schiena, che svolazzava quando camminavo o ad ogni folata di vento e che potevo “lanciare” a lato o portare in avanti, mi faceva sentire elegante e mi appagava della mancanza della chioma naturale. Unico neo della situazione: il freddo. Avendo iniziato le chemio a fine agosto non potevo che andare verso l’inverno. Così sopra la stola mi infilavo pure il berretto di lana, ma ho sempre patito freddo alla testa. Ho pensato tanto agli uomini calvi: come facevano a girare con la testa nuda senza sentire freddo? La risposta è arrivata da mio marito (esperto…): “amore, il tuo processo è rapido ma reversibile, quello per un uomo è lento ma irreversibile!”. Eh! Certo! Un uomo ha il tempo di abituare la propria cute alla mancanza dei capelli! Io no invece! Li avevo persi tutti nel giro di un paio di settimane!

Per il resto, una comodità: niente pettini, niente spazzole, niente balsamo, niente acconciatura in disordine, niente parrucchiera, doccia velocissima, al mattino su il foulard ed ero a posto, ogni giorno un colore diverso, per casa e tempo libero una pratica (e meno bella) bandana, quando lavavo il viso ormai lavavo tutta la testa... Tutto perfetto e comodissimo.

Solo una mia zia una volta mi ha fatto osservazione: “metete ‘na paruca, tu me par ‘na zhinghena!” (traduzione: mettiti una parrucca, mi sembri una zingara!). L’ho volutamente ignorata: ho sempre avuto una repulsione per la parrucca: mi dava l’idea di un animale morto da dover mettere in testa… poi pensavo: “metti che mi cada, e se la metto storta? Si vede che sono finti! metti che…”. Ne ero sicura e convinta: niente parrucca! Io mi andavo bene così, se agli altri non piacevo era un problema loro, non mio. E non spettava certo a me risolverlo: ad ognuno i propri problemi, ognuno per sé. Io ne avevo comunque una bella dose (di problemi), senza dover anche pensare di piacere a qualcuno…

Finiti i quattro “gingerini” ho iniziato i 18 cicli con il Trastuzumab: strada in discesa. Pochissimi effetti collaterali (la nausea mi era rimasta, ma molto più leggera). Sapevo che ogni tre settimane dovevo essere in ospedale. Prendevo posto sulla mia poltrona: al “mio” posto. Sì, perché ormai ero organizzatissima: cercavo di arrivare il mattino presto, prima degli altri, per poter avere il mio posto preferito, quello vicino alla finestra che guardava verso la porta. E c’erano dei motivi. Accennavo prima che mi portavo il computer. Nel 2014 era già iniziata l’epoca del “telematico”. Quel posto andava bene perché potevo appoggiare il cellulare (rigorosamente silenzioso) sulla finestra: lì aveva un buon segnale e lo usavo come router. Mi sedevo sulla poltrona sistemandomela ad hoc, mettevo il cuscino sulle ginocchia, ci appoggiavo il computer che connettevo al cellulare e lavoravo. Scrivevo, spedivo pratiche, mi portavo avanti con quello che potevo e ottimizzavo il tempo. Così per 15 mesi. Un anno abbondante scandito dall’impegno tri-settimanale all’ospedale. Quando ho finito tutti i cicli, mi sentivo un po’ spaesata: non avere più quell’impegno a scadenza fissa mi aveva messo in crisi: l’uomo si abitua a tutto, persino ai cicli di terapie oncologiche! E quando la routine cambia, è sempre sconcertante. Ma ci si riabitua: ogni fine è un nuovo inizio!

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