Capitolo 6. A CASA!!!
Alla sera, dopo aver inserito nella flebo una dose di Tachidol e rifatta la medicazione, sono stata dimessa. La “signora con l’antidolorifico” aveva anche commentato come ero vestita apprezzando i miei pantaloni larghi e svolazzanti. Ricordo che fuori pioveva. Anzi quel luglio ha piovuto praticamente per quasi tutto il mese.
Era un mercoledì.
La prima cosa che ho voluto fare appena arrivata a casa è stata quella di andare a salutare mia suocera alla quale sono molto affezionata; per me una seconda mamma. Quando mi ha vista entrare in cucina con le mie gambe si è illuminata ed ha voluto persino abbracciarmi. Un gesto che mi è rimasto nel cuore.
I giorni successivi sono stata a casa, tranquilla, a sonnecchiare sul divanetto, con mia suocera che ogni tanto veniva a controllare se stavo bene spiando dalla portafinestra del soggiorno. Andavo a pranzo dai miei suoceri che abitano vicino casa mia (se non andavo, mi portavano a casa il pranzo, quindi rifiutare era praticamente inutile e così mi sono fatta “coccolare” e viziare), guardavo i film che mi aveva procurato mio fratello, leggevo e facevo pian pianino qualche lavoretto di casa.
Ho avuto qualche visita: alcune mie care amiche e il parroco. Non me l’aspettavo, questo suo gesto mi ha fatto davvero un piacere enorme.
Qualche volta passava a trovarmi mio papà: veniva con la bicicletta e mi portava i frutti dell’orto: pomodori, cetrioli… Così verificava che stessi bene. Invece mia mamma la sentivo al telefono.
Il sabato sera ho voluto andare a cantar messa: seduta e dolorante, usando il microfono, mio grande nemico… a me piace cantare senza, a voce scoperta, ma in quell’occasione ho sepolto l’ascia di guerra contro questo strumento tecnologico, e lo ho usato, coccolandolo, come fosse il migliore dei miei amici.
Dopo circa una settimana, stufa di star sempre a casa, una mattina soleggiata mi sono decisa: esco! Sono partita a piedi da casa (non riuscivo a guidare, il dolore non mi consentiva ancora di muovermi bene) con direzione “centro di Valdobbiadene”. La mia paura era che incontrando qualcuno, mi venisse addosso: avevo la sensazione che se mi avessero urtato o solo toccata, potessero saltare tutti i punti riaprendomi le ferite.
E dove potevo andare? Strada facendo, il primo posto che mi è venuto in mente è stato l’ufficio tecnico del comune! Dopo tanti anni di frequentazione per lavoro, sento gli impiegati di quell’ufficio come amici! E, in effetti, sono stati contenti di vedermi! Forse cercavo un po’ di normalità, e quel luogo e quelle persone la rappresentavano.
Ho fatto due parole con ognuno di loro e, contestualmente, ho verificato che nulla fosse cambiato, ogni cosa al suo posto.
Poi mi sono diretta verso la casa dei miei genitori, dove ho trovato mia mamma, tutta contenta di vedermi. Al ritorno mi ha accompagnata fino a metà strada e, forse in quel momento, mi ha anche segretamente perdonata per non averle detto prima chiaramente quello che avevo. L’ho informata per “step”. Prima di tutto perché anch’io dovevo “digerire” la cosa, e poi per non dovermi trovare a gestire la mia malattia e la sua ansia: insieme, per me, sarebbero state un peso troppo grande.
Da quel giorno ho cominciato a muovermi più spesso a piedi. Ho anche ripreso l’attività in studio: la mattina andavo a piedi e a mezzogiorno mi dava un passaggio mio suocero, che era di strada.
Alla fine il ritorno alla normalità è una delle cose fondamentali in questi casi: prima ci torni, prima guarisci. La normalità dà sicurezza.
Durante tutto il mese, con cadenza settimanale, dovevo anche andare ai controlli a Castelfranco. Un paio di volte mi ha accompagnata mio marito, una volta mio fratello, una volta anche l’altro mio fratello finchè, appena sono riuscita a guidare, ho deciso di andare da sola.
Di volta in volta confidavo nell’arrivo dei risultati dell’istologico: servivano a decretare definitivamente quale fosse il tipo di tumore e (soprattutto) quali cure e terapie avrei dovuto fare dopo.
Finalmente all’ultima visita chirurgica è arrivato il verdetto: “Her2 positivo”. Quel giorno per me è stato come se avessi vinto al Lotto! Questo tipo di tumore è meno frequente e più aggressivo di un normale tumore al seno ma, secondo me, aveva un grande pregio: non essendo di origine ormonale; mi schivavo la terapia dei “cinque anni di pastiglie”. Di quella cura avevo sentito solo problemi: intolleranze, disagi, gonfiori… Preferivo, nel male, avere questo “Her2”. Questo significava 15 mesi di cure: chemio, radio e la terapia con l’anticorpo monoclonale chiamato “Herceptin” o “Trastuzumab” (in pratica sempre un chemioterapico ma mirato ad attaccare solo un tipo di cellule, con pochissimi effetti collaterali).
Dunque la cosa peggiore che mi dovevo prendere era la chemioterapia.
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