Capitolo 5. LA SIGNORA CON L’ANTIDOLORIFICO
Così mi hanno riportata, ancora rintronata, nella camera che mi avevano assegnato la mattina.
In camera con me c’era una signora; avrà avuto una settantina d’anni. Lei, al contrario di me, aveva subìto una mastectomia. Ad accompagnare questa signora c’erano: il marito, la figlia, il marito della figlia, il figlio e non so chi altro… mancavano solo: il cane, il gatto, il canarino e il topo di casa. In pratica era come stare nella canzone di Branduardi (“alla fiera dell’est”) dove l’unica cosa che io avrei desiderato avere era il bastone… solo che poi sarebbe saltato fuori il fuoco a bruciarlo, l’acqua a spegnere il fuoco, il bue a bere l’acqua e… il macellaio… troppo complicato, insomma, meglio di no, niente bastone.
A lei avevano messo una bellissima (secondo me) bottiglietta con l’anti-dolorifico.
A me no. Che rabbia! L’avrei voluta tanto anch’io…
Tutta la sua famiglia è rimasta in camera per tutta la giornata a chiacchierare. Verso sera non li sopportavo più. Avrei voluto dormire, ma non riuscivo con quell’assembramento vociante. Così ho deciso che era ora di alzarsi. Con la scusa di dover andare in bagno ho chiesto a mio marito di chiamare le infermiere. Loro sono arrivate e, in due, mi hanno aiutata ad alzarmi e mettermi il pigiama (avevo ancora il camiciotto). Ecco: se fino ad allora sentivo dolore, quando mi hanno messa a sedere alzandomi praticamente di peso per la schiena, ho sentito una fitta lancinante. Mi pareva che il mio corpo fosse come un vaso di vetro rotto, con tutti i pezzi messi assieme con lo scotch e che, mettendomi a sedere, potesse collassare tutto ed implodere su sé stesso in un attimo. Lì mi sono resa conto di avere un taglio profondo che mi pareva si dovesse riaprire subito. Mi hanno rassicurata dicendomi che era normale il dolore e che pian piano sarebbe migliorato. Così fu.
Finalmente potevo riprendere a camminare e muovermi, anche se perennemente accompagnata dal fedele treppiede a ruote con la flebo.
Verso sera è passato il chirurgo per la visita. Io, ormai tra la stanchezza della giornata e le ferite che mi facevano male, ero proprio sfinita. Quando il chirurgo mi ha chiesto come mi sentivo, nella speranza di poter avere anch’io la bellissima bottiglietta di antidolorifico, gli ho detto: “a dire la verità mi fa male…”. La sua risposta, ferma e decisa: “signora, la informo che lei è stata operata!”. E con questo dogma serafico abbiamo chiuso la questione senza mai doverla riaprire.
Quel giorno ho capito anche un’altra cosa: l’anestesia generale non è proprio così facile da tollerare. Io l’ho praticamente vomitata tutta proprio nel momento in cui è arrivata a trovarmi un’amica… che tempismo! Vabbè! eliminato un problema: l’anestesia è meglio smaltirla.
Verso sera sia mio marito che la “combriccola confusionaria” del letto accanto, sono ritornati alle rispettive dimore e siamo rimaste nella camera solo noi due: io e la signora con l’antidolorifico.
La notte in ospedale non è proprio tranquilla: le infermiere passano spesso a controllare, chiacchierano in corridoio, si sentono i vicini di stanza russare rumorosamente… Ma quella notte, anche se a fatica, sono riuscita ugualmente a prender sonno, esausta dall’insolita giornata. Sul più bello che mi ero addormentata, delle grida mi svegliano di soprassalto: “Arturo! Arturo! cosa stai facendo?” La signora con l’antidolorifico stava sognando e, come usa fare una brava moglie, stava sgridando il marito anche nel sonno. Destata ho cominciato a dirle “signora, non c’è Arturo qui” (e pensavo: per fortuna!) e lei (che stava sempre dormendo): “e dov’è?”. “A casa, signora… noi siamo in ospedale…”. Intanto, richiamate dalle grida, sono arrivate le infermiere allarmate. Le ho tranquillizzate: “la signora stava parlando nel sonno…”. Nel frattempo la signora si è svegliata e si è scusata con me e con loro. Povera, mica l’aveva fatta apposta… Ma per me era finito il riposo. Il mattino alle 6 ero stufa di stare a letto e mi sono alzata, accompagnata dalla fedele asta della flebo, per andare in bagno. Poco dopo è arrivata la colazione. Così (anche un po’ per vendetta, a dire il vero), sempre dolorante e impacciata, ho convinto la mia vicina di letto ad alzarsi. Fino a quel momento non si era ancora mai alzata. L’ho aiutata a mettersi la vestaglia (se qualcuno mi vedeva avrebbe riso come un matto… praticamente muovevo un solo braccio… mi piegavo solo da una parte, ero attaccata alla flebo e alla bottiglia del drenaggio… insomma, ero un po’ “fantozziana”…), le ho messo le ciabatte e l’ho praticamente obbligata a far colazione con me al tavolo.
Quando è arrivato suo marito, vedendola alzata, si è commosso! Mentre entrava in camera, il suo sorriso diventava sempre più bello e più grande. Ho visto il suo volto rugoso illuminarsi e, anche se ce l’avevo con lui e tutta la sua rumorosa famiglia, in quel momento mi ha fatto una gran tenerezza e mi sono sentita bene: far alzare la signora con l’antidolorifico è stata la mia prima buona azione della giornata. Tutt’ora la ricordo con una punta di orgoglio! Potevo essere contenta!
Anche quel giorno, di lì a poco, ha iniziato ad arrivare tutto il “parentado” della signora, accatastandosi davanti la porta del bagno, vicino al suo letto. Per non “disturbarli” ho preferito alzarmi e andare al bagno nel corridoio, anche per fare due passi (sempre io e il fedele treppiede con la flebo) e togliermi dalle orecchie le storie delle loro vite che in un giorno e mezzo avevo imparato a memoria. Ritornando dal bagno mi ritrovo la porta chiusa e, in camera, la psicologa (io le avevo parlato prima dell’operazione, mentre aspettavo il mio turno: è normale parlare con uno psicologo quando si affronta un’operazione così); non aveva fatto in tempo il giorno prima a parlare con la signora, così era arrivata quella mattina e mi ha chiesto la cortesia di aspettare un po’ fuori. Rimango una mezz’oretta a vagabondare per il corridoio con il mio fedele compagno a rotelle che tenevo stretto come un vescovo impugna il baculo pastorale, chiacchierando un po’ con un infermiere, e poi tento di ritornarmene a letto. Eh…niente. Non potevo entrare. La signora stava ancora “confessando” tutte le sue pene e le sue ansie alla terapista… Per fortuna che io sono una “paziente”! Ma in quel momento ero stanca e mi faceva male dappertutto… volevo andare a letto… Non tutto il male vien per nuocere: mentre aspettavo ho incontrato un’infermiera che mi ha informata che già la sera mi avrebbero mandata a casa. “Signor te ringrazio!”. Quella sera, finalmente, avrei avuto un po’ di pace! Quando sono riuscita a ritornare in camera, stanca ma contenta della notizia, la figlia della signora, che nel frattempo era stata portata a fare la medicazione in ambulatorio, ha intavolato un discorso con me (stare in silenzio non era proprio prerogativa di quella famiglia…): “mi dispiace, forse la abbiamo un po’ disturbata…!” L’ho fulminata. Se dai miei occhi avessero potuto uscire tutti i miei pensieri, in quel momento, seduta stante, si sarebbe trasformata in un mucchietto di cenere, come un cartone animato di “Tom e Jarry”… aveva detto “un po’”! altro che “un po’”!!! Mi avevano proprio rotto le scatole di brutto!!! Ma non potevo certo dirglielo così! Qualcosa dovevo rispondere e, leggermente esasperata, cercando di far rientrare tutti i fulmini che stavo per scagliarle contro, di spegnere lo “sguardo fotonico” da Superman e soffocando l’incendio che mi stava per far uscire il fumo dalle orecchie ed eruttare a mo’ di vulcano, delle frasi roventi, ho ripreso in una frazione di secondo e con dignità la mia parvenza umana e le ho detto con molta flemma e voce gentile, forse solo appena un pochino canzonatoria, ma ferma: “non si preoccupi, tanto io stasera vado a casa e voi restate qui”… Infatti per un’operazione di mastectomia tenevano la paziente per più giorni, mentre per la mia quadrantectomia, se non c’erano complicazioni, mi bastavano una o due notti; credo, comunque, che in quel preciso istante abbia capito anche tutto quello che non le ho detto…
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