Storia · capitolo 5

Capitolo 4. L’INTERVENTO

La mia storia tragicomiconcologica di giovanna capretta

7 Luglio 2014: alle 7.00 sono a Castelfranco accompagnata da mio marito. Il giorno fatidico. Mi assegnano una stanza e mi ritrovo con addosso uno dei soliti camiciotti, consunti ma pulitissimi, allacciati dietro, ad aspettare (tanto per cambiare…) il mio turno.

Ok. E’ ora.

Entrare in sala operatoria è una strana esperienza. Ti trasportano con il letto fino al corridoio di ingresso alla sala. Lì saluti chi ti accompagna ed entri in quei meandri “segreti” fatti di stanze insolite. Io, da buon geometra, ho un vizio: ogni volta che entro in un qualsiasi immobile, nella mia testa lo vedo immediatamente in planimetria, come se lo stessi disegnando. Lo stendo spiaccicandolo su un foglio immaginario. Lo trasformo in bi-dimensionale, praticamente, e individuo la sua disposizione interna; in particolare lo memorizzo e cerco di individuare le vie di uscita ed i “punti sicuri” in modo che, se dovesse arrivare una scossa di terremoto, saprei già come “scappare” e dove rifugiarmi (il terremoto… una delle mie fobie…). E’ più forte di me, lo faccio inconsciamente e in maniera automatica, anche quando entro in un ristorante o una pizzeria o in una chiesa… E di solito mi è utile, perché mi serve anche ad orientarmi. Ecco: la sala operatoria non sono riuscita a “disegnarla”, come fosse un locale al quale si accede attraversando una porta spazio-temporale che non fa parte dello stabile. Sono entrata due volte nella stessa sala operatoria a distanza di quasi 5 anni, ed entrambe le volte mi ha dato la stessa sensazione: non è disegnabile.

Comunque, continuiamo: arrivo in una stanza e dal letto mi fanno passare su un tavolone scorrevole in acciaio che mi trasporta oltre la parete. Da lì passo in un lettino più rigido, mi infilano l’ago-canula e mi portano nella famosa sala. L’operazione al seno prevede di essere messi in croce: ti fanno allargare le braccia appoggiandole su appositi sostegni e lì ti legano braccia e gambe per impedire movimenti imprevisti durante la sedazione. Quella posizione, già di suo, incute un senso di inferiorità, di debolezza…il freddo in sala fa il resto. Per fortuna dormi, altrimenti tremeresti come una foglia sotto i ferri…

Ricordo varie persone con cappellini in tessuto colorati, mascherate e bardate che mi giravano intorno. Il chirurgo (che a prima vista non mi ha mica dato una gran bella impressione…) era in piedi alla mia destra, che mi fissava in silenzio. Poi hanno iniziato a parlarmi spiegandomi cosa stavano facendo e che, comunque, avrebbero deciso definitivamente cosa fare nel corso dell’operazione stessa, in base a “quello” che avrebbero trovato… io, del resto, avevo già firmato il consenso; hanno collegato tubi e tubicini e portato ampolle e bottiglie per la flebo. E lì ho chiesto, forse sorprendendo i miei “compagni di stanza” ed usando esattamente queste parole, con tono quasi imperativo: “chi è che intuba qui?”. Si è fatta avanti una dottoressina che mi ha detto, timidamente e un po’ stupita: “sono io”. E io: “mi raccomando… le corde vocali: mi servono!”. Avevo sentito dire che il tubo poteva dar fastidio alla gola… io dovevo cantare! La mia preoccupazione, quindi, era che non mi danneggiassero le corde vocali! Chissà cos’hanno pensato!!! Per il resto ero psicologicamente pronta ad affrontare la definitiva separazione da “coso”.

Nel giro di poco ho visto un liquido giallo che cominciava ad entrarmi nel braccio e qualcuno mi ha detto: “Giovanna, pensa ad una bella cosa!”. Io, presa un po’ alla sprovvista per quella strana richiesta (nei film vedi che ti fanno “contare”, quindi non ero preparata a dover “pensare”…), ho cominciato a concentrarmi… una bella cosa… a cosa potevo pensare? E, lì per lì (non facciamoci troppe domande), mi è venuto in mente che dovevo ancorare i ferma-balconi sul muro a casa, perché ogni volta che ventava un po’ di più sbattevano. Ecco, non ho fatto a tempo a pensare ad altro… Di lì a poco (“poco” secondo me… ma, di fatto, son passate tre ore) ho sentito una voce angelica che mi chiamava da dietro la mia testa, anzi, quasi dall’Aldilà: “Giovanna, Giovanna! Senti dolore?”. Alle parole “senti dolore” mi sono improvvisamente svegliata e… Si! Certo che sentivo dolore! Mi faceva un gran male l’ascella! Come se avessi avuto un gatto appeso sotto il braccio attaccato con i denti e le unghie che non mollava la presa! Allora mi sono resa conto che l’operazione era finita e nel risvegliarmi (memore dei ferma-balconi e preso atto che mi faceva male l’ascella e anche il seno) mi è sorta spontanea la domanda che ho prontamente esternato alla voce angelica: “ma posso ancora usare il trapano?”.  L’infermiera, ovviamente sorpresa da tale richiesta, dopo aver sorriso mi ha chiesto “cosa devi fare con il trapano?”. Io le avrei voluto spiegare tutta la storia dei ferma-balconi, le avrei voluto dire che avevamo appena finito la casa, che ci stavamo ancora lavorando e che dovevo assolutamente fermare quei balconi che ad ogni soffio di vento sbattevano furiosi aprendosi e chiudendosi ma… in quel momento era troppo complicato da spiegare, così mi sono limitata a risponderle: “buchi”. E intanto pensavo un po’ sorpresa e un po’ irritata: “ma cos’altro vuoi che ci faccia con un trapano?”.

Passato questo primo momento mi hanno riportata fuori facendomi di nuovo passare sul tavolaccio in acciaio e rimettendomi nel mio letto-mobile. Lì ho chiesto di mio marito che, nel frattempo, è comparso nel corridoio. Povero! Intanto che io pensavo ai ferma-balconi lui ha dovuto rimanere ad aspettare per più di tre ore senza sapere cosa mi avessero fatto. Capire che l’operazione era andata bene, che non è stata invasiva (una quadrantectomia e non una mastectomia) e che mi avevano tolto solo il linfonodo sentinella e un secondo linfonodo che “dava segnale”, senza il bisogno di fare la disserzione di tutti i linfonodi ascellari, per lui è stato un sollievo.

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