Storia · capitolo 4

Capitolo 3 -PICCOLO DIZIONARIO ETIMO-ONCOLOGICO (IRONICO)

La mia storia tragicomiconcologica di giovanna capretta

Proprio in forza a quanto esposto (le attese), quando hai un tumore hai anche molto tempo da utilizzare in vari modi. Prima regola: ottimizzare sempre ogni minuto. Io ho letto, scritto, lavorato, chiacchierato, riflettuto, cantato... Insomma ho sempre fatto qualcosa di utile o di futile. Mai inutile, comunque.

E parlerò delle riflessioni. Una mia cara amica, con la quale ho “convissuto” un periodo professionale ultradecennale, ha sempre sostenuto che io sono una persona “ironica”; quando le nostre strade hanno preso direzioni diverse mi ha detto che quello che le mancava più di me era l’ironia. Le manco talmente tanto che nel suo ufficio ha appeso uno stendardo raffigurante le caprette… E poi l’ironica sono io!

Io mi definisco in modo un po’ diverso; sono dissacrante e sarcastica, soprattutto quando mi trovo di fronte a situazioni “complicate”: tanto vale, come si suol dire, “buttarla in vacca”!

Dunque, durante le varie attese ho iniziato a pensare, prima in modo serio, poi faceto, ai vari termini “medici” ed ai loro significati. Ecco il risultato in un breve elenco:

 

-       MEDICO: colui che ti cura usando la medicina. In genere una persona seria, che vede tante persone impaurite, spesse volte, ai suoi occhi, trasformate in numero.  I medici incutono sempre un certo timore e, di solito, ci si rivolge a loro con riverenza, cortesia e spirito di sottomissione. Mai contraddire un medico! Hai sempre paura di dire qualcosa che lo possa stufare, offendere o far arrabbiare, devi stare attento a non essere ipocondriaco, cercare di capire termini che non ti appartengono e che ti vengono proposti con una sorte di contagocce: da un medico non saprai mai tutto! Ma non puoi far altro che fidarti di lui/lei. Sei nelle sue mani, hai la sensazione di inferiorità e dipendenza.

Poi li osservi meglio (sempre perché tu hai il tempo) e vedi degli uomini e delle donne che “macinano” ore su ore in ospedale per cercare di salvare quante più vite possibile, tanto che ti chiedi se anche loro hanno una vita ed una famiglia al di fuori di quei luoghi, perché sono sempre lì. A qualsiasi ora. Vai alle 8 di mattina sono lì, alle 13 sono lì, alle 17 sono lì, alle 19 sono ancora lì…

-       INFERMIERE/A: questa è facile. Formata da due parole: “in”, privativa e “fermi”. Cioè “mai fermi”, E torna perfettamente: queste sono persone che girano in continuazione tra i letti, le camere, i corridoi. Sempre pronte ad intervenire ogniqualvolta le chiami con un cenno o schiacciando il pulsante del campanello. Come le api in un alveare, lavorano, vanno, vengono, portano cose, medicine, lenzuola, fanno iniezioni, ti parlano. Mai fermi! Quasi sempre gentilissimi. Sono rari gli infermieri poco gentili! Anzi, i “non gentili” sono talmente pochi che li ricordi per forza. Ricordo di averne incontrata una che sembrava un soldato, una volta… Ero stata operata al menisco: mi avevano fatto l’anestesia spinale, quindi non sentivo le gambe e non potevo certo stare in piedi. Appena uscita dalla sala operatoria mi riportano in camera dicendomi che avrei dovuto aspettare un paio d’ore prima di poter scendere dal letto. Mi metto il cuore in pace e mi accingo ad aspettare (in questo sono ormai una vera esperta… ad aspettare, intendo…). Dopo cinque minuti entra in camera una specie di “caporalmaggiore” con il camice, corpulenta, inflessibile e con l’espressione truce. Si piazza in fondo al mio letto con le mani sui fianchi, le gambe ed i gomiti allargati in posizione di comando, mi guarda e mi dice in tono perentorio: “Lei!!! Vuole alzarsi?”. E io, che le avrei quasi risposto a tono come avrebbe fatto un bravo soldatino sottoposto, “signornòssignore!!!”, le dico invece timidamente: “no, non riesco ancora a sentire le gambe, sono appena rientrata dalla sala operatoria… magari più tardi…tra poco…”. Ritorna dopo altri dieci minuti, stesso tono: “Lei! adesso vuole alzarsi?”. E io: “no, non sento ancora le gambe” (e le mie compagne di stanza iniziano a sghignazzare). Dopo altri dieci minuti ritorna, sempre più spazientita… e io… certo che avrei voluto alzarmi, porca miseria! ma non sentivo ancora le gambe... Poi passa un po’ di tempo, finalmente ritorno a sentire le gambe attaccate al corpo, e a muovere le dita dei piedi; vedo passare nel corridoio il “caporalmaggiore” e la chiamo: “mi scusi, per favore, ora vorrei provare ad alzarmi”. E lei “eh! No! Te l’ho chiesto già tre volte e non hai voluto alzarti, adesso aspetti!”; esplosione di risate nella camera…

-       PAZIENTE: anche questa è facile e di logica deduzione. Come altro potresti chiamarti se non “paziente”? in realtà non è nemmeno un nome, è un verbo: participio presente “colui che pazienta” (n.b.: il participio presente di “pazientare” sarebbe “pazientante”, ma è molto più verisimile “paziente”!). Sei sempre lì che aspetti, non puoi essere altro che “paziente”.

E se non lo sei, lo diventi!

Non sei più solo “malato” (cioè affetto da malattia), sei soprattutto “paziente” (dotato di pazienza); è quasi come avere un grado in più. Al contrario del medico, che solitamente è “impaziente”… perché ha tanti “pazienti” da seguire. Medico e paziente sono sempre agli antipodi: in ambulatorio uno siede di fronte all’altro; in sala operatoria uno è steso, l’altro in piedi; uno cura l’altro è malato; uno spiega, l’altro ascolta; uno ordina, l’altro esegue; Insomma. Il rapporto tra medico e paziente è chiaro, indiscutibile, preciso ed inequivocabile. A volte mi chiedo cosa succederebbe se si invertissero i ruoli; provo a mettermi nei panni di un medico e penso che sia proprio una persona coraggiosa: io non so se avrei la forza ed il coraggio di operare un’altra persona, di stabilire quale sia la cura più giusta, di decidere sulla vita di un altro… la paura di sbagliare mi farebbe andare fuori di testa. Chissà se anche un medico a volte prova a mettersi nei panni del paziente?

-       TUMORE. Due parole: dal veneto “tu-more” (= tu muori). Semplicemente una sentenza. Chiara ed inequivocabile. La fine naturale di ogni vita, solo che così appare ravvicinata e incute il terrore.

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