Storia · capitolo 11

Capitolo 10. E DOPO 15 MESI…

La mia storia tragicomiconcologica di giovanna capretta

Si chiude una parentesi e si ritorna alla normalità. Solo che non è proprio così scontato. Chi ha vissuto un’esperienza come la mia non riesce a chiudersi la porta alle spalle… guardi avanti, ma la porta dietro di te resta sempre socchiusa in modo che quando ti volti indietro puoi vedere ciò che hai passato e superato. Tutte “avventure” che restano lì, dietro la porta, e spuntano per non farsi mai dimenticare. Man mano che la vita va avanti, ti giri sempre meno volte indietro, e quella porta resta lì come un monumento. Semi-aperta, silenziosa, ma presente come un mònito.

Si riprende la vita normale ma con un sentore costante, con l’allerta nel cuore e contestualmente con la speranza. La sensazione peggiore che ho vissuto in quel periodo, che pensavo fosse nella mia immaginazione, è stata il “conto alla rovescia”. Non saprei come spiegarlo, ma ho sempre avuto la sensazione che l’avventura (o meglio, la disavventura) non fosse finita. Intanto il tempo passava: prima scandito da una visita di controllo ogni sei mesi, poi una volta all’anno. Passato il quarto anno ho cominciato a sentirmi più tranquilla: le ricerche mediche parlano di “guarigione” una volta trascorsi i 5 anni senza che si ripresentino ricadute. Ormai mancava poco, sempre meno!

Ma niente… dopo quasi cinque anni mi compare un noduletto sotto l’ascella destra. Me ne accorgo perché stirando sento strani formicolii al braccio. Chiamo la mia oncologa che mi visita immediatamente e decide di farmi fare un’ecografia urgente. A Castelfranco trovo un medico che sentenzia: “si tratta di un linfonodo ingrossato”… eh… già… Su questo non avevo certo dubbi, me n’era accorta da sola. Mi dice che può capitare e che non mi devo preoccupare. E’ ottobre. Non proprio convinta mi rimetto il cuore in pace, ma con un campanello d’allarme che continua a suonare. A gennaio dovevo fare altri controlli di routine, quindi mi tranquillizzo: se davvero c’è qualcosa che non va a gennaio lo saprò. E torno alla mia routine.

Arriva gennaio e il radiologo guarda questo linfonodo cicciotto e mi dice: “considerando il pregresso, non posso dire da cosa derivi questa infiammazione, consiglio una biopsia. La chiameremo a breve”… Ecco… tornano le inquietudini. A febbraio non sento ancora nessuno, quindi chiamo la radiologia. Mi rispondono un po’ scocciati: “signora, lei ha fatto l’ecografia da poco, deve pazientare!” “sì, sì, certo! io di secondo nome faccio “paziente”, ma è il medico che mi ha detto che mi avrebbero chiamata a breve…”.

Dopo nemmeno un’ora mi richiamano e, scusandosi perché la mia cartella era “finita sotto”, mi fissano l’appuntamento per il giorno successivo… penso… “Benon!”. Dopo alcune settimane arriva la sentenza della biopsia: “metastasi linfonodale ascellare destra”. Non posso, per decenza, riportare il testo dei miei pensieri, dirò solo che tutti i famosi intercalari veneti sono passati in corsa dentro la mia testa susseguendosi come le miriadi di vagoni di un treno merci che sfreccia mentre aspetti ad un passaggio a livello. Ecco… punto, a capo. Ma, in fondo, già lo sapevo…

Morale della favola? Nuovo intervento, ancora chemioterapia, ancora radioterapia, ancora immunoterapia… La cosa positiva? Sapevo già tutto. Come funzionava l’anestesia, il percorso ed il decorso pre e post intervento, le terapie, la strada per Treviso, dove trovare tutti i reparti e tutti gli ambulatori per visite ed esami… Stavolta nessuna sorpresa! La seconda volta sai già cosa fare, come fare, dove andare. La seconda volta sei una veterana! Anzi! La “seconda volta” puoi addirittura osservare ed apprezzare (o biasimare) le differenze!

Che dire? Dopo tanto esercizio ad essere “paziente” sei pronta a rimetterti in gioco di nuovo, sai già tutto e rimetti in campo tutta quell’esperienza di attesa che ti fa guardare gli altri (quelli che invece sono alla loro “prima volta”) con quell’aria saccente del ripetente di terza media che sembra dire: “pfuì! so già tutto, un gioco da ragazzi! Sèguimi, che ti spiego io come si fa!”.

Dopo il nuovo intervento ho dovuto attendere l’esito dell’istologico, per la conferma delle terapie. La differenza rispetto alla prima volta è che mi hanno spedita a casa con attaccata “la bottiglia” del drenaggio: mi hanno regalato una borsetta a tracolla di stoffa gialla per inserirla dentro; una borsetta fatta dalle volontarie della Lilt (Lega Italiana per la Lotta contro i Tumori) che regalavano a tutte e che io usavo di notte, ma che di giorno trovavo tremendamente scomoda: penzolava come il peso di un pendolo a destra e a sinistra rendendo complicato ogni movimento e ogni cosa. Sono stata ricoverata tre giorni in ospedale e in quei tre giorni ho escogitato cosa fare per riuscire a convivere dignitosamente e il più comodamente possibile con “la bottiglia”. Ci ho pensato molto e sono addivenuta a questa conclusione: il mio stesso problema ce l’avevano i caw-boy nel Far-west che dovevano portarsi appresso il revolver; dunque la soluzione era semplice: dovevo costruire un fodero da attaccare alla gamba per riporci quel bussolotto. Così ho fatto: la sera del giovedì sono arrivata a casa, il venerdì mattina ho cercato tra i miei scampoli di stoffa, ho scelto un pezzo di tessuto da tappezzeria (un “gobelin”), molto carino, ho tirato fuori forbici, ago, filo e macchina da cucire e dopo colazione la prima cosa che ho fatto è stata esattamente cucire il fodero per “la bottiglia”! Una tasca con due lunghi passanti da appendere alla cintura, un bottone-gioiello per chiuderla (“anca l’òcio vol la so part” = anche l’occhio vuole la sua parte) ed uno spago abbastanza lungo riportante una scritta con la pubblicità di una nota cantina locale (quello avevo…), da legare attorno alla gamba. Detto, fatto! Eccome se funzionava!!! Avevo le mani libere, nessun oggetto che penzolava e potevo fare tutto (o quasi, insomma…)! Quando mi presentavo alle visite a Castelfranco il chirurgo, rivolgendosi un po’ a me e un po’ alle infermiere, mi salutava con un “signore, è arrivato il nostro pistolero!”. Il fodero è stato il mio fedele compagno per 45 giorni!!! In quel lasso di tempo lo ho sostituito solo un paio di volte con una borsetta a tracolla in perline (la versione “elegante” per nascondere e trasportare “la bottiglia”!): ad un matrimonio ed il giorno di Pasqua (il fodero era comodissimo, ma non certo elegante!). Mica potevo presentarmi in chiesa “armata”!

Non starò a raccontare di tutte le terapie, ma voglio fare un apprezzamento per l’ospedale di Treviso, dove mi son cuccata altre 28 sedute di radioterapia: a distanza di 5 anni avevano rinnovato “il parco macchine” e gli ambienti. Non si vedevano più le crepe sul soffitto, con mia grande pace che così temevo meno il potenziale evento sismico che avrebbe sbriciolato il padiglione mentre ero stesa seminuda per farmi bombardare con le onde radio!

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