Storia · capitolo 12

Capitolo 11 - MA PERCHE' TI SEI RASATA I CAPELLI?

La mia storia tragicomiconcologica di Giovanna Capretta

Dopo il secondo intervento, appena appreso che avrei dovuto rifarmi tutto il percorso fatto di “Chemio-Radio-Immunoterapia”, mi son messa il cuore in pace. Ma quell’anno (era il 2019) dovevamo sposarci. La data del matrimonio era il 1° giugno, e le chemio le ho iniziate ai primi di maggio. Per scaramanzia ho tentato di non tagliare i capelli e resistere fino al 1° giugno, sperando di poter fare una qualche acconciatura. In effetti, deboli e dimezzati, non mi hanno tradita: i capelli hanno resistito fino a quel giorno e la mia parrucchiera, bravissima, è riuscita a farmi uno chignon più “incollato” che altro, perché le restavano in mano mentre li pettinava. La settimana successiva ho deciso di farmeli tagliare con la macchinetta: ormai, a scopo raggiunto, non aveva più senso tenere quella chioma sfibrata e caduca…

Un giorno, con il mio taglio cortissimo, stavo camminando per strada. Incontro un uomo (che conoscevo appena di vista) a spasso con il suo cane. Il cane aveva un’aria rassegnata, stanca, che mi sono spiegata solo in seguito. Il signore mi vede camminare velocemente per la mia strada, mi ferma e mi parla. Lì per lì non ho capito (o non ho voluto capire) quello che mi diceva. Me lo sono fatta ripetere: “ma perché ti sei rasata i capelli?”. Alla seconda volta, comprendendo esattamente le parole ma non il motivo per cui le pronunciasse, mi sono innervosita; gli ho semplicemente risposto: “non sono affari suoi” e ho continuato per la mia strada. Ma davvero quella domanda impertinente, inopportuna, invadente e offensiva, mi ha ferita. Molto. Mi sono anche detta: io reagisco così e lo considero un maleducato;  ma un’altra persona, magari più sensibile, si sarebbe chiusa in casa a piangere e non ne sarebbe più uscita. E più ci pensavo, più mi arrabbiavo.  A distanza di qualche giorno lo ho reincontrato, proprio in centro del paese, sulla porta di un bar. Cerco di ignorarlo e passare dritta, sperando che lui facesse altrettanto, invece mi chiama di nuovo e mi dice: “guarda che ho capito perché ti sei rasata i capelli! Ma avresti dovuto dirmelo! io ero del mestiere!” (prima di andare in pensione faceva il barbiere). Ecco, quando uno se le cerca… Mi sono girata e ho cominciato ad urlargli dietro letteralmente: “Glielo ho detto una volta e ora lo ripeto: lei deve imparare a farsi gli affari suoi!”. E ho chiuso il dialogo, mentre tutti gli avventori del bar si son voltati a guardare senza capire bene cosa fosse successo. A distanza di qualche giorno (e avevo già ri-adottato il copricapo perché di capelli non ce n’erano più) ho incontrato sua moglie che ha tentato di scusarsi per il marito… (anche perché nel frattempo ne avevo parlato con un mio amico che fa il giornalista, ed il fatto era finito sulla stampa…).

Purtroppo cose analoghe ne sono accadute ancora. Mi chiedo come facciano le persone ad avere così poco tatto, ma soprattutto così poca umanità.

Una volta ero in piazza con la testa coperta da una delle mie belle sciarpe di seta. Incontro una signora che non conoscevo nemmeno che mi dice: “ma non ti vergogni ad attraversare la piazza così?”. La Mia risposta è arrivata ancor prima del mio pensiero: “in realtà mi vergogno di più a farmi vedere mentre parlo con lei…” e ho attraversato la piazza senza aspettare la sua risposta. Ma di cosa avrei dovuto vergognarmi? Di essere sotto cure oncologiche? Ma perché avrei dovuto vergognarmi? Non ho fatto nulla di male per “meritarmi” un tumore (anzi, due…).

Un’altra volta è venuto un cliente in ufficio, ero appena rientrata al lavoro, qualche giorno dopo l’operazione…  Mi ha chiesto a che punto era la sua pratica (una pratica pendente da oltre trent’anni che aveva sempre consapevolmente ignorato, quindi nulla di urgente); mi scuso dicendogli che ero appena tornata dall’ospedale e la sua pratica era ancora ferma. Mi chiede cosa avessi avuto e gli rispondo che ero stata operata per un tumore. Con mia sorpresa il signore mi dice con molta arroganza (lo scrivo con i puntini, per omettere la volgarità, ma lascio intendere…): “a me non frega un c…o del suo tumore, voglio le mie carte a posto subito! Poteva avvisarmi che sarebbe stata in ospedale!”. Forse aveva ragione sul fatto che non avevo avvisato né lui né molti altri clienti, ma sinceramente era l’ultimo dei miei pensieri in quei giorni… Mi sono alzata dalla sedia senza dire nulla, sono andata alla porta di ingresso, l’ho aperta e gli ho detto: “questa porta che ha usato per entrare, ora la usi pure per uscire, perché lei umanamente vale zero e io non voglio aver nulla a che fare con una persona come lei”. A distanza di qualche giorno mi ha chiamata per scusarsi. Lo ho perdonato, ma lo ho invitato comunque a cambiare tecnico.

Perché ho raccontato queste cose? Perché vorrei far capire che una persona che sta vivendo una malattia (sia un tumore o altro) è una persona debole. Non ha chiesto di star male, capita. Può capitare a chiunque.  Io spero che chi leggerà queste mie righe possa riflettere su cosa significa vivere con un tumore. Spero che serva per rendere tutti un pochino più comprensivi e più umani. Nessuno ha il compito di risolvere i problemi degli altri come unico dovere di vita. Mia nonna diceva sempre “son tuti de carne e de fià” (siamo tutti – fatti -  di carne e di fiato), e può capitare a tutti di star male. La salute prevale su tutto, anche sui problemi burocratici non risolti. Devono sempre venire prima le persone, la solidarietà, la comprensione; questi sono i veri valori della vita. Non significa che le cose “materiali” possano essere tralasciate, significa solo che ognuno di noi dovrebbe adottare una scala di valori, dove al primo posto non sempre può esserci l’”io”, l’ego che passa sopra a tutto e a tutti come un rullo compressore o uno schiacciasassi. Un po’ di rispetto, di riservatezza, di tatto e di umana solidarietà non guastano mai.

Il nostro stile di vita è sempre più fondato su una percezione distorta della realtà, a volte ci fa confondere filmati e social con la realtà stessa. Ma le persone esistono ancora, sono vere, hanno ancora sentimenti e vanno rispettate. Non dovremo mai dimenticarcene. Qualcuno più “in alto” una volta ha detto: “non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te”. Non è una frase banale: poche parole che racchiudono un grande dogma. Rispetta il tuo prossimo, se vuoi essere rispettato; sii gentile se non vuoi essere maltrattato; aiuta chi ha bisogno, se vuoi che qualcuno aiuti te quando sarai tu ad averne bisogno.

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