Storia · capitolo 9

Capitolo 9

Norah's den di Sara Patané

Non credevo che avrei reagito così alla morte di una persona cara.

Nonostante si dicesse che i giapponesi fossero persone calme, che poco esprimevano le loro emozioni, io ero sempre stata al contrario molto espressiva e a volte anche esagerata nelle reazioni.

Eppure quando intuii che mia nonna era morta, quello che provai fu…niente. Non provai assolutamente niente.

Forse il motivo è che quando l’unica persona che ti rimaneva nella vita d’un tratto scompare come se non ci fosse mai stata, lo shock è talmente elevato che nulla basterebbe a colmarlo. Le lacrime sono uno sfogo nel momento in cui una mancanza può essere riempita, ma questo non era il caso.

E forse, nel profondo, avevo già capito tutto.

A Shelter non avvenivano i funerali, ed io ne ero felice. Il pensiero comune era che è inutile fare una cerimonia per qualcuno che non può assistere. Ciò che usava era chinare il capo e dimostrare la propria solidarietà ogni volta che i parenti passavano per strada, il che accadeva raramente. Incaricavano me di scrivere qualche riga in loro memoria, e questo era uno dei motivi per cui conoscevo tante persone, in particolare i loro fantasmi.

Questa volta io non scrissi niente.

Quello che feci quella maledetta sera di martedì, fu scappare fuori da casa, via da quel corpo. Caddi in ginocchio sulla riva del Minor Lake e mi sdraiai a osservare quelle false stelle. Era tutto così irreale.

In poco i vicini dovettero accorgersi della mia presenza, perché non ci volle molto prima che qualcuno cercasse di riscuotermi. Io però rimasi immobile, anche se figure senza volto mi si paravano davanti per capire se fossi viva.

Le stelle sono incredibili. Avevo letto da qualche parte che guardando la volta celeste, di notte, si poteva leggere nel passato, perché la luce di alcune di loro si era già spenta ma aveva impiegato del tempo per raggiungere la Terra. L’idea che la luce avesse una sua velocità mi aveva colpito. Non sono cose che si apprendono nella scuola di Shelter.

Ognuna di loro poteva avere dei pianeti che le vorticavano attorno, dipendenti da lei, ognuno credendosi più importante rispetto all’altro, inconsapevole che non fosse così. Ma forse mi sbagliavo, forse quello che dicevo era frutto del mio essere umana. Lo si sa, gli umani hanno una mania di egocentrismo impareggiabile da altri esseri viventi. Ognuno guarda gli altri e li vede più fortunati o più sfortunati, più intelligenti o meno intelligenti, riferendosi a se stesso come metro di paragone. Eppure siamo puntini a malapena visibili in un mondo più grande, spesso sconosciuto, popolato da altri miliardi di puntini che cercano di brillare più prepotentemente degli altri.

Rimasi in quella posizione finché la luce di quei puntini non si affievolì sotto quella di una più potente di una stella più vicina. Per tutta la notte avevo udito voci e passi intorno a me, e quando riuscii ad alzarmi, grazie alle braccia di due persone che mi reggevano a peso morto, e tornai in casa, mia nonna non c’era più.

Quelle persone mi fecero sedere di fronte a una terza, e ci volle qualche secondo per capire che quella terza stava parlando con me, e che si trattava di mio zio.

«…quindi potrai vivere ancora qui, se lo vorrai, se no potrai trasferirti da noi per un po’ finché non ti riassegneranno un’altra abitazione» terminò il discorso, le mani giunte sul tavolo e lo sguardo fisso su di me.

Le persone che mi avevano portata lì si erano sedute di fianco a me, e voltai appena la testa per constatare che si trattava di Keira e Matt. Mia cugina era stranamente a pezzi, doveva aver pianto, e Matt aveva un’espressione seria e combattuta.

Ma io non riuscivo a pensare a loro, a tutto quello che era successo tra noi, ai litigi e alle cattiverie che erano uscite nell’ultima settimana.

Tutto ciò che continuava a rimbombare nel mio cervello era una frase.

«Le parole fanno più eco degli spari».

Tutti e tre si voltarono verso di me.

«Come?» domandò mio zio, confuso.

«Le parole fanno più eco degli spari» ripetei, ma non a lui. A malapena mi rendevo conto che lui era lì.

«Non capisco».

Io mi alzai continuando a ripetere quella frase. Forse perché già allora avevo un po’ intuito.

Forse i tre mi chiamarono, non lo ricordo.

Camminai verso la porta e uscii. Nonostante il mio lutto, era una giornata normale a Shelter. Incontrai solo Mr. LionHeart, che chinò il capo in segno di rispetto per il mio dolore. Io continuai a ripetere quella frase, ignorandolo, e corsi alla cascata. Mi arrampicai sulla roccia, senza mai smettere di parlare e frugai sotto la coperta, scostando il libro di mia madre e i miei due quaderni. Presi la penna blu e, di fianco al sole disegnato da Matt il giorno della sua Cerimonia, scrissi le parole che mi stavano tormentando, perché ne capissi appieno il significato. Il concetto dell’applicarsi a una nuova disciplina, o a un nuovo concetto, era così vero: sentendo si dimentica, vedendo si ricorda.

Ed eseguendo si impara.

 

                                                                                  *

«April».

Alzai lo sguardo dal piatto. Non doveva essere la prima volta che mia zia mi chiamava, perché il suo tono era preoccupato.

«Cosa?»

Mio zio e Keira mi fissavano.

«Ho chiesto se non avessi fame» rispose mia zia. Non avevo ancora toccato cibo da quando era stata servita la cena. «Non è bene sprecare le razioni» aggiunse. «Se non lo vuoi te lo metto via e te lo riscaldo più tardi».

«Sì, grazie» risposi. Mia zia era una cara amica di mia madre prima di sposarsi, per questo era l’unica con cui non mi pesava comunicare.

Lei sorrise e mi prese il piatto, poi si alzò.

«Ho sentito il medico che il Leader ha incaricato di eseguire l’autopsia» disse mio zio, mangiando avidamente la sua razione. «E ha detto che è morta di infarto. Dopotutto era anziana e aveva già dato segno di non stare bene. Ha avuto una morte senza dolore».

«Io avrei un’altra teoria» il sussurro di mia cugina fu talmente fievole che quasi pensai di essermelo immaginato, ma entrambi i miei zii erano ammutoliti.

«Non iniziare, Keira» il tono di mia zia era molto duro, carico di rimproveri non detti.

La ragazza lanciò la forchetta nel piatto, e se avessi avuto i miei soliti riflessi sarei trasalita. Quello che feci invece fu battere le ciglia.

«Sappiamo tutti qual è la verità!» sbottò Keira, alzandosi in piedi e facendo cadere la sedia per terra.

I miei zii sembravano davvero turbati.

Lo sguardo di mia cugina si fissò su di me. «Giusto. Non tutti».

Possibile che in una situazione del genere lei fosse arrabbiata con me?

Mi sentivo un’osservatrice passiva in quella situazione. Era come se fossi un fantasma che era riuscito a penetrare nelle mura della loro abitazione per prendere parte a una loro discussione privata.

Non avevo avuto molta scelta. Avrei voluto andare a dormire nella mia grotta, ma i miei zii mi avevano praticamente obbligata ad andare ad abitare da loro per un po’. E io avevo semplicemente acconsentito con il silenzio.

«Stai attenta a quello che dici» il tono di mio zio era agghiacciante. Keira fece balzare lo sguardo da uno all’altra, poi i suoi occhi fulminarono ancora me e si decise a sbattere la porta di camera sua, che tra l’altro avrebbe dovuto dividere con me.

Rimanemmo in silenzio per un po’, noi tre, e l’unico rumore che si percepiva era il tintinnio delle posate sui piatti. Fui io a romperlo.

«Come si chiama?» domandai, con un tono tanto piatto che stentavo a riconoscerlo come mio. «Il medico che ha svolto l’autopsia».

I miei zii si scambiarono un’occhiata, e io temetti che non volessero dirmelo.

«Voglio solo chiedergli se avrei potuto fare qualcosa. Solo questo» mentii.

Mia zia sospirò.

«Chiedi al responsabile del reparto chirurgia».

Annuii.

Ovviamente, era normale che il responsabile del reparto chirurgia si occupasse dell’autopsia di un’anziana signora, no? O forse il problema era che serviva la sua firma per rendere autentico un falso certificato di morte?

 

                                                                                          *

Quella notte attesi fino all’una. Volevo essere sicura che i miei zii e mia cugina stessero dormendo profondamente, e che avessero il sonno pesante.

Keira stava russando, quindi immaginai che sarebbe stato difficile che si svegliasse. Il bello delle case di Shelter è che, essendo tutte al piano terra, svignarsela dalla finestra è molto semplice.

Impiegai sì e no due minuti a uscire, facendo attenzione affinché non ci fosse nessuno a osservarmi, anche se era difficile saperlo con certezza. La casa di Keira era al 13βQ, quindi molte finestre erano puntate nella mia direzione quando attraversai la via. Era la prima volta che dormivo in un’abitazione che non fosse quella di mia nonna, ma non ci feci molto caso, nonostante la prospettiva fosse completamente diversa.

La serra era in via O, esattamente al centro, così non impiegai molto a raggiungerla e a superarla. Odiavo quel posto da quando Matt vi lavorava.

Procedetti verso l’Ancient Palace (cercando di ignorare il numero di persone che luccicava sulla diga, che da 3468 era diventato 3467), accucciandomi per venir avvolta dall’ombra delle sue mura. A quell’ora doveva essere sveglio solo il vice responsabile della sicurezza.

Entrai senza problemi, le porte erano sempre spalancate, tanto che non le avevo mai viste chiuse. Andai nella sezione chirurgia, che si trovava nell’ala destra del palazzo, e raggiunsi l’obitorio, ovvero una stanza rinfrescata, che era anche l’ultima.

Tremante, entrai, constatando con gioia che la regola non scritta di Shelter di lasciare le porte aperte valeva anche stupidamente per l’ospedale. Mi chiusi nella stanza, cercando in tutti i modi di evitare di guardare il corpo immobile sul tavolo di metallo. Rimasi paralizzata sul posto per qualche secondo, poi mi feci forza e mi avvicinai. Scostai il telo che ricopriva il viso di mia nonna, ma non riuscii a guardarla e lo ricoprii subito.

Sei in missione, April, pensai, mente lucida.

Iniziai a rovistare nei cassetti, rimettendo tutto in ordine subito dopo, ma l’unica cosa che trovai fu il certificato di morte ufficiale, dovuta a un infarto. Lo rigettai nel cassetto con rabbia. Cercai ovunque, sulla scrivania, sotto, nello scaffale dove erano contenuti gli strumenti per l’autopsia, quali bisturi e guanti e altri, ma sembrava dimostrare che il certificato ufficiale fosse falso. Dopotutto, se il Leader aveva corrotto da subito il responsabile del reparto per fargli scrivere quello che voleva, un certificato originale non era stato neanche scritto…giusto?

Mi accucciai contro il muro, senza fiato e distrutta dalla stanchezza. Un fievole dubbio mi diceva che forse il Leader non aveva mentito. Mia nonna era anziana, sarebbe potuta morire di infarto, teoricamente.

Stavo per alzarmi e andarmene, quando notai, nel cestino della spazzatura, un foglio di carta stracciato e stropicciato. Lasciando da parte il disgusto, scostai un guanto sporco di sangue con le punte delle dita e raccolsi i due frammenti di carta. Mi alzai e andai alla scrivania, li stesi con le mani e li unii per leggere quello che c’era scritto. Non era un certificato ma qualche appunto, come se qualcuno stesse facendo l’autopsia e fosse stato interrotto.

 

Aira Antelope

Causa più verosimile di morte: avvelenamento da arsenico.

Morte graduale dovuta alla continua assunzione della sostanza. Richiesta di indagine…

 

Gli appunti si interrompevano così. Probabilmente un altro medico aveva iniziato l’autopsia prima di essere scacciato dal responsabile del reparto.

Infilai il foglio in tasca, cercando di respirare regolarmente.

Qualcuno aveva avvelenato mia nonna, e lo aveva fatto con l’arsenico per fare in modo che presentasse dei sintomi e che sembrasse una morte naturale. Ricordai con orrore quel giorno in cui avevo visto un’ombra oscurare la finestra e avevo pensato che fosse lei e che fosse arrabbiata con me per quello che avevo scritto sul giornale, non pensando al fatto che lei normalmente a quell’ora era al centro Anziani.  Quanto ero stata stupida. Avrei potuto salvarla, se solo avessi avuto il coraggio di entrare in casa per affrontare la sua reazione.

Ma la vera domanda era perché. Perché qualcuno avrebbe dovuto ucciderla?

E la sola risposta che mi venne in mente fu: per colpa mia.

 

                                                                                  *

Keira aveva cercato di avvertirmi.

Non sapevo perché ma ero convinta che lei fosse sempre un passo avanti a me nel conoscere le cose, nel capire come muoversi. Diceva di disprezzarmi perché seguivo le regole, e onestamente non sapevo come darle torto al momento.

Ritornai molto lentamente a casa dei miei zii, fissando il pavimento. Non sapevo che cosa avrei fatto. Continuavo a credere che quello fosse solo un terribile incubo da cui prima o poi mi sarei svegliata. Avrei preferito che il mondo fosse finito davvero, almeno tutta quella sofferenza non sarebbe stata vana. Ma ormai sapevo, e non potevo semplicemente chiudere gli occhi e fingere che non fosse così.

Quando passai davanti alla serra vi entrai e rimasi almeno mezzora a fissare la stampante con lo sguardo perso. Mi sentivo da una parte potente, dall’altra così fragile da non poter sopportare un altro soffio di vento.

Avevo una gran voglia di fare migliaia di fotocopie di quei due pezzi di carta che avevo ben nascosto nella tasca dei miei pantaloni, ma così avrei fatto finire nei guai la persona che ne era l’artefice, e non volevo rischiare che facessero del male ai miei zii e a mia cugina. Per quanto le tensioni si potessero tagliare con un coltello, erano tutto ciò che mi rimaneva della mia famiglia.

Non mi ero mai sentita tanto sola come in quel momento.

Ad un tratto udii dei passi, ma non mi voltai. Non mi importava che qualcuno mi trovasse lì, avevo tutto il diritto di starci.

«So che fa male» era la voce di Matt. Io non mi mossi. «Avevo solo cinque anni quando è morta mia madre, ma lo ricordo».

Mi si sedette vicino, ma io continuavo a fissare la stampante. Quanto potenziale sprecato.

«Dopo un po’ passa» continuava a parlare, e io volevo solo che stesse zitto. Che se ne andasse. «Ma puoi superarlo grazie alle persone che ti amano».

Mi scappò un grugnito.

«Spero tu stia scherzando» risposi, e la mia voce era spaventosamente piatta.

«No, dico sul serio» cercò di mettermi un braccio intorno alle spalle, ma io mi scostai e mi alzai.

«Chi sarebbero queste persone, eh?» fissai la sua espressione per la prima volta da quando era arrivato, e mi accorsi che era in abiti simili a un pigiama e i suoi capelli erano scompigliati. Dormiva lì, quindi?

«I miei zii, che quasi non conosco? Keira, che mi odia?» lo shock si stava pian pianto trasformando in rabbia. «Tu?»

«Una volta ero il tuo punto di riferimento» rispose lui dopo un po’, e io quasi scoppiai in lacrime. Quasi. «Ora non sono più neanche qualcuno di cui ti puoi fidare?»

Sospirai. Il silenzio continuava a dominare l’atmosfera. Nessun rumore di notte nella caverna, a parte ogni tanto il muggito di qualche mucca.

«Tua nonna era anziana. È come se si fosse addormentata…» iniziò a dire, ma io lo interruppi subito.

«Non ci provare neanche!» ora stavo quasi gridando. «Non provare a parlare di lei mai più, tanto meno della sua morte!»

«So che ce l’hai con me, ma…»

«Oh, ce l’ho decisamente con te, ma non per il motivo che credi tu»

Matt rimase immobile.

«E per che cosa?»

«Continuo a ripetermi che non è colpa tua. Ma non riesco a sentirti dire che ami tuo padre, perché è lui la causa di tutto» sussurrai, sconfortata.

«Cosa?»

«E sai qual è la parte peggiore?» lo fissai negli occhi, come se lui fosse un bambino a cui stavo spiegando qualcosa di importante. Lui non osò parlare, sembrava semplicemente sconvolto dalle mie parole. «Trascorrerò il resto della mia vita a passare avanti e indietro per quella casa, perché sarà inevitabile. Perché non posso andarmene da qui. Perché sono in trappola, e anche questo è colpa sua».

«So che sei sconvolta, ma non puoi prendertela con mio padre per qualcosa di cui non ha colpa» Matt era sulla difensiva.

«Quindi no» conclusi come se non avesse parlato. «Non sei più una delle persone di cui mi fido. Io non mi fido più di nessuno, neanche di me stessa».

Quella terribile verità mi piombò sulle spalle come un macigno.

Non attesi che rispondesse. Me ne andai dalla serra a passo spedito.

 

                                                                                      *

Entrai dalla porta questa volta. I miei zii stavano ancora dormendo, ma quando andai in camera di Keira la trovai seduta sul letto.

«Devi smetterla di fare così» mi disse, e mi accorsi per la prima volta che nel suo tono non c’era solo rabbia, ma anche tristezza e una profonda paura. «Non devi scherzare con il fuoco».

Io non risposi. Mi sedetti sul materasso accanto al suo, e per la prima volta da quando era morta mia nonna percepii lacrime calde inumidirmi il viso.

«Avevi ragione» mormorai. «È stata avvelenata, ed è tutta colpa mia».

Mi aspettavo che mia cugina iniziasse a gridare di furore nei miei confronti, o che mi picchiasse. Invece iniziò a piangere anche lei e, per la prima volta nelle nostre vite, mi abbracciò. E solo allora iniziai a lasciarmi andare e singhiozzai finché non trovai più lacrime da spargere.  

 

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