Storia · capitolo 10

Capitolo 10

Norah's den di Sara Patané

L’avvenimento più strano che mi fosse capitato nelle ultime due settimane non era stato lo scoprire che la mia vita era tutta una menzogna, che mia nonna fosse morta, né che a ucciderla fosse stato un comando del Leader di cui tutti ci eravamo sempre fidati, e neanche la perdita del mio migliore amico. L’avvenimento più strano era stato scoprire che mia cugina, che avevo sempre considerato superficiale e arrabbiata senza motivo con Shelter, fosse in realtà l’unica persona affidabile e anche l’unica che avesse capito tutto da prima.

C’era da dire che, come ebbe modo di raccontarmi prima di andare a dormire tra giovedì notte e venerdì mattina, in modo che nessuno ascoltasse, ciò era avvenuto soprattutto grazie ai suoi genitori, che non le avevano mai impedito di vedere Shelter per quello che era: una prigione.

In realtà i miei zii non le avevano mai rivelato niente esplicitamente, ma da alcuni commenti di suo padre, rimproverati da sua madre, nei confronti del Leader Keira aveva intuito che dovesse esserci qualcosa sotto e che loro ne fossero a conoscenza. Avevo sempre pensato che mio zio non provasse alcuna emozione, ed era la verità, solo che non era per semplice apatia ma per la consapevolezza di star lavorando per una società che si intrappolava da sola sottoterra. Quello che mi sfuggiva era perché non avesse reagito, ed ero convinta che con ciò avessero a che fare i miei genitori.

Io e Keira non avevamo mai parlato tanto in vita nostra come quel poco tempo che ci dedicavamo ogni sera. Dopo giornate interminabili di lavoro, formulavamo teorie per capirci qualcosa e lei mi rivelava pian piano qualche informazione in più sul suo gruppo di ribelli che, al contrario di quello che avevo sempre immaginato, era ben organizzato e ampio, finché quel sabato, verso mezzanotte, non mi sussurrò qualcosa.

«Vestiti» mi disse, alzandosi e andando all’armadio. Invece di afferrare uno dei suoi abiti piegati con cura, li scostò e infilò le unghie (che per Shelter erano davvero troppo lunghe e curate) nello stipite. In meno di un secondo scostò il piano in legno, rivelando un doppio fondo che vomitava vestiti di ogni forma e dei colori più sgargianti. Me ne lanciò uno, ed io lo tenni stretto, non avendo mai sentito un materiale tanto fine.

«È seta» bisbigliò mia cugina con un sorrisetto. «Era della bisnonna, anche se ha cercato di disfarsene. Penso provenga dal Giappone, è davvero adorabile».

Lo guardai per bene, e in effetti somigliava molto a uno di quegli abiti da sera che le donne giapponesi utilizzavano nelle illustrazioni di qualche libro.

«Ma dove stiamo andando?» domandai, e lei mi zittì con un gesto, così sospirai e obbedii ai suoi ordini.

 

                                                                                               *

Con mia grande sorpresa, Keira puntò verso la cascata. Ero talmente curiosa di sapere dove stessimo andando che quasi non percepivo il freddo sulle braccia nude. A Shelter era davvero strano che una persona andasse in giro a maniche corte, mi sentivo quasi a disagio, come se stessi camminando in biancheria intima.

Keira invece sembrava a suo agio nel suo vestito in plastica trasparente. Sotto, si vedevano chiaramente dei pantaloni più simili a mutande e una specie di corsetto che però le arrivava sopra l’ombelico. Se uno dei buoni abitanti di Shelter l’avesse vista in quel modo, sarebbe diventata lo zimbello della caverna.

Io portavo i miei soliti codini, lei invece aveva lasciato la chioma sciolta ondeggiare fino al fondoschiena, legando solo due ciuffi in modo che non le ostacolassero la vista.

Procedette a passo spedito verso la cascata, e io iniziai a temere per il mio nascondiglio. Che lo avesse scoperto?

Lei però attraversò il fiume, tenendosi incollata alla roccia, nascosta dal velo della cascata, e ci ritrovammo nella sezione α.

«Keira, dove stiamo andando?» domandai per l’ennesima volta, e lei mi fece cenno di tacere. La casa parallela a quella di mia nonna nella sezione α era disabitata. Keira ci entrò, lasciandomi fuori a fare il palo, poi ne uscì con due lanterne.

Me ne diede una, e io rinunciai a capirci qualcosa.

Mi guidò, tornando dietro al velo della cascata e, a circa un metro da terra, indicò un cunicolo talmente stretto che a malapena poteva entrarci una persona.

Lo indicò con un’espressione divertita, ed io sgranai gli occhi.

«Non se ne parla» bisbigliai, terrorizzata. Chissà cosa c’era lì dentro. Non mi fidavo, e se fossi rimasta bloccata?

«Fidati di me» rispose mia cugina, ed era davvero strano sentiglielo dire, contando che meno di una settimana prima le avrei riso in faccia. Eppure ora era cambiato tutto.

Le porsi la lanterna e mi arrampicai sulla roccia, entrando nel cunicolo prima con i piedi, infine con la testa.

Dentro non riuscivo a vedere neanche le mie mani che, con mio grande stupore, trovarono appiglio su quella che sembrava una traballante scala a pioli. Mia cugina mi passò la lanterna ed io la ressi con i denti.

Scesi lentamente, aspettando di toccare terra, e alla fine ci riuscii. Più o meno avevo percorso tre metri sotto Shelter.

Una volta arrivata giù, accesi la lanterna. 

Mi ritrovavo in un tunnel sotterraneo ben levigato e mi ci volle un secondo per intuire che non fosse naturale.

Mia cugina scese con un balzo dalla scala a pioli e accese anche lei la lanterna.

«Lo avete scavato voi questo?» domandai, carica di ammirazione. Lei scosse la testa.

«Lo abbiamo solo scoperto. Penso che sia da qui che i nostri antenati sono scesi in questo inferno» le spuntò un sorriso amaro. «Fa ridere pensare che lo abbiano fatto volontariamente».

Il mio cuore fece un balzo.

«Vuoi dire che c’è il tunnel di accesso alla superficie?»

Mia cugina mi guardò con un misto di pena e ironia.

«Pensi che staremmo ancora qui se fosse così?» si incamminò nell’oscurità. «La frana di cui parlano a scuola è avvenuta davvero e ha chiuso qualsiasi accesso al mondo esterno» sospirò. «Non c’è via di uscita, April».

 

                                                                                     *

Le parole di mia cugina mi rimbombarono nella mente per tutto il tragitto. Mi stava portando da qualche parte, in un posto che si poteva raggiungere scendendo e scendendo. Mi chiesi perché i miei antenati avessero scavato così tanto per risalire. Che fosse per il lago che gravava sulle nostre teste…letteralmente?

«Dove stiamo andando, Keira….?» iniziai a chiedere, ma la domanda si spense quando iniziai a sentir vibrare la terra, esattamente come qualche notte prima.

«Cosa succede?» strepitai. C’era un terremoto? La mia mente viaggiava verso mille possibilità, ma mia cugina iniziò a ridere.

«Non preoccuparti, April» esclamò, probabilmente il mio panico la divertiva molto.

Solo in quel momento mi resi conto che sì, la terra tremava, ma non in modo continuo. Seguiva intervalli di tempo molto brevi ma regolari.

Aumentammo il passo, e iniziai a vedere una fonte di luce alla fine del tunnel.

«Ma che...» mormorai.

C’era un suono molto strano, rimbombante, assordante. Le luci che provenivano dal fondo lampeggiavano ed erano di colori particolari, intuii che qualcuno vi avesse trasportato un proiettore potente, simile a quello che simulava le stelle la notte.

«Cos’è questo rumore?» dovetti alzare la voce per sovrastarlo. Mia cugina sorrise da un orecchio all’altro. Era la prima volta che la vedevo così felice. Mi prese per mano e mi fece svoltare l’angolo, e quello che vidi non lo scorderò mai.

A scuola ci avevano raccontato di una frana che era avvenuta all’incirca negli anni ’70, forse un anno dopo la fondazione della Nuova Shelter. Dicevano che il passaggio era stato tappato e nessuno sapesse dove fosse. Gli anziani credevano che fosse stato coperto dalla roccia della cascata, altri che fosse poco più sotto. Ma nessuna di quelle persone avrebbe immaginato che i più giovani e folli della loro città vi avessero stabilito una sorta di covo costituito di luci di ogni colore, fumo e quello strano suono cui non sapevo dare un nome.

Il passaggio in quel punto si allargava e arrivava a ricoprire per il largo una ventina di metri, per il lungo anche trenta. Le rocce che erano cadute ormai quasi cinquant’anni prima erano posate sul terreno come fossero sempre state lì, ed erano state trasformate in gradoni o piccole balconate. Su ognuna di loro era posto un divanetto o un ammasso di coperte e decine di ragazzi e ragazze vi erano sdraiati a bere, fumare e parlare e ridere, alcuni si stavano baciando senza preoccuparsi che qualcuno li potesse vedere.

Keira sembrava voler cogliere ogni segno di stupore sul mio viso, perché mi fissava con aspettativa.

«Allora?» domandò, strillando per sovrastare il caos, dopo un po’ che non dicevo niente.

Io mi voltai verso di lei.

«C-che cos’è?» feci un cenno verso l’alto come per indicare l’aria, ma lei dovette capire.

«Musica!» esclamò emozionata.

Musica. Avevo già sentito quel termine, ovviamente, ma non ne avevo mai compreso appieno il significato. Nei libri a volte cercavano di spiegarlo, e ricordo che a mia nonna una volta avevo chiesto cosa volesse dire in concreto. Il suo sguardo aveva iniziato a vagare, probabilmente in cerca di ricordi, e aveva sorriso con affetto. «Non si può spiegare a parole» aveva detto, ed io ne ero rimasta stupita, perché da quando ero nata ero sempre riuscita ad esprimere sempre tutto tramite le parole.

Ma adesso finalmente ne compresi il motivo. Il mio cuore batteva a quel ritmo.

Cercai con lo sguardo la fonte di quella meraviglia e trovai almeno tre altoparlanti posti ai lati della ridotta caverna. E poi notai, alla mia sinistra, una roccia più grande delle alte, sopra alla quale, nella penombra fornita dal continuo lampeggiare delle luci, scorsi tre ragazzi e una ragazza. Ognuno teneva in mano un oggetto (uno strumento) diverso. Uno passava le dita su delle corde, probabilmente metalliche, tese grazie a due tavole in legno poste in verticale. Se non avessi osservato meglio avrei detto che fosse un tavolino. Sotto alle corde c’erano tre tubi (non riuscivo a intuirne il materiale) e, ogni volta che il ragazzo pizzicava alcune delle corde, muovendo dei fermagli alla loro estremità, una parte della musica cambiava o si ripeteva. L’estremità libera dai fermagli era collegata con un filo a uno degli altoparlanti.

Uno reggeva un tubo metallico e se lo portava alla bocca. Era l’unico degli strumenti presenti che probabilmente avevo già visto. Il terzo ragazzo invece teneva delle bacchette in legno e con quelle picchiava in successione, fornendo il ritmo, alcuni secchi rovesciati e anche quello che sembrava un vassoio in ferro (c’erano solo all’Ancient Palace) retto da un supporto in metallo.

La ragazza invece teneva in mano il microfono collegato all’altoparlante, probabilmente simile a quello che usava il Leader per annunciarsi alle Cerimonie o per fornire avvisi importanti. Teneva gli occhi chiusi e ondeggiava, come se fosse molto concentrata, ma non faceva niente.

Guardandomi intorno riconobbi molte persone che avevo anche frequentato. Sembravano tutti così felici, così…liberi. Erano tutti vestiti in modo bizzarro, e notai che come elemento comune c’era la nudità. Nessuno era completamente nudo, ma molti ragazzi non avevano la maglietta e alcune ragazze erano in biancheria intima e camminavano senza pudore, sedendosi anche sulle ginocchia di quelli che credevo fossero i loro fidanzati.

Se qualcuno della Shelter bene fosse entrato lì dentro, avrebbe avuto un infarto. Io stessa non avrei mai creduto che avrei mai assistito a una scena del genere.

Per la prima volta in vita mia a maniche corte non sentivo freddo, forse perché la caverna era talmente gremita che non passava neanche uno spiraglio dell’aria fresca.

«Cosa ne pensi?» insisté mia cugina.

Io non riuscivo a trovare le parole, per questo mi portai le mani alla bocca per farle capire quanto tutto ciò fosse fantastico.

Mentre io la notte indagavo sul senso della vita guardando false stelle, lei si era data da fare per creare un vero e proprio gruppo di ribelli.

«Volevo che lo vedessi» disse, mentre un gruppo di persone si avvicinava. «Ma non è solo per questo» mi si avvicinò all’orecchio perché solo io potessi sentirla. «Riesci a organizzare un discorso?»

Io mi scostai, terrorizzata da quella proposta. Lei cercò di tranquillizzarmi. «Voglio solo che tu racconti quello che sai, perché loro ci aiutino. Sono persone fidate».

Non mi convinceva, ma non ebbi tempo di dirglielo, perché tre persone si erano avvicinate. Destiny, Isaiah ed Etham, ovviamente, i tre a cui avevo rovinato la reputazione poco tempo prima.

«Sei forse impazzita?» Destiny, anche con quelle luci a illuminarle il viso, era bordeaux di rabbia. I suoi ricci biondi erano raccolti in una coda di cavallo ed erano sparati da tutte le parti. «Ora andrà a raccontare tutto al Leader!»

«Fidati che non lo farò» stavo per aggiungere “rubacuori”, termine che avevo usato nell’articolo su di lei, ma mi trattenni. Avrei solo peggiorato la situazione.

«E perché dovrei crederti?» mi si piazzò davanti. «Sai solo raccontare cattiverie sulle persone».

«Io racconto solo il vero» non resistetti al lanciare uno sguardo ai due ragazzi. Etham sembrava stare dalla parte di Destiny, mentre Isaiah era sul punto di scoppiare a ridere, reggendo quella che con molta probabilità era una sigaretta. A Shelter era vietato fumare, il che aveva anche senso considerato che vivevamo al chiuso e fumare voleva dire costringere anche gli altri a farlo.

«Vuoi che ti accoltello?» strepitò la ragazza, e Keira si pose tra noi.

«Adesso basta, dopo tutti questi anni ancora non ti fidi delle mie decisioni?»  il suo tono era minaccioso. Non avevo mai visto un lupo, tantomeno un capobranco, ma uno scontro di autorità me lo sarei immaginato così.

Destiny si fece da parte come un cucciolo che era stato sgridato, anche se lanciò un’occhiata di fuoco a me prima di andarsene, per braccio a Etham.

Isaiah invece rimase lì.

«Vuoi?» mi tese una sigaretta. «Tranquilla, non è tabacco» mi sorrise; i suoi occhi erano piuttosto spenti.

«No» intervenne Keira al posto mio. «Sai che sono contro queste stronzate» si voltò verso di me per spiegare. «Non ho mai voluto che coltivassero cannabis, ma era una tradizione dei loro genitori e l’hanno introdotta qua dentro, e io non è che possa farci molto; essendo questo posto decisamente illegale, a chi li potrei denunciare?» roteò gli occhi, intuii che quello dovesse essere un argomento toccato e ritoccato. «Andiamo» prese a braccetto me e anche Isaiah, che non sembrava interessarsi a niente che non fosse ogni tanto portarsi la sigaretta alla bocca e soffiare via qualche voluta di fumo.

«Lo spettacolo sta per iniziare» Keira ci condusse su una delle rocce, in modo che il nostro sguardo fosse in linea con quello dei musicisti. Si sedette tra me e Isaiah su uno dei divanetti, che erano davvero morbidi.

«Spettacolo?» domandai, emozionata. Non avevo mai assistito a uno spettacolo diverso da una Cerimonia dei Vent’anni.

Keira annuì con vigore, alzandosi e prendendo dallo spazio tra due rocce una bottiglia che prima non avevo vista. Bevve un po’, poi si sedette lasciando me in mezzo e me la passò.

«Cos’è?» domandai, sempre urlando. Il giorno dopo sicuramente non avrei avuto più voce.

«Vodka» rispose Isaiah a meno di un centimetro dal mio orecchio. Non mi ero accorta che si fosse avvicinato così tanto, per questo sobbalzai.

Non sapevo esattamente cosa fosse la vodka, ma la assaggiai comunque quando Keria mi passò la bottiglia, e tossii, non aspettandomi un sapore così forte. Isaiah quasi me la strappò dalle mani per berne anche lui.

Stavo per protestare per i suoi modi bruschi, quando notai che le persone in sala si erano tutte sedute sui divani, di fronte ai musicisti.

Le luci smisero di lampeggiare e si spensero.

E lo spettacolo ebbe inizio.

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