Capitolo 8
Quella notte ovviamente non avevo dormito. Mi ero occupata di bruciare con quello che mi restava della candela il foglio su cui avevo scritto le parole.
Quando giunse la mattina, mia nonna chiese perché ci fosse odore di bruciato e io finsi di aver provato a cucinare la colazione, allora lei si lamentò perché non dovevo sprecare le razioni per la colazione. Solitamente ci limitavamo a un po’ di latte e al massimo a un frutto, quando era stagione.
Solo mentre sorseggiavo il latte seduta sul letto di mia nonna (che ancora faticava ad alzarsi) mi ricordai che non avevo ancora scritto il giornale per quella mattina e per poco la colazione non mi andò di traverso.
Corsi in camera mia e iniziai a scrivere direttamente a macchina articoli molto brevi e poco fantasiosi.
Quel giorno giunsi alla serra che erano le dieci, e Keira mi chiese se fosse successo qualcosa alla nonna, perché quello sarebbe stato l’unico motivo per cui avrei dovuto assentarmi. A Shelter era molto strano che qualcuno non si presentasse al lavoro, le malattie erano rare e, nel caso qualcuno ne avesse avuta una, o era mortale o si trasmetteva al resto della popolazione con la velocità di un colpo di tosse e in quel caso le attività meno importanti venivano sospese.
Non le diedi nessuna giustificazione, non era il mio superiore, e nell’attesa che la stampante compisse il suo dovere rimanemmo in silenzio. Io pensai di andare a scusarmi direttamente con il Leader, visto che su carta rispondevo direttamente a lui. Non era da me ritardare il lavoro, per questo speravo che mi avrebbe perdonata, per questa volta.
Completai velocemente il giro delle consegne poi, una volta lasciato il giornale alla base delle scale, tornai al primo piano e mi piazzai di fronte all’ufficio del Leader, il cuore in gola.
Dovevo stare attenta al mio comportamento. Se, come diceva Eddie, Noah poteva sentire e vedere tutto, forse attraverso qualche strana invenzione, e se davvero volevo credere all’anagramma di Norah allora dovevo comportarmi come se nulla fosse, come se non fosse successo niente che potesse aver alterato il mio pensiero su Shelter.
Rimasi almeno mezzora davanti alla porta dell’ufficio. Non avevo il coraggio di bussare, ma ormai era mezzogiorno e pensavo che il Leader sarebbe andato a mangiare, per questo attesi, paziente, sbadigliando ogni tre secondi.
Dentro all’ufficio doveva esserci qualcuno, perché sentivo la voce del Leader, anche se non quella dell’interlocutore, e sembrava che stesse quasi litigando.
«Deve essere quel giorno per forza?» «Perché i problemi ci sono!» «No, va bene, cercherò di contenerli».
Sapevo che Noah era una delle uniche persone a Shelter a possedere un telefono, un aggeggio che funzionava a grandi linee grazie alla corrente indotta, ma era molto raro che lo utilizzasse, perché era collegato solo con pochi uffici dei responsabili e, in totale, nella caverna ce ne dovevano essere circa una decina. Eppure, quando il Leader aprì la porta, dentro all’ufficio non c’era nessuno.
Fu colto alla sprovvista, e notai un repentino lampo di rabbia illuminargli il viso, ma fu meno di un secondo. Tornò subito a sorridere, come sempre.
«April!» esclamò, guardandosi intorno. «Da quanto sei lì?»
Che strana domanda, pensai. Non aveva chiesto perché fossi lì, ma da quanto.
«Oggi ho consegnato i giornali in ritardo di più di due ore, volevo solo scusarmi, signore» risposi, abbassando appena il capo, come era usanza fare al suo cospetto.
«Non ti preoccupare» il Leader sembrava affannato, come se lo stessi interrompendo.
«Volevo solo farle sapere che non capiterà più» aggiunsi, ma lui aveva già liquidato il discorso con un gesto. Mi diede una pacca sulla spalla, mi sorrise ancora e poi scese le scale con una corsetta, lasciando la porta dell’ufficio chiudersi.
Appena svoltò l’angolo, d’istinto mi frapposi tra la porta e lo stipite. Sapevo che si apriva solo da dentro, per questo lui non l’aveva chiusa a chiave, ma allo stesso tempo non era stato attento a vederla chiudersi. Un errore davvero importante.
Mi guardai intorno, ma non c’era quasi nessuno, e chi c’era mi ignorava completamente.
Entra e mi richiusi la porta alle spalle.
L’ufficio era molto spazioso, o almeno più di tutti gli altri. Rispecchiava lo stile essenziale tipico di Shelter, molto ordinato e svuotato di effetti personali che non fossero un’agenda.
Non so che cosa stessi cercando con esattezza, per questo l’aprii e scorsi i vari impegni del Leader. Non mi stupii di trovare la scritta “Grande Black-out” il 24 dicembre a mezzanotte. Non sapevo perché ma avveniva sempre quel giorno. Sapevo che in superficie una volta in quel periodo si festeggiava una festività, la vigilia di Natale, che aveva a che fare con la religione e che per questo a Shelter era stata abolita, solo che non sapevo perché proprio quel giorno dovesse avvenire il Grande Black-out.
L’unica scritta interessante fu quella sulla data di oggi: “chiama S”.
S quindi doveva essere la persona con cui Noah aveva parlato al telefono, e non riuscivo a capire chi potesse essere.
Chiusi l’agenda e mi concentrai sulla libreria, piena di volumi di argomenti diversi, tutti incentrati su medicina, ingegneria e altre materie tipiche della città. Non c’era niente di compromettente.
Aprii i cassetti sotto alla scrivania ma non trovai niente a parte documenti riguardanti ricerche e assegnazioni di appartamenti o impieghi. L’ultimo cassetto non si apriva.
Cercai la chiave ovunque, ma non la trovavo.
Stavo per andarmene, sconfitta, quando mi venne in mente che poteva essere nella tasca della giacca che aveva lasciato appesa all’appendiabiti. Frugai e, insieme a un fazzoletto di stoffa, una tessera (probabilmente ciò che forniva l’accesso alle sue stanze) trovai un mazzetto di chiavi.
Bingo.
Le presi e, quando finalmente quelle giuste entrarono nella serratura, girai e aprii il cassetto.
Dentro la prima cosa che notai fu una mazzetta che, almeno credevo, doveva essere di soldi. Non ne avevo mai visti dal vivo, da noi non servivano, e mi sembrava strano che il Leader ne avesse così tanti.
Li scostai e mi concentrai su ciò che stava al di sotto. Perché sotto alla mazzetta c’era qualcosa di mille volte più interessante: una cartina di Shelter.
La cosa strana era che non ne avevo mai vista una e, soprattutto, quello sembrava il piano di lavoro del padre di Noah, perché c’erano zone che io non conoscevo. La presi in mano come una bambina curiosa e la analizzai. Riconoscevo l’Ancient Palace visto dall’alto, e anche il Little Lake, la diga con abbozzate al suo interno le turbine, poi il Great Lake, il fiume, la serra e il Minor Lake con la cascata. E intorno tutte le villette da un piano, ordinate, il centro anziani e le scuole nei tre livelli, ovvero il livello Base (dai quattro ai dieci anni), Medio (dagli undici ai quindici anni) e la Specializzazione (dai quindici in poi, dipendeva da che lavoro una persona era destinata a svolgere). La scuola era a forma di piramide sdraiata, con la punta verso il palazzo, poiché il livello di Specializzazione richiedeva tante aule in cui ognuno potesse confrontarsi con professionisti e studiare in autonomia. Al centro del livello, la biblioteca ufficiale di Shelter, piena di libri di testo anche nuovi di zecca (scritti da ricercatori, medici, funzionari andati in pensione), dove la maggior parte degli studenti si riuniva per concentrarsi sullo studio. Io avevo frequentato quel posto fino a pochi mesi prima, a volte ancora ci tornavo, ma mi sentivo fuori luogo, con tutte le persone che mi disprezzavano e nessun professionista ad aver scritto libri per me.
La cosa particolare era che la cartina procedeva anche oltre la parete rocciosa dove stava la cascata. Era infatti indicata come un fiume che durava circa due o tre centimetri, poi erano state tracciate delle linee, e scritto al centro “Melton Hill Lake”. Le mani iniziarono a tremarmi.
Girai il foglio e, sul retro, c’era un’altra cartina, ma questa era diversa. Era stata tracciata una figura irregolare, e al suo interno altre linee, che sembravano cunicoli e stanze. Sopra c’era scritto “Norah’s den”, ovvero “la tana di Norah”. Alzai il foglio alla luce del falso sole, in modo che le figure si sovrapponessero. In questo modo, la zona chiamata “Norah’s den” entrava perfettamente in tutta la porzione di caverna che sapevo essere stata rialzata per costruire la diga.
Sotto c’era scritto “A cura di Jonathan Collins”.
Posai la cartina nel cassetto e mi preparai per prendere qualcos’altro, ma in quel momento udii delle chiavi girare nella serratura e la voce del Leader da dietro la porta dire: «Non so come io abbia fatto a dimenticarmele, devo avere la testa tra le nuvole in questi giorni. Grazie mille, George».
George era il responsabile della sicurezza, per questo aveva il pass par tout e a lui ci si rivolgeva quando serviva l’accesso a qualche posto.
Io velocemente chiusi il cassetto e lasciai le chiavi sulla scrivania, poi uscii sulla balconata, accostando la finestra.
Il cuore mi martellava nel petto con forza mentre correvo il più lontano possibile da quel posto.
Scesi le scale e adattai il mio passo a quello delle altre persone, un leggero velo di sudore sulla fronte, e andai in biblioteca.
«Eddie» dissi senza fiato. «Devo vedere l’atlante».
Eddie fece un’espressione allarmata, perché avevo parlato ad alta voce, ma si alzò e tremolante mi portò dall’apposito volume.
Io mi accucciai per terra e cercai come una furia la cartina fisica degli Stati Uniti, restringendo il campo al Tennessee. Ed eccolo lì, il Melton Hill Lake, esattamente attaccato a Oak Ridge.
Chiusi di scatto l’atlante senza dire niente a Eddie, che nel frattempo doveva aver notato la mia espressione.
Corsi sulle scale e anche in mezzo alla sala della Cerimonia, facendo voltare alcune persone; urtai anche una donna, che mi riprese senza che io la ascoltassi. Superai il Little Lake, la diga, il Great Lake, tutti gli edifici, la serra e anche il Minor Lake. Tutto frutto dell’ingegno umano, niente era naturale tranne quelle rocce e quell’acqua. Avevo vissuto tutta la vita dietro quel velo, nascosta e al sicuro, sognando la libertà senza sapere che era a pochi centimetri da me.
Mi nascosi nella mia grotta, ma le pareti erano così vicine. Avevo percorso tutta la caverna di corsa e i polmoni mi stavano scoppiando. Il sudore mi scendeva sulle tempie e sul collo, inumidendomi i capelli.
Non riuscivo a prendere un respiro e in poco tempo tutto ciò che avevo intorno iniziò a ondeggiare procurandomi la nausea. Dovetti accucciarmi e poi mettermi in ginocchio, il viso tra le mani. Non piangevo, anche se avevo tanta voglia di farlo.
Tutte bugie. Erano state tutte bugie.
E fu quello il momento in cui capii che non sarei più tornata indietro. Ormai sapevo.
L’acqua della cascata proveniva dalla superficie.
*
Non mi ero mai sentita così piccola, così insignificante.
Quando vivi in una caverna percorribile a piedi in meno di mezzora, in cui ogni persona ha un suo scopo e un suo spazio il tuo mondo diventa tanto ristretto e confortevole che ti senti parte di qualcosa. Ero stata cresciuta con la convinzione di far parte di un’élite. Noi eravamo i sopravvissuti, ciò che rimaneva dell’umanità, tanto intelligenti da riuscire a prevedere una fine di cui noi stessi eravamo artefici.
E ora venivo a scoprire che non solo eravamo parte di un mondo molto più grande di noi, ma che eravamo delle ombre. Nessuno sapeva della nostra esistenza.
Ripensai a quella sindrome chiamata “claustrofobia”. A Shelter nessuno ne soffriva, ovviamente, perché l’abitudine di guardare le pareti e vederci il massimo di grandezza era talmente naturale da far sembrare l’idea di reclusione talmente strana da far ridere.
Io pensavo di soffrirne adesso. Percepivo il cielo e sapevo di non poterlo toccare. Volevo poter sentire odori, suoni, sensazioni, e sapevo che avrei potuto ma che per uno sfortunato caso non sarebbe stato possibile. Sapevo anche, però, di avere la possibilità di portare le persone dalla mia parte.
Per questo quando quel pomeriggio andai nelle grotte non persi tempo.
Presi il libro di mia madre e iniziai a ricopiare un suo racconto, sapendo che non avrei potuto portarlo a casa mia per precauzione. Il racconto che decisi di ricopiare fu quello riguardante gli uomini mutati della superficie. Non era importante quale leggenda venisse a galla, l’importante era che tutti iniziassero a chiedersi: mi devo fidare del Grande Black-out?
Per quanto riguarda il gossip, mi ricordai dell’abbigliamento di Keira il giorno della Cerimonia di Matt, ormai una settimana prima. Mi sembrava che fosse passato un secolo. Commentai il fatto che non fosse giapponese e che mia cugina non pensasse minimamente a onorare le sue origini quanto più a gettare fango su un sistema che…funziona?
Mi ricollegai così all’argomento dell’articolo. Il sistema funziona davvero? Raccolsi nel quaderno qualche appunto su tutto ciò che non funzionava a Shelter. Come la carne e le provviste che non bastavano e il fatto che l’acqua non venisse controllata né tanto meno filtrata. Il sistema di riscaldamento che a volte funzionava e a volte no, costringendo le persone a farsi il bagno con l’acqua fredda con fuori la temperatura di 15 gradi centigradi. Senza parlare poi di tutto ciò che riguardava la libertà di parola e di pensiero. Era davvero così?
Quando terminai avevo scritto il giornale più prolisso che avessi mai avuto modo di pubblicare, e mi resi conto che per la prima volta avevo davvero qualcosa da dire, su qualcosa di concreto.
Presi il quaderno e rilessi e rilessi e rilessi finché non imparai sillaba per sillaba a memoria. Il cuore batteva tanto forte che pensavo che da un momento all’altro si sarebbe sentito il rumore echeggiare nella grotta.
Ero arrabbiata, ferita, mi sentivo presa in giro e volevo solo gridare.
Una vita, mille vite sprecate.
Ma la vera domanda era: perché? Per quale motivo i Leader avrebbero deciso di rimanere sottoterra invece di vivere in libertà? Era vero che eravamo scesi nel rifugio per proteggerci dalla guerra nucleare o era una bugia anche quella?
Il mio mondo stava vacillando. Non avevo più niente in cui credere. La terra fragile su cui ero rimasta si era sgretolata sotto la spinta del vento e ora non facevo altro che cadere. Aspettavo solo di capire quando avrei raggiunto il fondo.
*
Quando tornai a casa mia nonna era seduta al tavolo, il viso più cereo del normale. Sorseggiava dell’acqua.
Vide la mia espressione e mi chiese che cosa era successo.
Io osservai i suoi occhi così orientali e mi sedetti di fianco a lei, prendendole la mano. Era fredda come il ghiaccio. Stavo per dirle tutto, e stavo per farlo, poi cambiai idea.
«Sono solo un po’ nervosa per la mia Cerimonia» risposi «non penso di essere pronta a crescere».
Mia nonna mi strinse la mano con la sua rimasta libera.
«Tesoro, ho imparato che diventare adulti vuol dire comprendere che siamo tutti dei bambini con meno desiderio di crescere» la sua espressione da dolce si fece triste. «Non perdere mai il tuo desiderio di scoprire, neanche se quello che scoprirai non ti piacerà. È sempre meglio sapere».
Allora non mi resi conto che mia nonna mi stesse dicendo addio. Lei era molto più saggia di quanto credessi. In quel momento le diedi un bacio sulla guancia e me ne andai a dormire. Forse avrei dovuto rimanere in quella cucina. So solo che quelle parole riecheggiarono nella mia mente e che me le sarei portate dietro per tanto tanto tempo.
*
Keira la mattina dopo si accorse subito dai titoli che avevo fatto qualcosa.
Lesse a grandi linee gli articoli e rimase senza parole. Sgranò gli occhi ma non disse niente. Sembrava combattuta tra il darmi della cretina e l’inginocchiarsi di fronte a tanto coraggio.
Completai velocemente le consegne, poi mi ritirai nella biblioteca. Sapevo che non avrei fatto in tempo a correre nella grotta. Ero terrorizzata, ma allo stesso tempo non potevo rimanere con la bocca chiusa.
Quando il Leader verso l’una scese e chiese ad Eddie dov’ero, io mi appiattii contro lo scaffale della sezione dei libri Proibiti, nascosta alla vista.
Quello fu l’unica persona che vidi oltre ad Eddie per tutto il giorno.
Aspettai che facesse buio prima di tornare a casa. In questo modo sarebbe stato molto più semplice sfuggire alla vista. Nonostante fossi pronta a sfidare il Leader, non lo ero a ricevere le critiche e le proteste. Avrei affrontato tutto l’indomani.
Percorsi il lato della caverna, come avevo fatto una settimana prima, in modo da non essere vista. Quando giunsi a casa mia, non c’era luce che fosse accesa. Forse mia nonna si era stufata delle visite dei vicini e dei cittadini che volevano vedermi e voleva fingere che non ci fosse nessuno o che stessimo dormendo.
Alla porta per poco non inciampai su una pila di giornali che erano stati gettati alla rinfusa sullo zerbino. Ne raccolsi uno, dove sopra al titolo “chi vede e sente”, che era stato barrato, c’era la scritta: “Complottista” e “Dovresti vergognarti!”.
Sospirai ed entrai.
A Shelter nessuno chiudeva mai le porte, e la cosa non so perché mi faceva ridere. In una società piena di segreti, i lucchetti non erano ammessi.
La casa, immersa nell’oscurità, mi fece venire i brividi. Tenendo una mano sul muro per reggermi, raggiunsi l’angolo cottura, presi un fiammifero e lo accesi. Con la sua fievole luce mi illuminai la strada fino a una delle candele e passai la fiamma tremolante dal bastoncino alla cera. Non volevo accendere la lampadina perché non volevo far sapere a nessuno che ero a casa.
«Nonna?» chiamai.
Nessuna risposta.
«Nonna?» iniziavo a preoccuparmi. Anche si fosse addormentata, lei aveva il sonno leggero e si svegliava come niente.
Entrai nella sua stanza. Giaceva nel suo letto.
«Nonna?» la chiamai per l’ennesima volta. Le diedi un colpetto alla gamba, ma non reagì. Ebbi un tuffo al cuore.
Avvicinai la candela al suo viso, e allora mi resi conto che i suoi occhi così orientali erano socchiusi. Fissavano il soffitto, e lo avrebbero fatto per sempre.
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