Capitolo 7
La cavia
In molti hanno continuato a chiedersi perché avessimo smesso di lottare. Perché non riprovare, anno dopo anno, a tornare in superficie e vedere che cosa sarebbe successo? Perché non studiare i parametri del mondo esterno per capire quando saremmo tornati a popolarlo?
Secondo questa leggenda, nata negli anni ’90, non avremmo smesso di farlo.
Più di una volta è successo che, durante il Grande Black-out, qualcuno sia scomparso, senza mai fare ritorno. E così qualcuno ha iniziato a credere che ci fosse un motivo logico, come ogni cosa a Shelter.
Questo perché spesso le persone che sparivano erano lavoratori ai piani alti. Allora che ci fosse una sorta di piano, qualcosa di segreto, che il Leader William ChosenOne aveva creato? Magari non ci eravamo arresi, forse ogni sei anni, periodo in cui si allenava una o più persone per la missione, avveniva una spedizione in superficie, per raccogliere parametri. E forse questa spedizione era molto rischiosa, tanto da far perdere la vita ai nobili animi di chi la intraprendeva.
Era almeno il quinto racconto che leggevo in due giorni. Non avevo avuto molto tempo, dovevo anche scrivere i giornali, ma appena potevo correvo a leggere. Era incredibile come avessi sottovalutato le capacità di immaginazione dei cittadini di Shelter.
Alcune delle leggende, come questa e la prima, erano segnate con un asterisco, anche se non riuscivo bene a comprendere il perché.
Vi passai il dito sopra, l’inchiostro era sbavato, e non ero sicura che fosse un asterisco.
«Sapevo che ti avrei trovata qui».
La voce di Matt non mi sorprese affatto. Prima o poi si sarebbe presentato, lo avevo immaginato, solo che speravo sarebbe stato più poi che prima.
«Che intuito» risposi, nascondendo il libro di mia madre sotto la coperta.
«Che cos’hai lì?» domandò lui.
«Niente che ti riguardi» mi resi conto che così avrei alimentato la sua curiosità, così aggiunsi: «un libro di ricette di mia nonna».
«Tua nonna cucina?»
«No, ha solo delle ricette giapponesi».
Matt sospirò e si sedette, come se io lo avessi invitato.
«Non volevo che sentissi quelle cose» mormorò, e finalmente percepii del pentimento nella sua voce.
«Certo che no, o saresti stupido. Aspetta» finsi di pensare «quella sono io».
«È solo che avrei voluto dirtelo in un altro modo».
«Certo. Avresti voluto dirmi che sono stupida e arrogante, ma in un modo più dolce».
«April…»
«No, April niente!» sbottai «Sarò anche tutte le cose che hai detto, ma quello che è cambiato ultimamente sei tu. Io non ho fatto niente di diverso dal solito e tu hai iniziato ad attaccarmi come se da un giorno all’altro avessi iniziato a scrivere sui giornali. Non è mai stata una mia scelta, come per la maggior parte delle persone tranne che per te».
«Non ti ho mai detto quelle cose per non ferirti, ma le ho sempre pensate» alzò anche lui la voce. «Non è stata una tua scelta ma tua scelta è stata quella di non cambiare mai, e soprattutto di non ribellarti mai».
«Tu non sai niente!» non ero mai stata tanto arrabbiata con qualcuno, era una sensazione completamente nuova per me.
«Sì che so, ti conosco da una vita!»
«E conosci tanto bene anche tuo padre?»
«Abbastanza da sapere che qualche piccola ribellione potrebbe tollerarla».
Mi lasciai sfuggire una breve risata di scherno, e lui divenne bordeaux.
«Che hai da ridere?»
«Mi fai tenerezza» lo guardai con sfida. «Dici a me che sono cieca, che seguo sempre le regole, e non ti rendi conto che tuo padre terrorizza chiunque sia ritenuto una possibile minaccia».
«Stronzate» ribatté Matt, anche se non sembrava tanto convinto. «Il problema sono le tradizioni di Shelter, che derivano al massimo da mio nonno, mio padre è una vittima di quella mentalità».
«Quindi tu hai mollato la tua vita da Leader per ribellarti alle tradizioni» non potevo credere che Matt fosse così ingenuo. Non potevo e non volevo.
«E a che cosa dovresti ribellarti? Il sistema funziona, stiamo vivendo letteralmente in un mondo che non esiste più».
Riflettei a lungo se dire o no quello che stavo pensando, ma alla fine me lo lasciai sfuggire.
«Hai mai pensato che potrebbe non essere così?»
Matt si irrigidì.
«Non starai diventando come i complottisti, vero? Quella banda di idioti che per fortuna si sta ricredendo».
«Lascia stare».
Il silenzio calò come un masso sulle nostre teste, e impiegai poco per stufarmi.
«Non hai qualche carota da sgranocchiare?»
Lui mi fissò, con sguardo interrogativo.
«Sanno tutti che gli agricoltori rubano. Come dargli torto, hanno cibo a palate davanti agli occhi tutti i giorni».
Matt fece per ribattere, poi dovette ricredersi. Uscì dalla grotta con un balzo.
*
Mia nonna era leggermente migliorata, anche se ogni tanto doveva sdraiarsi per riprendere le forze. Ogni volta che succedeva e io mi preoccupavo (era sempre stata molto energica) lei mi sorrideva e diceva: «Tranquilla, stai facendo la cosa giusta». Per questo avevo iniziato a pensare che stesse delirando, anche se sembrava molto convinta.
Continuavo a ripeterle di andare nella sezione ospedaliera dell’Ancient Palace, ma lei ripeteva che non serviva, che stava bene. E ogni sera leggeva i miei giornali, e ripeteva: «Io non capisco, io non capisco».
In generale, un forte senso di disagio ormai occupava le mie giornate. Era come se mi avessero rinchiusa solo adesso in quella caverna, come se non ci fossi nata e fosse tutto terribilmente innaturale. Le facce delle persone mi sembravano sempre più false, come se stessero recitando una parte invece di vivere le loro vite.
E forse stavo recitando anche io.
Era come se Shelter fosse diventata un palcoscenico, uno di quelli che usavano nell’antica Grecia, e noi fossimo tutti burattini messi lì per far divertire qualcuno. Ma la vera domanda era chi.
La sera non riuscivo ad addormentarmi, e più di una volta uscii di casa per tornare nella mia grotta e leggere, accendendo una candela per vedere. Una sera, il venerdì, mi successe una cosa molto strana. Stavo leggendo i racconti di mia madre, quando percepii la roccia contro la mia schiena vibrare, poi stare ferma, poi vibrare ancora. E andò avanti così finché non me ne andai.
Il sabato mattina, dopo le consegne, corsi nuovamente lì, molto presto, tanto non riuscivo a dormire, e lessi finché non trovai finalmente un racconto segnato con l’asterisco.
Mi avvicinai alla carta, cercando in tutti i modi di capire che cosa fosse quel simbolo, e finalmente capii.
Era un cerchio con qualche raggio intorno.
Era un sole.
Chi vede e sente
Ci sono altre spiegazioni per le sparizioni degli uomini che avvengono durante qualche Grande Black-out. Si narra che gli uomini che sono rimasti sulla Terra abbiano subito qualche cambiamento. Non si sapeva molto del nucleare e dei suoi effetti…e se invece di sterminare avesse semplicemente mutato? Magari viviamo sotto i piedi di decine di mostri antropomorfi che non aspettano altro che rimanere l’unica forma di vita intelligente sul pianeta.
E forse le scoperte scientifiche che ci assillano per fare sono per qualcun altro, qualcuno che ogni sei anni ruba i nostri lavori e le nostre invenzioni, con l’unica promessa di risparmiarci la vita. Il Leader avrebbe degli accordi con loro, per salvare noi la vita, ma non tutti lo accetterebbero. Qualcuno vorrebbe combattere, e per impedirlo tutto questo deve rimanere un segreto.
Ma forse chi sta ai piani alti ha più possibilità di scoprire queste cose, e, quando questo succede, gli uomini mutati rapiscono queste persone perché il segreto non venga rivelato, e quindi le portano in superficie, dove i malcapitati diventeranno mostri come loro.
*
Cercavo di dimenticarmi del libro di mia madre, dei segreti, del senso di disagio, e anche della conversazione avvenuta tra il responsabile del reparto luci e il Leader. Ma non ci riuscivo.
Il simbolo del sole che, analizzando, mi ero resa conto fosse stato sbavato apposta, continuava a ritornarmi alla mente e ritornare senza mai smettere.
Decisi quindi di fare l’unica cosa che avrebbe acquietato i miei dubbi: indagare.
Corsi in biblioteca. Era domenica pomeriggio, per questo non mi preoccupai di trovare troppe persone, quasi nessuno mi fermò.
Scesi le scale come una furia e andai da Eddie, che stava leggendo un libro. L’uomo alzò lo sguardo e mi sorrise, poi vide la mia espressione e il sorriso gli si spense.
«Cerco la simbologia» dissi appositamente ad alta voce. Se davvero il Leader poteva sentirci, allora dovevo fare in modo che non ascoltasse con interesse. Il metodo migliore per nascondersi è pararsi di fronte a qualcuno e urlare, perché chi ha qualcosa da celare non si comporta in quel modo…di solito.
Eddie non sembrò capire, e iniziò a guardarsi in giro come pochi giorni prima, quando mi aveva dato il libro di mia madre.
«Cosa ci vuoi fare?» mormorò, la voce che tremava. Mi resi conto di quanto le persone mi sottovalutassero. Forse era vero quello che diceva Matt. Tutti credevano che io fossi poco sveglia, forse addirittura stupida.
«Voglio scegliere un bel cognome» risposi, sempre ad alta voce. «La mia Cerimonia è tra poche settimane, ed io voglio essere sicura di chiamarmi nel modo più opportuno».
Eddie sembrò sollevato. Mi fece cenno di seguirlo.
«Che tipo di simbologia cerchi?» domandò, aggirandosi per la sezione apposita che, guarda caso, era confinante con quella dei libri Proibiti.
«Qualsiasi cosa che sia abbastanza illuminante» sottolineai l’ultima parola, e in quel momento Eddie dovette intuire che cosa avevo in mente (e quindi conoscerne il motivo), perché abbozzò un altro sorriso e annuì.
«Capisco» passò le dita sui dorsi dei volumi, e ne estrasse uno molto spesso e probabilmente molto pesante.
Me lo porse e io lo ressi con entrambe le mani per non farlo cadere.
«Buona lettura» Eddie mi passò di fianco e mi fece l’occhiolino, poi tornò alla sua scrivania.
Io mi sedetti per terra e lessi il titolo.
Simbologia degli elementi, della flora e della fauna.
Scorsi velocemente l’indice. Ogni pagina era dedicata a un aspetto diverso della natura: il vento, l’acqua, il fuoco, gli animali e, alla fine, un elenco interminabile di fiori.
Non fu difficile trovare il sole: era l’unico segnato con lo stesso simbolo (simile a un asterisco) che avevo trovato sul libro di mia madre.
Con il cuore che batteva a mille, cercai la pagina dedicatagli e non fui sorpresa di trovarla piena di appunti. La scrittura era strana, non la riconoscevo.
Il testo citava:
Il Sole
Il Sole ha assunto diversi significati in tutte le culture. Lo ritroviamo in alcune tribù africane, in cui spesso era il simbolo del potere femminile; al contrario, in Cina viene visto come lo Yang, il “Grande Principio Maschile” ed è uno dei dodici simboli del potere. Diventa anche emblema del Giappone, che lo antropomorfizza nelle vesti di una donna, una divinità chiamata Amaterasu. Nella civiltà degli Inca il Sole era l’antenato. Nella società cristiana, il Sole è Dio, governa e regge l’universo e insieme alla luna è parte dell’immagine di Cristo. Tra gli Aztechi, l’astro diventa lo spirito puro. Aztechi e Inca si dichiarano “figli del Sole”.
Il Sole è sempre stato visto come simbolo del potere cosmico, l’essere immobile, il cuore del cosmo, conoscenza, splendore e giustizia.
Vi erano poi diverse immagini, simboli che rimandavano a ogni cultura. Uno era stato aggiunto, insieme agli appunti scritti a penna. Era quello che conoscevo bene: un cerchio, qualche raggio e il tutto era sbavato. Di fianco vi era stato tracciato con calligrafia tremolante:
Per la cultura Shelteriana, il sole è la ricerca della libertà (cielo) e della verità (luce).
E sotto, in un angolino in basso, sempre con la stessa scrittura e sbavato, c’era una firma.
Norah
Quasi nessuno usava il termine “Shelteriano” da almeno una o due generazioni. Si tendeva più a dire “abitante” o “cittadino di Shelter”.
Osservai bene la firma sbilenca. Non avevo mai sentito parlare di questa Norah. All’inizio avevo pensato che potesse aver scritto tutto mia madre, magari in uno stato di agitazione, ma in effetti lei pensavo che anche a testa in giù sarebbe riuscita ad avere una perfetta calligrafia.
Mi alzai, il libro sotto al braccio, e andai da Eddie, che alzò la testa, probabilmente incuriosito dalla mia reazione.
«Penso di non aver capito un termine» dissi, sempre ad alta voce.
«Dimmi pure» rispose lui, sorridendo.
Indicai la firma e lui alzò le spalle, con uno sguardo eloquente.
«Servono tante altre ricerche per capirlo, se te lo spiegassi qui e ora non capiresti molto» evidenziò il “qui e ora”.
«Capito» chiusi il libro. «Potresti indicarmi i volumi da cui potrei iniziare a fare ricerche?»
Eddie annuì, con un’espressione triste.
«Quelle sono conoscenze che non posso fornirti. Potresti avere qualcosa a casa tua. Ricordo che prima della scomparsa di tua madre qualche libro mancava».
Questo gioco iniziava a farsi complicato. Mi sentivo stupida a parlare in codice, come se qualcuno stesse ascoltando, ma non potevo dire tutto con il rischio che Eddie avesse ragione.
«Va bene» sospirai, temendo che non avrei trovato nulla. Nei libri che avevo letto parlare in segreto e attraverso occhiate sembrava così immediato e semplice!
Chiusi il volume e feci per portarmelo via, ma lui fu veloce nel prendermelo dalle mani.
«Questo non si può portare, rischi di distrarti dal tuo lavoro» lo appoggiò sulla scrivania. «Torna quando hai tempo e leggilo qui».
Non comprendevo il perché di tale gesto, ma obbedii, lo salutai e corsi su, verso casa mia.
*
Quando tornai a casa salutai velocemente mia nonna, che rispose fievolmente, poi corsi al cassetto dove tenevamo i pochi effetti personali rimasti di mia madre e di mio padre.
I miei nonni dalla parte paterna erano morti durante l’Anno dei Morti e la loro casa era stata subito riassegnata, per questo tutto ciò che rimaneva di loro lo aveva preso mio padre e poi alla sua morte a mia nonna e a me.
Le case di Shelter erano quasi tutte uguali, tranne quelle più vicine alla diga, che erano leggermente più spaziose. La struttura era semplice: camera matrimoniale e camera con due letti (nella mia uno era ovviamente vuoto) per eventuali figli, poi c’era una sala con angolo cottura e un bagno. Spazi ristretti, ma alla fine il lavoro iniziava quasi per tutti alle otto del mattino e terminava alle otto di sera, quindi erano per lo più posti in cui riposare e mangiare. Nel frigorifero erano presenti ancora due razioni giornaliere lasciate a metà. Le razioni venivano consegnate la domenica sera. Ognuno aveva una propria cassetta per ricevere la sua razione, sul vialetto della propria abitazione. Casa nostra era l’unica a non essere a schiera, poiché era talmente vicina alle cascate che era come se fosse allineata da sola su una via. Le vie nominate erano in ordine alfabetico. Per coloro che, come me, dal punto di vista dell’Ancient Palace, avevano il fiume sulla destra, c’era il prefisso α, per gli altri β. Le lettere procedevano in ordine dalla diga fino alla cascata, ed erano in totale 26, come il numero di lettere dell’alfabeto. Il numero civico veniva assegnato procedendo in senso orario, e per ogni via erano trenta. Le abitazioni erano quindi in totale 1560.
Io abitavo al numero 1αZ.
Detto così sembra complicato, ma noi eravamo talmente abituati che ci sarebbe sembrato strano fare il contrario.
Il cassetto dei miei genitori era in salotto, vicino al tavolo dove io e la nonna cenavamo tutte le sere.
Mi ci avvicinai e lo aprii. Erano almeno due o tre anni che non lo facevo, perché sapevo quanto la facesse star male. Io ero troppo piccola quando i miei erano morti, non ricordavo quasi niente di loro, per questo per me era la normalità vivere da sola con mia nonna e non ci soffrivo. Era la mia realtà e ci stavo comoda.
Dentro c’erano diversi oggetti, più che altro libri e racconti di mia madre, qualche ciondolo che probabilmente arrivava dai miei antenati americani e un capo d’abbigliamento particolare e colorato che doveva essere appartenuto alla mia bisnonna da parte di padre.
Non feci caso a niente che non fosse un libro. Ce n’erano tre o quattro. Li presi tutti e li scorsi. Uno si chiamava Oliver Twist di Charles Dickens, poi c’era L’Opera di un certo Émile Zola, poi uno che si chiamava Il Nuovo Mondo di Aldous Huxley e mia madre doveva averlo letto più e più volte perché era consumato, e l’ultimo era un manuale. Il primo dei romanzi e il manuale avevano la solita targa sul dorso arancione, il che significava che erano sconsigliati, mentre gli ultimi due ce l’avevano rossa, quindi erano Proibiti. Voltai velocemente le pagine dei romanzi ma non trovai niente.
Andai quindi al manuale, anche se non avevo grandi aspettative. Il titolo era Storia e applicazione del linguaggio in codice.
Lessi a grandi linee l’indice, poi sfogliai tutto il libro, finché non giunsi alla sezione degli anagrammi e mi fermai, perché un simbolo del sole sbavato era stato tracciato, e con la stessa calligrafia che avevo trovato sul volume di simbologia lessi una frase bizzarra:
I’m ready for these lines, are thou?
Sì.
Ovvero: sono pronta per queste righe, tu?, e sotto la risposta in italiano, sì.
Una freccia indicava il paragrafo sugli anagrammi, e dovetti dedurre che quella Norah fosse pazza.
Chiusi sbuffando il libro e lo riposi nel cassetto, perché mia nonna dall’altra stanza mi chiese se potevo portarle dell’acqua fresca insieme alle medicine per la testa. Feci come mi aveva chiesto, poi presi quello che mi rimaneva della mia razione giornaliera e andai in camera mia.
*
Era notte fonda quando mi tornarono in mente quelle bizzarre parole.
Osservavo, come ultimamente mi capitava sempre di fare, il soffitto della mia camera.
Ero tentata di andare nella mia grotta, ma ero anche stanca per aver corso da una parte all’altra della caverna negli ultimi giorni, quindi mi costrinsi a rimanere distesa sul letto.
Fuori le false stelle brillavano come se volessero attirare la mia attenzione, ma io le ignoravo.
Rinunciai definitivamente al sonno quando mi ricordai di dove fosse stata scritta quella frase, e soprattutto della freccia che indicava il paragrafo. E allora mi sentii una totale cretina.
Balzai giù dal letto, presi carta e penna, navigando nel buio della mia stanza, poi trovai un accendino, di quelli di scorta da usare in cucina, e illuminai una porzione del tavolo. La luce delle candele bastava a malapena a far vedere la mia mano e quello che scrivevo.
Ricopiai la frase, lettera per lettera.
I’m ready for these lines, are thou? Si
Ci volle più di un’ora per capire come rimescolare le parole, seguendo quello che diceva il paragrafo sugli anagrammi del manuale, affinché ciò che vedevo assumesse un significato, e alla fine mi ritrovai con la candela che gocciolava sul tavolo e una terribile verità tangibile con i polpastrelli, che lessi e rilessi e rilessi. Le tre frasi che avevo ricreato dicevano:
They said lies
Run free
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