Capitolo 6
Dovetti sforzarmi seriamente per scrivere, quel giorno.
Terminai solo alle sette di sera di tessere il racconto e tornai a casa verso le otto, pronta per copiare tutto con la macchina da scrivere. In questo modo avrei evitato di stare troppo tempo con mia cugina. Non aveva mai cercato di chiarire per qualsiasi fosse il motivo per cui mi odiava, per questo dubitavo che lo avrebbe fatto adesso, ma volevo evitare qualsiasi remota possibilità di dialogo, il che era davvero qualcosa di nuovo per me.
Mi aspettavo che Matt sarebbe venuto a cercarmi, ma non fu così. Forse era convinto che a sbagliare fossi stata io. Trovavo il suo atteggiamento assurdo. Tanto assurdo che scrissi il mio racconto esattamente su questo, però in termini più narrativi e decisamente più pieni di climax. Un ladro entra in casa di una persona e, quando sente dei rumori, si nasconde in un armadio e osserva un amico di quella persona ucciderla a sangue freddo. L’assassino apre l’armadio e ci trova il ladro, e se la prende con lui, perché lui non doveva essere lì. E allora la domanda che si porrebbero tutti è: chi sbaglia? L’assassino che uccide o il ladro che assiste?
L’articolo fu più complicato da scrivere, ma alla fine optai per una semplice trafila di domande su chi sarebbe stato il nuovo Leader di Shelter. Sapevo che a tutti sarebbe importato più di quello, un malcontento generale si stava già alzando tra le vie della città, e alla fine io da giornalista non sbagliavo nell’alimentarlo, sapevo che Noah lo avrebbe capito e anzi approvato.
Per quanto riguarda la rubrica di gossip, pensai di parlare di quanto certe persone (uno di quei casi in cui non si fanno nomi solo perché tutti sanno già a chi si accenna) dovrebbero lamentarsi meno e lavorare di più e…non sarà mica che una nuova storia d’amore stia nascendo sotto il naso di tutti? Lo si sa, dalle stelle alle stalle è un attimo!
Battute così stupide e prive di fantasia erano molto amate a Shelter, e sapevo bene che né Keira né Matt avrebbero apprezzato questa volta.
La mia mente quel giorno prese il pilota automatico, seguii le regole inserendoci un pizzico di rabbia e alla fine terminai il mio lavoro, come tutte le dannate sere.
Quando tornai a casa, trovai mia nonna peggiorata. Era a letto, con una benda in testa per placare il dolore. Mi chiese di nuovo dell’articolo per il giorno dopo, questa volta lo volle leggere, e io non feci domande. Rimasi accanto a lei mentre lo analizzava, e alla fine me lo porse e annuì.
«Stai attenta, tesoro. Ai potenti fanno più paura le parole delle armi. Le parole fanno più eco degli spari» mi posò una mano sulla spalla e si addormentò. Io rimasi ferma per un po’ a guardarla, poi le posai le labbra sulla fronte e mi coricai in camera mia, un peso sul cuore, e scrissi a macchina, schiacciando i tasti più violentemente di quanto avrei voluto.
*
Quando la mattina dopo dovetti tornare alla serra, sperai con tutto il cuore di trovare mio zio e non mia cugina e, soprattutto, non Matt. Purtroppo, però, da quel fatidico venerdì sembrava che il destino («Destino? Sai chi credeva in queste sciocchezze? Gli uomini che iniziarono la guerra che ha distrutto il mondo!») avesse deciso di punirmi in tutti i modi, chissà per quale motivo.
Trovai subito mia cugina vicino alla stampante, che si guardava le unghie, annoiata ma con uno sguardo che sembrava leggermente più interessato a me del solito.
«Sei qui» disse solo, evitando i miei occhi.
«Sì, in orario, come piace a te» risposi, con un tono piatto che non mi si addiceva proprio.
Quasi lanciai i fogli sul tavolo.
«Ti sei divertita nel tuo articolo…»
«Non dobbiamo per forza parlare» la interruppi bruscamente.
«Volevo solo dire che un assassinio senza contesto dà la ragione per forza all’ucciso e non all’uccisore» Keira prese i fogli e li pose sulla stampante, che si azionò. «E non sempre le cose vanno in questo modo».
«Sì, ma uccidere è sempre sbagliato» raccolsi il primo giornale.
«Non sono sicura» tentò di porla sul ridere, ma non ero in vena, nonostante quel gesto anche solo il giorno prima mi avrebbe rallegrato la mattinata.
Quella stampante non mi era mai sembrata così lenta.
Mentre raccoglievo gli ultimi giornali, ecco arrivare Matt. Trasportava alcuni vasi da una parte all’altra della serra, e solo in quel momento mi resi conto che quella era la prima volta che lo vedevo fare uno sforzo fisico che non fosse arrampicarsi sulla roccia.
Evitai il suo sguardo, ma lui mi venne incontro; non sembrava che stesse facendo molta fatica a trasportare il carico, il che non so per quale motivo mi irritò. Mi venne quasi voglia di farlo cadere, ma mi trattenni.
Sembrava che la sua rabbia fosse un po’ sbollita. Peccato, ma mia era solo aumentata.
«Ciao» mi disse, parandomisi di fronte in modo che non avessi scampo.
«Che vuoi?» domandai senza neanche salutarlo. Lo fissai negli occhi, sperando di fargli capire quanto fossi infuriata, ma probabilmente dovetti sembrare più un coniglio impaurito. Accidenti al mio carattere.
«Volevo solo spiegarti» rispose con tono più duro. Non voleva scusarsi, voleva solo spiegare il perché di quello che aveva detto.
«Non hai niente da spiegare» lo interruppi subito. Presi con sollievo gli ultimi giornali e me li strinsi al petto. «Non cambierò le cose che ho scritto, se è questo che ti preoccupa». Presi la borsa, vi infilai i giornali e uscii.
*
Stessa giornata, stessa routine.
Stesse vie ripercorse e ripercorse. Non c’era angolo della grotta che non avessi già osservato. Non c’era persona che non avessi già incontrato e con cui non avessi già dialogato. Ogni cosa mi rimandava alla monotonia. Non capivo che cosa mi stesse succedendo.
Avevo sempre visto Shelter come la mia unica opzione, ed ero sempre stata felice di farlo. La mia teoria personale era sempre stata quella di vedere le mie giornate come diverse anche solo perché lo volevo io. Trovare l’importanza di un mondo interiore perché quello esteriore era troppo ristretto.
E allora che cosa era successo? Perché adesso mi sentivo così?
Conoscevo la risposta, ma mai lo avrei ammesso, neanche a me stessa.
Feci il mio giro di consegne. Quel giorno non temevo nessuna reazione da parte del pubblico, quindi procedetti con calma, e fin troppo spesso il mio sguardo si alzò e, come un pallone ripieno di elio, sfiorava il soffitto della caverna, illuminato dalla luce di un giorno che in realtà era distante 200 metri da noi.
Quando ebbi finito il giro, andai in biblioteca, salutando Eddie, che ormai era il mio unico amico. Lui, da quando il Leader era venuto a trovarmi il pomeriggio precedente, continuava a fissarmi, come se ci fosse qualcosa che voleva dirmi, ma ancora doveva trovare il coraggio di farlo. Per questo mi trattenni molto più del solito, aggirandomi e leggiucchiando un po’ di dizionari (mi piaceva conoscere i termini di altre lingue, come il francese, qualche parola di italiano e magari una frase o due di spagnolo). Tornai anche alla sezione dei libri Proibiti, e lessi l’unico altro racconto di Novelle per un anno in cui il migrante italiano aveva segnato qualche traduzione, mentre mi impegnai per tradurre il resto, con il dizionario alla mano.
Il racconto era intitolato Il treno ha fischiato e narrava di un uomo comune con una vita soffocante che un giorno sembrava impazzito senza motivo, dopo aver sentito un treno fischiare. E solo alla fine si scopriva che lui non era impazzito, semplicemente aveva iniziato a immaginare di viaggiare insieme a quel treno, rallegrato del fatto che, anche se lui era bloccato nella sua misera esistenza, il mondo al di là del suo paesino poteva essere meraviglioso, e questo per lui bastava.
Piansi ancora nel leggere quelle parole, perché mi riportarono a quando io e Matt eravamo più piccoli, e ci divertivamo a giocare a immaginare che cosa ci fosse dietro all’acqua della cascata. Ricordavo di quando io indicavo il velo cristallino e dicevo: «Cosa c’è di là? Inizia con la B».
E allora Matt si scervellava in cerca di un paesaggio o di un posto in generale che iniziasse con la lettera che io avevo scelto.
«Al di là c’è un bosco» rispondeva «c’è vento, profumo di funghi e gli uccelli fischiano».
«Si dice “cinguettano”» lo riprendevo, e lui mi faceva la linguaccia. «E poi che odore hanno i funghi?»
«E io che cavolo ne so?»
Quante risate per quel gioco.
In quel momento giunse Eddie che, con una fatica immane, si sedette di fianco a me.
«Cosa c’è…?» iniziai, ma lui mi fece cenno di tacere. Scosse la testa.
Io non capivo. In biblioteca non c’era nessuno, quindi perché non parlare?
Eddie mi passò un foglietto strappato e io lessi quello che ci aveva scritto con grafica elegante.
Non ho ancora capito come, ma lui sente tutto.
Il mio cuore iniziò a battere molto più velocemente. In che senso lui sentiva tutto? E come?
Ovviamente non feci altre domande.
Eddie alzò il dito per dirmi di seguirlo, ed io lo aiutai ad alzarsi.
Mi accompagnò alla sezione di storia, soffermandosi su un volume della storia Azteca. Ce n’erano due con lo stesso titolo ma copertine diverse.
Eddie me ne indicò uno e io, curiosa, gli rivolsi un’occhiata interrogativa.
«Penso che potrebbe arricchire le tue conoscenze e ispirarti» disse ad alta voce e, nel silenzio della biblioteca, era come se avesse gridato.
Annuii, sempre confusa, e sfilai il volume dalla libreria. Dovetti stringere bene, perché quasi subito mi resi conto che quella non era la copertina originale. Un plico abbondante di fogli era stato infilato dentro.
Eddie mi rivolse uno sguardo eloquente.
«Buona lettura» disse e se ne tornò con calma alla sua scrivania.
Aprii il plico e scorsi velocemente le parole. Impiegai sì e no due secondi per riconoscere la scrittura di mia madre.
Per poco non feci cadere il blocco.
Inseguii Eddie e mi sporsi verso di lui, mormorando: «Che cosa significa?»
Lui lanciò sguardi in ogni direzione, poi scrisse su un altro pezzo di carta.
Portalo via e nascondilo dove nessuno potrà trovarlo.
Annuii, allibita, e lo infilai nella borsa dove prima stavano i giornali.
«Vai, e buona giornata».
Non udii neanche la fine dell’ultima parola.
Iniziai a correre.
*
Mi azzardai ad aprire il plico di fogli solo quando raggiunsi la mia grotta nascosta.
Tremavo da capo a piedi, e ignorai le persone che incontrai, il che probabilmente avrebbe destato dei sospetti, ma al momento non me ne curai.
Il plico aveva un titolo:
Le Leggende del Grande Black-Out.
Mi si bloccò il respiro. Allora anche mia madre pensava che ci fosse qualcosa di strano in quel fenomeno.
C’era anche una dedica.
A mia figlia, April, quando sarà in grado di leggere e di comprendere.
April, spero di poterti dare questo di persona ma, nel caso non fosse così, voglio che tu sappia che io e tuo padre sapevamo a che cosa saremmo andati incontro. Lo abbiamo scelto.
Per la libertà.
Mi coprii il viso con una mano, accucciandomi per non cadere.
Prefazione
In questo volume ho raccolto tutte le leggende che ho sentito riguardanti il Grande Black-out. So che mi impediranno di pubblicarlo, per questo mi basta scriverlo e sapere che solo un paio di occhi, ma quelli giusti, scorreranno le righe che avrò scritto di mio pugno.
Coralie LifeToLive
Passai le dita con affetto sulla carta. Avevo già qualche racconto di mia madre a casa, ma sapevo che questo era diverso. I racconti che già conoscevo erano stati stampati, questo invece probabilmente non era mai stato letto da nessun altro.
Gli Uomini-Talpa
Si pensa che Shelter sia stata la prima città costruita sottoterra, ma in questa leggenda, nata intorno agli anni ’80, si ipotizza che non sia così.
Quando Shelter fu costruita, nessuno sapeva che fosse lì. Questo cambiò quando nacque la Nuova Shelter e il Leader William ChosenOne organizzò delle spedizioni per cercare l’acqua. E fu allora che i nostri valorosi uomini incontrarono per la prima volta gli Uomini-Talpa, così chiamati perché abitavano sottoterra da generazioni prima di noi.
C’era stato anche un altro periodo di distruzione precedente a quello della grande guerra da cui i nostri antenati sfuggirono: la Guerra di Secessione, così noi la chiamiamo, avvenuta intorno alla metà dell’Ottocento. Il Tennessee faceva parte degli stati Confederati, contro all’abolizione della schiavitù. E fu proprio quella schiavitù a trovare un rifugio, simile a Shelter, e a nascondersi lì, attendendo la fine della guerra. Quegli uomini derivavano da culture diverse e ne trovarono una propria, che mescolava quelle di origine. Nacquero diverse credenze e tradizioni, tra cui l’arte del leggere il futuro. Grazie a questo, predissero che altre guerre, più grandi e devastanti, si sarebbero abbattute su tutta la Terra, causandone la distruzione.
Alcuni degli Uomini-Talpa, finita la Guerra di Secessione, decisero di tornare in superficie, e lì i loro discendenti perirono. Gli altri rimasero.
Quando William ChosenOne giunse nella loro caverna, più grande e magnifica di quella di Shelter, i loro capi, responsabili di una società primitiva rispetto alla nostra, accettarono di cedere a noi l’acqua, ma in cambio ogni sei anni sarebbero giunti a Shelter e avrebbero goduto delle nostre nuove scoperte. Per questo il progresso per noi è così importante: grazie a ciò possiamo pagare il prezzo dell’acqua e vivere in pace con gli Uomini-Talpa. La nostra popolazione ne è all’oscuro, per evitare insurrezioni.
Alzai lo sguardo dal racconto, un sorriso affiorato alle labbra. E io che credevo che gli abitanti di Shelter non avessero immaginazione! Possibile che, mentre io li consideravo pragmatici e senza inventiva, i miei concittadini tra le mura delle loro abitazioni si sussurrassero quelle storie prima di andare a dormire?
Chiusi il plico e lo nascosi sotto un telo, vicino al mio diario, poi mi sporsi fuori dalla grotta, sbirciando oltre l’acqua per vedere l’ora. Erano le tre ormai, dovevo darmi da fare.
Non sapevo come avrei fatto a concentrarmi, sapendo di avere tutte quelle storie da leggere, ma presi un bel respiro e iniziai a scrivere sul quaderno del lavoro.
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