Capitolo 5
Ero alla mia cascata, tranquilla. Non stavo scrivendo, ascoltavo solo il suono rilassante dell’acqua che cadeva senza mai fermarsi. Ripetitivo, sì, ma non quel ripetitivo che faceva impazzire, più quello a cui ci si abitua e che si apprezza, che fa compagnia e rimanda a ricordi.
Era il secondo giorno dopo la Cerimonia, e di Matt ancora nessuna traccia nella serra. Non avevo ancora capito se si stesse nascondendo da me, magari con complice mia cugina, o non fosse ancora uscito dalle stanze del Leader. Magari aveva semplicemente cambiato idea, o forse era Noah stesso a volerlo convincerlo a farlo. Troppe domande senza risposta.
Tutto il pomeriggio del giorno precedente lo avevo trascorso a scrivere e riscrivere l’articolo e il racconto. L’articolo era sul mio migliore amico, e ci dovevo andare piano, nonostante sapessi che il racconto sarebbe stato nuova fonte di scandalo, questa volta per me. Forse era una fortuna che avessi deciso proprio quel giorno per trasgredire alle ferree regole imposte dal Leader, che speravo avrebbe avuto un cenno di riconoscenza per aver spostato l’attenzione da suo figlio alla sottoscritta. Sapevo anche che mia nonna mi avrebbe uccisa.
Quella mattina, quando mi ero svegliata, l’avevo trovata ancora a letto, reduce da un forte mal di testa che l’aveva colpita. Ero preoccupata per lei. Dopotutto, per quanto per me fosse eterna, aveva pur sempre ottant’anni. Mi aveva chiesto cosa avrei pubblicato sul giornale, e io avevo mentito dicendole che avrei continuato la serie thriller. Non avevo compreso quella domanda. Da quando era così interessata a quello che pubblicavo?
L’articolo recitava:
La Cerimonia di Matt ChosenOne: l’evento dell’anno
Due giorni fa, venerdì 25 ottobre 2019, si è tenuta la Cerimonia dei Vent’anni di Matthew ChosenOne, figlio del nostro amato Leader, Noah ChosenOne. Il nome sembra coincidere con quelle che sono le scelte del ragazzo, che ha deciso, contro le aspettative di tutti, di diventare agricoltore, come la sua defunta madre, Opal. Opal, come tutti ricorderanno, era molto amata a Shelter; proveniva da una famiglia di agricoltori ed era riuscita ad innalzare il suo nome sposando Noah ChosenOne e dando alla luce il, si pensava, futuro Leader di Shelter. Nel 2003, però, fu colpita da una malattia mentale che la uccise dopo poco tempo. Matthew ha deciso di onorare il suo nome, seguendo le sue orme e dimostrando che anche il mestiere più umile è fondamentale per la sopravvivenza di ogni cittadino.
Matthew ha dimostrato di essere in qualche modo un “prescelto”, perché, decidendo di non diventare un comandante e una figura di riferimento, è riuscito a compiere un gesto da vero e proprio Leader: elevare la figura dell’agricoltore e stringere la mano a persone con cui, se avesse preso differente decisione, non avrebbe mai avuto a che fare.
Matthew ChosenOne non ha abbandonato Shelter scegliendo di non stare su un trono, al contrario ha deciso di farne parte appieno e comprendere il punto di vista di coloro che la costituiscono.
Faccio per questo ancora le mie congratulazioni alla scelta audace di Matthew ChosenOne che, come non mi stancherò mai di ripetere, merita appieno questo appellativo.
Non sapevo come la gente avrebbe preso queste parole, anche se un’idea me l’ero fatta. Qualcuno avrebbe sicuramente commentato che ciò era stato scritto solo per il mio legame con Matt, altri mi avrebbero accusata di star infangando il buon nome di Noah, criticando le sue scelte in favore di quelle del figlio. Dopotutto, se avevo imparato qualcosa negli ultimi otto anni della mia vita era che qualsiasi mia decisione sarebbe stata criticata da chiunque, perché è così che funziona quando si lavora con un ampio pubblico. Per questo, dopo aver cercato di trovare le parole che limitassero maggiormente i danni, avevo deciso di scrivere esattamente quello che pensavo. Un articolo breve, conciso, e ricco di idee che probabilmente nessuno a Shelter avrebbe condiviso.
Ma quel giorno ero in vena di rivoluzioni, per questo mi ero spinta tanto in là con l’articolo: già sapevo che sarebbe stato eclissato dalla bomba del racconto che avevo scelto di pubblicare. Avevo preso la traduzione di Ciàula scopre la luna e l’avevo ricopiata sillaba per sillaba, cambiando solo nomi propri e ambientazione.
Nella sezione del gossip avevo poi commentato l’abbigliamento di mia cugina alla Cerimonia di Matt, per rimanere in argomento. Lo facevo spesso, perché sapevo che a Keira piaceva quando a Shelter si parlava di lei, soprattutto quando criticavano il suo modo di vestirsi o approcciarsi. E alla gente ovviamente piaceva molto criticare. Tutti felici, quindi, no?
Al momento mi stavo nascondendo. Appena finito le consegne, ero corsa fuori dall’Ancient Palace e avevo attraversato la città rimanendo filo-muro dalla mia sponda del fiume. Le pareti laterali erano le meno illuminate, il reticolato di luci era infatti più che altro al centro della caverna, per questo quando non volevo farmi notare passare per quella strada era un’ottima idea. C’erano solo abitazioni da quella parte, e potevo contare sul fatto che fossero tutti al lavoro o, nel caso si trattasse di anziani o bambini, nel loro centro apposito. Gli anziani infatti erano liberi di abitare nelle loro case, a meno che non fossero soli, in quel caso potevano riunirsi nel Centro Anziani, dove di giorno si incontravano tutte le persone dai settant’anni circa in su. Solitamente i giovani e i capo reparto si rivolgevano a loro, perché spesso gli anziani sapevano molto più di tutti gli altri. I più avanti con l’età erano infatti stati istruiti in parte in superficie, quindi avevano conoscenze trasversali. Chissà come sarebbe stato assistere a delle lezioni di letteratura, o addirittura di filosofia, invece che apprendere qualche nozione da libri impolverati.
Sapevo che prima o poi sarei dovuta uscire, dopotutto non potevo rimanere nascosta per sempre…forse. E poi volevo davvero sapere che cosa le persone avevano da dire. Ero terribilmente curiosa.
Ero anche emozionata! Era la prima volta che trasgredivo alle regole in questo modo, andando intenzionalmente contro l’opinione pubblica! Forse era per questo che mia cugina si impegnava tanto a sembrare stramba.
Mentre viaggiavo con i pensieri, un sorriso sulle labbra, i miei occhi si posarono sul disegno a penna di Matt. Il sole.
Ritornai con la mente a quando ero a scuola; avevo circa otto anni e ci chiesero di disegnare (cosa alquanto bizzarra) la nostra idea di felicità. Gli altri bambini si erano disegnati nei loro lavori futuri, scienziati, medici, funzionari, altri avevano tracciato le figure dei loro familiari, altri ancora i loro amici e i più trasgressivi loro che correvano o mangiavano un gelato. Io invece avevo disegnato la figura di un sole, un semplice cerchio con qualche raggio intorno, forse prendendo l’esempio da un’immagine che avevo visto.
Il maestro aveva subito chiamato il capo dei maestri, un tizio che aveva il suo ufficio nell’Ancient Palace e che di utile aveva solo di intervenire in situazioni come quelle e controllare i programmi insegnati, e lui aveva iniziato una predica su quanto fosse sbagliato vivere nelle illusioni.
Che la realtà è una e una sola.
Che sognare fa solo male.
Non riuscivo ad ammettere che Matt mi mancava. Erano passati due giorni da quando mi aveva gridato addosso senza motivo, dando la colpa a me dei suoi problemi. Speravo che con quell’articolo sarei riuscita a farmi perdonare…qualsiasi cosa avessi fatto.
Mi decisi a uscire solo dopo tre ore che ero lì dentro. Quel giorno di ispirazione non ne avevo proprio, quindi era inutile rimanere lì a scervellarmi su cosa scrivere per il domani. Sempre che il Leader mi permettesse di scrivere ancora.
Dovevo trovare una meta cui arrivare, per avere una scusa e un posto in cui rifugiarmi. Nessun posto sarebbe stato meglio della biblioteca, che mi permetteva anche di attraversare tutta Shelter, e questa volta lo avrei fatto a testa alta su una delle sponde del fiume. Magari, se avessi avuto il coraggio, mi sarei anche fermata un secondo sul Great Lake.
Presi un bel respiro e scesi giù dalla roccia, stando attenta a non bagnarmi la schiena con l’acqua della cascata.
Quando mi ritrovai con i piedi per terra, mi costrinsi ad alzare gli occhi dal pavimento e rivolgermi a casa mia.
Notai un’ombra oscurare la finestra. Mia nonna probabilmente aveva ottenuto la sua copia del giornale al Centro Anziani, che voleva anche dire che aveva avuto la forza di alzarsi dopo quella brutta emicrania. L’ombra alla finestra si scostò violentemente, come se non volesse essere vista; io non ci feci molto caso e proseguii per la mia strada. I rimproveri di mia nonna sarebbero stati gli ultimi che avrei sentito. Sarebbe stata una gran lunga giornata.
*
Riuscii ad arrivare in biblioteca per miracolo. Quasi tutti quelli che avevo incontrato per strada mi avevano fermata per dirmi qualcosa, ed era molto raro che quel qualcosa fosse positivo.
Ricevetti decine di frecciatine riguardanti Matt e il mio legame con lui, madri che si lamentavano che avessi alimentato le fantasie e le illusioni dei loro figli («Meno male che il mio Ernest ancora non sa leggere! Dovresti vergognarti!»). Ci fu solo un ragazzino sui dieci anni che mi si avvicinò tremante e mi abbracciò, senza un valido motivo. Le uniche persone, oltre a lui, che mi sorpresero, furono alcuni ragazzi della mia età che, per la prima volta nella mia vita, mi sorrisero. Quando passai vicino alla serra, mia cugina mi salutò addirittura con un cenno amichevole. Amichevole! Keira!
Ma quel giorno le sorprese non erano ancora terminate, perché quando scesi i gradini della biblioteca mi ritrovai un Eddie che non riconoscevo. Tentava di stare dritto sulla schiena e sorrideva in modo innaturale. Solo quando posi il piede sull’ultimo gradino mi accorsi della presenza di un’altra persona nella sala.
Il Leader era in piedi di fronte alla scrivania, la solita espressione gentile e l’aria spensierata.
«April» mi salutò cordialmente.
«Buongiorno, signore» chinai il capo, le mani che già iniziavano a tremare. Tentai di stare il più composta possibile. Dovevo essere forte.
Analizzai i suoi occhi, cercando di capire come riuscisse a essere sempre perfettamente bilanciato. Non c’era l’ombra di un segreto nel suo sguardo, niente di niente.
Da quando un Leader ha bisogno di fornire prove per essere creduto?
Da quando io non mi fidavo più della sua naturalezza?
«Sapevo che ti avrei trovata qui» disse con orgoglio, lanciando un’occhiata cordiale a Eddie, che rispose con la medesima espressione, nonostante ai miei occhi fosse tutt’altro che a suo agio.
«Sono così prevedibile?» tentai di scherzare, anche se continuavo a tremare, e il mio primo istinto era quello di scappare.
Lui dice che quell’uomo veniva dalla superficie.
«Eddie, puoi lasciarci un attimo da soli?» domandò senza rispondere, e il bibliotecario non poté fare a meno di obbedire, annuendo e salendo le scale con estenuante lentezza. Mi chiesi dove sarebbe andato. Trovavo piuttosto ingiusto che fosse lui a doversene andare, considerato che eravamo noi gli ospiti. Il Leader attese che lui giungesse all’ultimo gradino, poi mi guardò.
«Ti ringrazio per quello che hai fatto per mio figlio, anche se non dovevi» iniziò a giocherellare con un portamatite vuoto.
«Non deve ringraziarmi, Matt ha tutto il mio sostegno» risposi sinceramente, sperando che il motivo della sua pseudo convocazione fosse solo quello. Ovviamente mi sbagliavo.
«Dico sul serio. Le sue scelte sono le sue scelte e deve assumersene la responsabilità, senza che un’amica con la tua…influenza» mi guardò con un’espressione indecifrabile «alteri i giudizi delle altre persone».
Il Leader iniziò a camminare per la biblioteca, molto lentamente e soppesando i volumi, e io mi ritrovai a seguirlo.
«Va tutto bene?» mi chiese a un certo punto, con un interessamento del tutto nuovo. Io e Noah eravamo abbastanza in confidenza vista la rilevanza che il mio compito aveva (più che altro la pericolosità), ma a Shelter non si chiedeva spesso “come va?” se non in ambito familiare o di amicizia stretta. Era semplicemente una domanda troppo vaga e con pochi secondi fini.
«Sì, certo» risposi, evitando i suoi occhi così intelligenti, che mi ricordavano tanto quelli di Matt.
«Scusa se te lo chiedo, solo che ti vedo piuttosto distratta in questo periodo, e potrebbe essere dovuto a qualche problema familiare o a qualcos’altro» fece scorrere un dito sui dorsi dei volumi della sezione dei dizionari, come avevo fatto io con quella dei libri Proibiti. «So quanta rilevanza hanno le emozioni nel tuo ambito, quindi devo essere sicuro che sia tutto a posto».
Il Leader proseguì, aumentando leggermente il passo, e io iniziai a sentirmi a disagio mentre ci addentravamo nella biblioteca.
«April, so che voi scrittori siete molto fantasiosi e altre cose, solo che io devo preoccuparmi anche di altre faccende, come possibili malcontenti» giungemmo fino alla sezione dei libri Proibiti, e lì il Leader si fermò.
«Sai che cosa si dice delle proibizioni e delle regole?» chiese, prendendo Novelle per un anno tra le mani. Io deglutii mentre ne sfogliava le pagine antiche. Mi costrinsi a scuotere la testa. Lui abbozzò un sorriso e chiuse il libro di colpo, facendomi trasalire.
«Che sono fatte apposta per essere infrante» concluse. «Un buon Leader deve conoscere ciò che vieta e le motivazioni per cui lo fa. Ho letto tutti questi volumi, dalla A alla Z, quando avevo la tua età e anche molto prima. Se non permetto alle persone di leggerli è perché sono pericolosi. La gente inizierà a pensare che Ciàula può scoprire la luna e quindi un abitante di Shelter può salutare il sole come un vecchio amico, ma questo purtroppo non succederà mai». Rimise il libro a posto. «Per questo, qui, in questa situazione, il detto sulle regole che vanno infrante non vale».
Rimasi in silenzio. Mi sentivo come se mi stesse rimproverando, e quella sensazione non mi piaceva per niente.
«Le parole sono solo parole, non è vero?»
Il Leader soppesò quella domanda, poi alzò l’angolo delle labbra, come intenerito da quella affermazione.
«Sai bene anche tu che non è così» si riavviò verso l’uscita e io, con un sospiro di sollievo, lo seguii.
«Mi fido di te e della tua famiglia, April, per questo ti darò una seconda opportunità. Se non la coglierai, sarò costretto a visionare in anticipo le opere che pubblicherai».
Noah si congedò, abbassando lievemente la testa, poi salì le scale. Dopo pochi secondi, ecco riemergere Eddie che, con passo tremante, tornò alla sua postazione.
Non disse niente, non ce n’era bisogno.
*
Anche al ritorno incontrai tante persone che mi fermarono e commentarono il mio racconto o il mio articolo. Sembrava che nessuno, e dico nessuno, avesse apprezzato il giornale di quel giorno.
Non ero in vena di scrivere, ma dovevo obbligarmi o non avrei pubblicato niente l’indomani e sarei venuta meno al mio ruolo. Mi chiesi che senso aveva avuto quello che avevo fatto, mi sentii una stupida.
Quello che avevo sentito mi aveva solo confuso le idee, mi dissi. Dovevo impedirmi di farmi ancora del male, illudendomi da sola.
Giunsi all’isoletta dove stava la serra; mi serviva della carta da aggiungere al mio quaderno del lavoro, sperando che del materiale fresco mi potesse aiutare a ritrovare l’ispirazione.
Nella cupola c’erano alcune persone, tutte indaffarate a lavorare la terra o innaffiare le piante. Con mia sorpresa, mi salutarono tutte con un sorriso, forse ringraziandomi per l’articolo. Io risposi con poco entusiasmo e procedetti verso le stalle.
«Keira?» chiamai, non ottenendo risposta. Sbuffai. Il suo lavoro era quello di assistere soprattutto me, accidenti, quindi perché ogni volta non la trovavo?
«Keira!» esclamai con più veemenza, iniziando a scocciarmi.
Arrivata alle stalle, che erano esterne alla serra, entrai senza bussare, aspettandomi di vedere mia cugina bighellonare sul fieno, invece udii delle risate provenire dal fondo. Le mucche mi impedivano di vedere di chi fossero, ma erano di due persone. Oltrepassai uno degli animali, rendendo il mio passo felpato, curiosa di vedere chi avrei beccato a non fare il suo lavoro. Una era di sicuro la voce di Keira, ma con qualcuno doveva per forza parlare.
Accarezzai la schiena di una mucca, che si alzò per masticare il fieno, e mi accucciai sotto il suo ventre, per avvicinarmi senza che i due fannulloni mi vedessero.
«Dici che è entrato qualcuno?» domandò una voce maschile, e io mi bloccai.
Era Matt.
«Probabilmente Gwen ha urtato la porta. Quella vacca non si sa muovere» rispose Keira, ridacchiando. Non l’avevo mai sentita parlare in quel modo, sembrava quasi…allegra.
«Hai dato un nome a tutte le mucche?» chiese Matt, con una voce che con me non avrebbe mai usato. Una voce gentile e interessata.
«Non è che abbia molto da fare qui dentro, oltre a raccogliere i loro bisogni».
I due risero, e io ne approfittai per avvicinarmi, nascondendomi sotto il ventre della mucca successiva.
Ora riuscivo a intravedere le loro gambe. Erano seduti, Keira scomposta come sempre, Matt stravaccato vicino a lei.
«Nessuna responsabilità» disse il ragazzo, con un sospiro di sollievo.
«Nessuna responsabilità» rispose mia cugina.
Sorpassai l’altra mucca e mi abbassai per vedere anche i loro visi.
Keira si girò verso Matt, un’espressione seria in volto.
«Ma anche nessuna soddisfazione» lo scrutò, con un’aria di sospetto. «Perché lo hai fatto?»
Mi sentivo come se Matt mi stesse tradendo rivelandole quel particolare che aveva tenuto nascosto a me. E ancora non avevo capito che cosa avevo fatto per meritarmi il suo silenzio!
Il mio migliore amico sembrò riflettere sul da farsi, e notai che tra le labbra teneva una spiga di grano, rubata probabilmente dalla serra. Sembrava uno di quei modelli che avevo visto in una delle poche riviste che erano giunte fino ai nostri giorni, in biblioteca.
«Per te» rispose, lanciandole un’occhiata che avrebbe fatto sciogliere chiunque. Chiunque tranne Keira.
«Non dire stronzate» ribatté lei infatti, strappandogli un sorriso.
«Dico sul serio» Matt si sedette meglio, forse per provarle la sua serietà. «Ho sempre ammirato il tuo comportamento, le idee che lasciavi trasparire senza che nessuno te lo chiedesse. Ed ero già stufo degli insegnamenti di mio padre. Questo si fa così, questo si fa in quest’altro modo…non mi ha mai spiegato il perché delle cose. Mia madre era diversa da lui. Era sfuggita alla sua vita, questo è vero, ma non l’ha mai rinnegata. Volevo diventare come lei. Volevo meritarmi il mio posto».
«Quindi mi stai dicendo che in realtà vorresti fare il Leader, ma non per via ereditaria?» Keira sembrava affascinata.
«In realtà fare il Leader non mi è mai importato. Volevo solo prendere in mano le redini della mia vita, e se per farlo devo concimare il terreno, penso che lo farò».
Rimasero in silenzio per un po’, e io dovetti trattenere il respiro, un po’ per non far rumore, un po’ perché la mia amica mucca, mio nascondiglio, puzzava non poco.
«April lo sapeva?» chiese dopo un po’ Keira, e io al sentire il mio nome posai gli occhi su di lei.
Matt scrollò le spalle.
«April non sa mai niente. Crede di sapere tutto solo perché ascolta le conversazioni degli altri e perché ha tempo libero per leggere tutti i libri della biblioteca, ma non ha mai indagato davvero su niente. Non sa neanche come siano morti i suoi genitori, lei lo accetta e basta».
Quelle parole mi colpirono come un pugno dritto sul naso. Poteva anche andarmi bene che Matt pensasse quelle cose, ma che si stesse confidando con mia cugina, sapendo quanto lei mi avesse sempre disprezzata, quello no.
«So che le devi dire le cose molto chiaramente perché le afferri, ma perché non lo hai fatto?»
Keira sembrava quasi dispiaciuta per me, ma ero talmente arrabbiata a questo punto che quasi non me ne accorsi.
«Non riesco a fidarmi di chi per lavoro si fa beffe delle vite degli altri».
Sentii un fastidio agli occhi, e impiegai qualche secondo per capire che erano lacrime. Non ero abituata a piangere.
«Hai letto il giornale di oggi?»
Matt scrollò nuovamente le spalle.
«Non so come prendere quelle parole» rispose. «Non so se quelle cose le pensi oppure sia solo un modo indiretto per fare pace con me. Come se avessimo ancora undici anni».
Una goccia calda e fastidiosa mi scivolò sulla guancia. Io non l’asciugai.
Indietreggiai, ma in quel momento qualcuno entrò e spalancò la porta.
«Keira, April ti stava cercando» era mio zio, che non sembrò sorpreso di trovare la figlia e Matt seduti a non fare nulla, in mezzo alle mucche.
«Io non l’ho vista» rispose Keira, indifferente. Matt invece drizzò la schiena, mentre mio zio richiudeva la porta della stalla e se ne andava. Io mi scostai con violenza prima che i suoi occhi incontrassero i miei, ma così facendo urtai per sbaglio una gamba della mucca sotto cui ero nascosta. Quella per risposta fece un verso e si mosse, spostando la terra (o il letame) su cui sostava nella mia direzione.
Per ribrezzo io mi scostai.
«Che schifo!» esclamai, alzandomi in piedi e scrollandomi di dosso quella porcheria, e mi resi conto solo dopo che sia mia cugina che il mio (ex) migliore amico mi stavano fissando, la prima allibita il secondo infuriato.
«Da quanto sei lì?» riuscì solo ad abbaiare Matt, e io non potevo credere che, dopo tutto quello che aveva detto su di me, quelle fossero le uniche parole che volesse rivolgermi.
Quanto a me, non avevo assolutamente più nulla di cui parlare con lui. Per questo feci l’unica cosa che ero in grado di fare per difendermi: girai sui tacchi e corsi fuori da quella maledetta stalla.
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