Capitolo 4
Quando mi svegliai la mattina sentivo una strana sensazione al petto. Era come se ci fosse qualcosa di…sbagliato. Ero nella mia camera, mia nonna era in cucina a fare colazione, la cascata scorreva come se nulla fosse, ma qualcosa in me era cambiato. Osservavo le cose e percepivo un sentimento di nostalgia che non aveva senso. O forse sì. Forse già mi mancava la mia vecchia vita, in cui avevo posto una tenda sui dubbi e su una possibile verità e non avevo mai avuto il coraggio di scostarla.
C’era ancora la possibilità che fosse tutto un malinteso, e che quell’uomo o stesse mentendo o avesse avuto le allucinazioni. Cercai di rassicurarmi in questo modo, perché non volevo neanche pensare a cosa sarebbe successo se fosse stato il contrario.
«April, sono quasi le otto, svegliati!»
La voce di mia nonna mi raggiunse dalla cucina, e io, premendomi un cuscino sul viso, mugugnai.
«Arrivo!»
Solitamente non facevo fatica ad alzarmi dal letto, mi piaceva svegliarmi presto e vedere la luce chiara del sole proveniente dai tubi illuminare Shelter. Quando restavo a dormire così tanto era perché o non stavo bene o ero giù di morale, il che raramente accadeva.
Lanciai giù i piedi dal materasso, ma non riuscivo a mettermi seduta. Socchiusi di nuovo gli occhi, ma la porta di camera mia si spalancò.
«Muoviti, devi andare a stampare il giornale!» esclamò mia nonna, sulla soglia, ancora in vestaglia.
Lanciai il cuscino sul pavimento.
«Ho detto che arrivo!»
Mia nonna mi fulminò con lo sguardo (non le rispondevo mai così sgarbatamente), la bocca ridotta a una linea; non disse niente e richiuse la porta. Io sospirai e mi alzai.
*
Finita la colazione, sotto lo sguardo offeso di mia nonna, presi il quaderno da lavoro e uscii di casa.
Le vie di Shelter erano ordinate, e attraverso ognuna di loro passava un effluente del fiume principale, in modo che l’acqua arrivasse direttamente alle abitazioni.
Il mio giro era sempre lo stesso, prima la Shelter dalla mia parte del fiume, poi lo attraversavo e completavo le consegne anche dall’altra parte, poi superavo la diga e raggiungevo l’Ancient Palace, risalendolo fino al penultimo piano.
Prima tappa, serra, vicino alla quale risiedevano le stalle delle poche mucche rimaste (tredici) e delle galline che ancora scorrazzavano per il pollaio (solo venti). Tra gli animali si erano diffuse parecchie malattie o carenze nel corso degli anni che li aveva decimati, per questo uno dei primi programmi di ricerca, in seguito alla scoperta del DNA l’anno seguente all’affermarsi di William ChosenOne, era stato quello per la carne sintetica. Carne a tutti gli effetti ma che veniva fabbricata in laboratorio, in modo da tenere gli animali rimasti come fonti di uova e latte. In una città normale probabilmente le persone si sarebbero rivoltate, ma a Shelter circa il 70% della popolazione poteva comprendere il procedimento con cui veniva sintetizzata, quindi si fidava.
Alla serra mia cugina era vestita con la sua divisa, una tuta che di artistico o minimamente ribelle non aveva niente, e sostava sulla soglia, pronta per il suo compito quotidiano. Penso che di umiliante nel suo lavoro, più che lavorare feci, fosse dover aiutare me a stampare i miei articoli.
«Sei in ritardo» abbaiò appena mi avvicinai. Si guardava le unghie per evitare il mio sguardo.
Io alzai le spalle.
«Non si può essere perfetti» risposi, dandole il quaderno del lavoro in mano. Lei lo agguantò con disprezzo.
«Stai scherzando, spero» mi agitò il quaderno davanti al viso, come se fosse la prova di un delitto.
«Non ho avuto tempo di battere a macchina quello che avevo scritto, mi dispiace» sospirai. La sera prima avevo avuto ben altro a cui pensare.
«No, certo, troppo impegnata a non fare niente» si voltò di scatto e si sedette al suo tavolo da lavoro, digitando velocemente sulla macchina da scrivere tutto quello che avevo tracciato il giorno prima. Io, non sapendo cosa fare nel mentre, mi aggirai per la serra, soffermandomi al suo centro, dove il tubo sprofondava nella roccia soprastante, illuminato dalla luce accecante del sole da poco sorto.
Era la prima volta che tentavo di vedere il cielo con la speranza di poterlo fare davvero, un giorno. Scacciai via quelle sciocchezze. Se avessi detto una cosa del genere a scuola, sarei stata cacciata seduta stante.
«Non smetterai mai di guardare lì dentro, vero?»
La voce di mia cugina giunse come in lontananza. Era come se avessi immerso la testa sott’acqua, ma invece dell’acqua ci fosse stato solo un flusso irrefrenabile di pensieri.
«No» riuscii solo a rispondere.
I tasti della macchina da scrivere erano rilassanti, dopo un po’. Ognuno aveva un rumore diverso, e questo faceva sì che anche senza guardare, quando scrivevo sulla mia, riuscissi a riconoscere le frasi solo da quello.
Dopo qualche minuto entrò mio zio con del mangime per galline in mano.
«Ciao, April» mi salutò con un sorriso, poi se ne andò senza aggiungere altro. Almeno lui mi trattava con rispetto, al contrario di sua figlia.
Alzai il braccio e feci in modo che la luce filtrasse tra le dita. Facevo così perché quando la sera mi sdraiavo sul letto, alzando la mano, potevo rivedere la stessa immagine. Era come se in questo modo, mantenendo un elemento, riuscissi a proiettare sul soffitto della mia stanza gli stessi colori.
Mia cugina probabilmente mi stava fissando in modo strano, ma non commentò. Evitavo di fare cose del genere davanti alle persone, solitamente, ma quel giorno era diverso.
Chiusi gli occhi e respirai a pieni polmoni. Nella serra c’era ogni tipo di albero o pianta. Di fiori non ce n’erano tanti, perché, a meno che non avessero scopi curativi o fossero commestibili, non avrebbe avuto senso togliere posto ad altre piante per qualcosa di puramente decorativo.
«Se hai finito di fare…qualunque cosa tu stia facendo, io ho finito».
Mi voltai di scatto, di nuovo consapevole della presenza di mia cugina. Finsi nonchalance e tornai da lei, presi i fogli scritti e li posi sulla stampante.
«Oggi avrai da scrivere per tutto il giorno, immagino» la voce tagliente di Keira mi raggiunse sopra il rumore della stampante.
«Come?» domandai, momentaneamente dimenticando la storia di Matt. «Oh, quello» sospirai.
«Anche il tuo migliore amico è meno importante della tua carriera» fece una smorfia.
«Da quando ti interessa di Matt?» risposi, prendendo i primi giornali stampati e impilandoli in ordine. «Lo hai sempre insultato».
«Perché credevo fosse un prodotto in serie come tutti, ma peggio, un Leader» alzò le spalle. «Invece ha dimostrato di aver carattere, a differenza degli altri» mi lanciò un’occhiata eloquente.
Impilai gli altri giornali. «Un giorno o l’altro mi spiegherai il tuo astio verso Shelter» scossi la testa «e verso i suoi abitanti».
«Sai, è inutile parlare con te» Keira mi superò e afferrò un’altra pila. «Tranquilla, non ti dò la colpa, solo speravo fossi meno ottusa, sai, grazie alla genetica».
La stampante si fermò e mia cugina raccolse tutti i giornali e mi porse la borsa che avevo lasciato sul tavolo. «Buona giornata» con un altro sguardo di fuoco, se ne tornò nelle stalle.
*
Rimuginai su quelle parole mentre attraversavo le vie di Shelter, fermandomi ad ogni abitazione e lanciando un giornale. Le case di Shelter erano molto simili a delle villette a schiera inglesi, o almeno secondo un giallo che avevo letto in biblioteca. Anche nel mondo in superficie si consegnavano i giornali, so che a New York, negli Stati Uniti, il compito era affidato a ragazzini chiamati “strilloni”. Io non avevo mai dovuto gridare, anche perché se lo avessi fatto nella comunemente silenziosa cittadina qualcuno mi avrebbe rinchiusa, prendendomi per pazza. C’erano tante tradizioni delle città in superficie che mi affascinavano, primi tra tutti i mezzi di trasporto. A Shelter qualsiasi posto era raggiungibile a piedi in meno di mezzora, quindi nessuno aveva bisogno di velocizzare il percorso, ma sapevo che nelle città in superficie si utilizzavano diversi mezzi, tra cui la ferrovia, le carrozze, le macchine e anche le biciclette. Le biciclette mi avevano sempre affascinato, era incredibile come sfruttando la sola forza delle gambe si potesse andare molto più veloci rispetto a una normale camminata! Mi sarebbe tanto piaciuto fabbricarne una, ma sarebbe risultato strano, e mia nonna mi aveva sempre insegnato ad attirare l’attenzione il meno possibile.
Completai il giro andando sull’altra sponda del fiume. La serra era il centro della caverna, per questo il fiume, quando la incontrava, si separava temporaneamente per poi ricongiungersi, rendendo la cupola, le stalle e il pollaio simili a un’isola. Per accedervi c’erano due ponticelli posti su ognuno dei fiumi.
Osservai i miei giornali freschi di stampa. Ogni volta era come la prima, non riuscivo ancora ad abituarmi a vedere le mie parole stampate su carta e alla mercé di tutti, anche se da quando avevo dodici anni ero migliorata e di molto. Una delle caratteristiche principali che avevo dovuto imparare era quella di contenere i pensieri…come avrete notato, tendo a divagare quando racconto. A Shelter non era molto apprezzata questa mia caratteristica, e questo era uno dei motivi per cui avevo iniziato ad avere due quaderni, uno per il pubblico e uno per me. Spesso avrei voluto che i racconti fossero solo e soltanto flussi di pensieri incontrollati, ma mi rendevo anche conto che dopo un po’ sarebbe stato tutto troppo noioso.
Alcune delle persone che incontravo mi salutavano con un sorriso, alcune annuivano per ringraziare, ancora addormentate. Una signora, sulla soglia, raccolse il giornale, guardò subito l’ultima pagina e gridò: «Finalmente un altro episodio di Mr. BigMustache!»
Io ridacchiai. «Solo per lei, signora!»
Almeno qualcuno apprezzava il mio lavoro.
Attraversai la diga, salutando i funzionari che procedevano nella direzione opposta e dando loro un giornale, poi la oltrepassai e giunsi all’Ancient Palace, la mia ultima tappa.
Le persone andavano e venivano da ogni direzione, con cartelline strette al petto o valigette, ognuna di loro indaffarata, come se non ci fosse neanche un momento di pausa dal duro lavoro. Mi piaceva osservare il loro modo di fare. Non c’era scienziato, funzionario o capo ufficio che non avesse una sua meta. Questa era una delle cose che caratterizzava gli adulti di Shelter: era raro trovare qualcuno che camminasse solo per camminare.
«April, chi abbiamo oggi?» un ricercatore, il signor BelieverInIntuition (cognome particolare ma apprezzato) si fermò per prendere il giornale. «Ah, BigMustache! Mi piace quel tipo!»
Il signor BelieverInIntuition incarnava l’ideale di Shelter. Era gentile, educato, seguiva le regole ed era abbastanza aperto di idee da avere ogni tanto qualche buona intuizione (da qui il nome) che avviava un nuovo progetto. Era uno dei più stimati cittadini, ma nonostante questo non aveva la puzza sotto il naso degli altri.
«Ne sono felice!» gli sorrisi e proseguii verso le scale.
Nessuno era allegro e felice di vedermi come il signor BelieverInIntuition. Sfilando per i laboratori e la sezione ospedaliera, incontrai solo qualche grugnito, qualche testa che si abbassava in segno di ringraziamento e anche totale indifferenza. I ricercatori imparavano a comportarsi come se non avessero mai tempo di fare niente. Ogni volta che ci si rivolgeva a loro era come se li si stesse interrompendo durante un intervento chirurgico. Era frustrante vedere come si credevano superiori e più impegnati rispetto agli altri, che per lo più li evitavano.
Al piano terra c’era il reparto ospedaliero, per far sì che, se uno fosse stato ferito gravemente, non dovesse essere trasportato sulle scale, mentre al primo si trovavano i laboratori di chimica e fisica, insieme all’ufficio del Leader, dove avevo sentito la conversazione la sera prima. Quel giorno non lo incontrai, e insieme a chiedermi dove fosse finito, mi domandai anche che fine avesse fatto Matt. Non lo avevo visto nella serra, eppure avrebbe dovuto iniziare a lavorare da subito, anche se come agricoltore; ancora mi chiedevo il perché di quella scelta, e rimuginavo sulle parole di mia cugina.
Al secondo piano, ancora laboratori, ma quelli più importanti, che si occupavano di beni di prima necessità (come ad esempio della carne sintetica). Al terzo piano si trovavano gli uffici dei capi reparto. Reparto scienza, reparto tecnologia, reparto ospedale…reparto luci. Dovevo passare per quei corridoi silenziosi e deserti e consegnare il giornale da sotto la fessura della porta. Al quarto e ultimo piano non potevo salire, erano le stanze del Leader, per questo lasciai il giornale alla base delle scale, sperando come ogni giorno che Noah non ci scivolasse sopra. Ogni volta mi chiedevo cosa sarebbe successo se avessi ucciso il Leader di Shelter in questo modo: sarebbe stata la morte più tragica e ridicola della storia. Eppure questi erano gli ordini, e io agli ordini obbedivo.
Indugiai sulle scale che portavano alle stanze del Leader, domandandomi se a Matt fosse ancora permesso viverci, poi feci dietrofront e tornai giù, diretta alla mia ultima reale destinazione.
La biblioteca di Shelter si trovava al di sotto dell’Ancient Palace. Riusciva ad essere, come il mio nascondiglio segreto nella cascata, una fossa dentro alla fossa. La conoscenza era importante, ma a quanto pare la letteratura e la cultura no, perché i libri di testo erano conservati tutti nella scuola, mentre quelli di narrativa e simili erano tutti nascosti nel piano sotterraneo. La biblioteca era un posto incredibile, gestito dal signor NeedleAndThread, AgoEFilo, e dal cognome si può intuire anche il suo vecchio mestiere. Era un sarto andato in pensione (aveva da pochi anni lasciato la gestione del magazzino al figlio), che aveva deciso di occuparsi di un posto che se no sarebbe caduto in disgrazia. Io ero una delle poche persone a frequentare la biblioteca, eppure Eddie (lo chiamavo per nome tanto lo conoscevo bene) se ne occupava come se fosse stata parte di un museo. I libri provenivano dalle famiglie originali di Shelter. Provenendo da culture diverse (molti erano figli o nipoti di migranti) avevano portato libri di ogni genere e ogni Paese, e spesso anche dizionari. Non potevo dire di averli letti tutti, ma una buona parte sì, e avevo sempre un libro in corso di lettura o finito. Quel giorno, però, ero in vena di qualcosa di più…sconsigliato.
La biblioteca in sé era un luogo sconsigliato (troppe storie che ispiravano troppe fantasie), ma solo una parte era davvero proibita. La sezione dei libri proibiti era in fondo, ben nascosta, e spesso mi ero chiesta perché il Leader non si fosse preoccupato di eliminarli direttamente. Forse, per far credere alle persone che non leggerli fosse comunque una loro scelta. Dopotutto, il primo segnale di prigionia è la censura.
Nonostante questo, mi era capitato di leggerne uno o due, ed erano sempre romanzi che si incentravano su viaggio e scoperte.
Quando scesi le scale, da cui si accedeva tramite il sottoscala di quelle principali dove si era tenuta la Cerimonia, Eddie mi salutò con un sorriso quasi completamente sdentato.
«Tesoro!» mi accolse, e io ricambiai il sorriso.
«Ciao, Eddie!» lo salutai, inviandogli un bacio con la mano.
Eddie era sempre stato un uomo basso di statura, ma adesso la sua testa mi arrivava alle spalle, avendo la schiena leggermente ingobbita. I capelli bianchi erano molto corti ed era pelato al centro della nuca, ma dell’anziano aveva solo quello. I suoi occhi castani erano vigili, il suo passo veloce e non scordava mai niente. La pelle, come tutti gli abitanti di Shelter, era tanto bianca da poter illuminare l’oscurità.
Mi addentrai nella biblioteca. Era abbastanza spaziosa, più che altro alta, ed era come una grotta nella grotta. La sezione proibita era in una rientranza appena visibile, sul fondo. I libri erano disposti su delle librerie alte fino al soffitto. Eddie si era anche impegnato per appenderne cinque o sei al centro, per riempire più spazio. Pendevano dal soffitto e giravano in continuazione per inerzia, e i volumi non cadevano grazie a un sostegno in legno posto su ogni scaffale. Era tutto in perenne movimento, e questo aveva sempre ispirato la mia immaginazione. Gli altri scaffali invece erano appoggiati alle pareti rocciose e, come tutto il palazzo, ne seguivano le andature, rientranze e sporgenze. Non c’era centimetro della biblioteca che non fosse stato ricoperto di libri. Tutto era rigorosamente in ordine di argomento, e per ogni argomento era tutto in ordine alfabetico per autore.
L’illuminazione avveniva grazie a delle lampade moderne, poste a intervallo regolare ai piedi degli scaffali fissi e alla sommità dei quelli mobili. In questo modo, in basso la luce era stabile, sul soffitto invece tutto era in movimento.
Per raggiungere i libri più in alto, c’era una scala con delle rotelle che si spostava, e io fin da piccola mi ero divertita a salirci sopra anche solo per vedere la biblioteca da un’altra prospettiva, e per spostarmi con le rotelle, ovviamente. Eddie mi aveva detto che anche mia madre amava quel posto, lo sapeva perché lui ci veniva spesso anche quando non la gestiva. Forse è vero che anche le passioni sono ereditarie.
«Cosa ti posso dare oggi?» domandò Eddie. Sulla scrivania aveva accumulato una decina di romanzi. Non si era mai troppo vecchi per imparare, ripeteva sempre.
«Penso che darò un’occhiata» feci cenno alla sezione dei libri Proibiti, nascosta dagli altri scaffali, e lui annuì. «Certo, fai pure».
Mi aggirai tra i libri, annusando l’odore della carta, quella vera, e dirigendomi verso gli scaffali infossati. Entrai nella sezione e tossii per la polvere accumulata sui volumi. In realtà quei libri erano stati sfogliati più volte, ma Eddie li impolverava apposta ogni sera, preoccupato che il Leader potesse fargli visita e chiedergli chi fosse stato a leggerli. Anche se non me lo aveva mai detto, ero piuttosto convinta che lui stesso li avesse letti e riletti tutti.
Feci scorrere le dita sui dorsi rilegati, strizzando gli occhi per leggerne i titoli, essendo quella sezione mal illuminata.
Le avventure di Robinson Crusoe, il mago di Oz, Lo strano caso del Dr Jekyll e Mr Hyde, Frankenstein, I Fiori del Male, Il ritratto di Dorian Gray…uno attirò la mia attenzione, perché il titolo era in italiano. Lo presi, coprendomi il naso con la mano per non inspirare la polvere. Si intitolava Novelle per un anno, autore un certo Luigi Pirandello. Scorsi le pagine ingiallite, scritte in italiano, e a più di metà ne trovai alcune scarabocchiate in inglese. Mi sedetti con la schiena contro uno degli scaffali in fondo, per leggere alla luce, e iniziai a leggere un racconto intitolato Ciàula scopre la luna.
Evidentemente un migrante italiano lo aveva portato a Shelter e si era anche disturbato a tradurlo. Mentre leggevo mi chiesi cosa avrebbe pensato sapendo che il racconto cui teneva tanto era stato inserito nella sezione Proibita.
La storia era di questo ragazzino, Ciàula, talmente indifeso da essere più simile a un animale che a un essere umano. Anche lui era abituato a passare tanto tempo sottoterra. Mi immersi nella narrazione, partecipe della sua sofferenza. Un ragazzino inerme e ignorante, maltrattato dal suo superiore, anche lui con le sue motivazioni, come in ogni storia ben fatta, che finalmente una notte, durante la quale spesso rimane a lavorare, esce e vede per la prima volta la luna, rimanendone affascinato. La scrittura dell’italiano era abbastanza indecifrabile, per questo impiegai almeno tre quarti d’ora a terminare la lettura, ma quando finii, con le ultime parole tracciate in modo tremolante, rimasi immobile. Alla fine della pagina, la carta era leggermente secca, segno che una lacrima era scivolata e l’aveva inumidita. Vi passai il dito sopra, comprendendo solo in parte quel dolore, e chiusi il libro, stringendolo al petto.
Sapevo che cosa avrei scritto quel giorno.
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