Capitolo 3
Il gelo invase la sala. Nessuno poteva crederci, io per prima.
Matt, il Matt che non poteva copiare un test di matematica a sette anni, quello che camminava sempre al centro delle strade perché non voleva uscire dal tracciato, aveva rinnegato il lavoro più importante di Shelter per diventare un comune agricoltore? A che gioco stava giocando?
Da una parte avrei voluto salire sulle scale e scuoterlo per farlo rinsavire, dall’altra volevo solo chiedergli il perché. Era forse impazzito?
Noah era diventato una statua. Il sorriso gentile che di solito sfoggiava senza pause ora era solo un ricordo. Non lo avevo mai visto così serio in vita mia.
Iniziai a guardarmi intorno, per studiare le espressioni dei cittadini. Anche in un momento del genere, non riuscivo a separarmi dal mio lavoro di giornalista ufficiale di Shelter. Gli scienziati sembravano quasi offesi da un affronto del genere. Affronto. Volevo appuntarmi mentalmente quel termine. Gli agricoltori sembravano sconvolti anche loro ma in senso positivo, come se facendo così Matt avesse elevato il loro mestiere invece di abbassare la sua reputazione. Reputazione. Persino mia cugina e il suo gruppo sembravano sorpresi, e sulle loro espressioni leggevo quasi ammirazione. Ammirazione.
Il silenzio sembrò durare un’infinità di tempo, anche se probabilmente fu solo una manciata di secondi.
Per quanto fosse stato un duro colpo, Noah doveva salvare la faccia.
«Il buffet è già pronto, signori e signore, potete accomodarvi!»
Il suo sorriso era tornato, ma molto meno splendente. La folla iniziò a muoversi. Per quanto quella notizia fosse succosa, niente poteva distogliere la loro attenzione dal cibo non razionato. Nel giro di un minuto le scale erano piene di gente che procedeva velocemente verso il piano superiore.
Io riuscii a muovermi solo in quel momento. Scorsi Matt e suo padre nel punto dove avevano terminato la Cerimonia. Si fissavano e basta. Matt sembrava un bambino che aveva rotto un vaso, Noah invece era come se non stesse più guardando suo figlio ma uno sconosciuto. In pubblico non avrebbe detto niente, ma sapevo che, una volta al sicuro da orecchie indiscrete (le mie), avrebbero discusso animatamente.
Giunsi ai piedi delle scale, salii due gradini. Noah si voltò verso di me, e i suoi occhi erano freddi come il ghiaccio, ma fu solo un’istante. Salì i gradini velocemente e si disperse nella folla, lasciando Matt immobile.
Corsi da lui, mettendomi dove un momento prima era Noah, la testa che frullava di domande. Eppure non ne feci neanche una. Tutto ciò che feci fu abbracciarlo stretto, finché lui non ricambiò e non si lasciò sfuggire un solo singhiozzo.
*
Il primo piano era gremito di gente. Lo era anche la sala ovviamente, solo che a piano terra c’era più spazio e le persone sembravano in numero inferiore. Il buffet era già quasi finito, e io e Matt eravamo contro una parete. Non osavamo dire niente, perché chiunque passasse vicino a noi ci lanciava degli sguardi, e sarebbe stato imprudente. Speravo solo che dopo mi avrebbe spiegato tutto. Lui era l’unica persona di Shelter, insieme a mia nonna, che potesse rivelarmi qualsiasi cosa, perché, quando volevo, ero brava a mantenere i segreti.
Un vecchio signore, John mi sembra si chiamasse, si avvicinò a noi. Era un agricoltore. Sorrise e il suo viso si riempì di rughe. Non disse niente. Posò una mano sulla spalla di Matt, annuì e se ne andò.
«Ci scriverai un articolo, non è vero?»
Era più di un’ora che non parlavamo tra noi, per questo sobbalzai al suono della sua voce. Mi voltai verso di lui, e il suo sguardo era accusatore.
«Che cosa dovrei fare?» domandai, sulla difensiva. «Se non parlassi dell’evento più sconvolgente di Shelter degli ultimi quindici anni, sarebbe evidente che è un favoritismo».
«Gli ultimi quindici anni, eh?» Matt si staccò dal muro e il suo sguardo, da accusatore, divenne infuriato. «Vuoi dire dalla morte di mia madre? Le tragedie della mia famiglia sono notizie troppo succose per lasciarle passare inosservate, non è vero?»
Qualcuno si voltò nella nostra direzione, perché Matt stava alzando la voce.
«Tragedie?» non riuscivo a capire. «Matt, la tua è stata una scelta, non è una tragedia!»
«Per mio padre lo è» sbuffò, come se fossi una bambina che non capiva. «Sarebbe l’ennesima fonte di imbarazzo per lui e per me, non lo capisci? Sai quanto odio stare sotto i riflettori!»
Lo sapevo bene. Matt detestava quando le persone lo trattavano in modo diverso, oppure quando tutti gli occhi erano puntati su di lui. Che fosse per questo disagio che aveva scelto la strada meno ovvia?
«Mi dispiace…ma cosa vuoi che faccia?»
Non capivo perché se la stesse prendendo con me. Io non c’entravo niente.
«Per una volta vedi il tuo lavoro per quello che è» mi si avvicinò per riabbassare la voce. «Un passatempo stupido e che ferisce gli altri». Detto questo, si allontanò a grandi falcate, salendo le scale, probabilmente verso la sua camera all’ultimo piano.
Io rimasi immobile per un po’, incapace di comprendere il motivo del suo rancore nei miei confronti, poi sospirai e andai nella zona bevande, che grazie al cielo era ancora ben rifornita. Presi un bicchiere di succo di frutta all’albicocca e mi allontanai dalle altre persone, che si erano scostate o si erano zittite mentre passavo loro accanto. Tornai al mio posto vicino alla parete e mi ci appoggiai contro sorseggiando il succo di frutta e facendo quello che mi riusciva meglio: origliare le conversazioni di chi mi stava vicino.
C’era una coppia sposata che bisbigliava qualcosa da almeno dieci minuti. Ero riuscita a captare solo le parole: “figli”, “legge” e “sbaglio”. Che stessero per avere il terzo figlio, superando il limite previsto dalla legge? Stavamo andando incontro a un altro scandalo nel giro di poche ore?
Tre donne vicino a me discutevano animatamente su qualcosa che riguardava i vetrini da laboratorio, argomento decisamente troppo dettagliato e noioso per me. Poco distante c’era mia cugina che era immersa in una conversazione accesa con il suo gruppo di amici, ma parlavano troppo a bassa voce perché riuscissi a sentirli. Notando che li stavo fissando, Destiny alzò la testa, fece un cenno con il mento e tutta l’attenzione fu su di me. Occhi tanto infuriati che temevo di prendere fuoco da un momento all’altro. Non seppi fare altro che alzare il bicchiere in segno di cincin e spostare lo sguardo.
Ora che Matt se n’era andato non sapevo davvero che fare, così iniziai a passeggiare, ignorando le teste delle persone che si voltavano nella mia direzione a ogni passo che facevo, e alle conversazioni che si spegnevano. Le luci generate dal proiettore dentro al Little Lake erano ora le uniche che riuscissi a scorgere da dentro, così decisi di uscire sulla balconata per osservare le stelle illusorie sul soffitto della caverna. Superai una coppietta che evidentemente era in procinto di pomiciare, perché sbuffarono entrambi e si spostarono, e mi ritrovai nel buio costellato di lucine che era la notte a Shelter.
Se chiudo gli occhi riesco ancora a vederla.
Essendo solo il primo piano, non potevo scorgere la città dall’alto, i miei occhi erano in linea con la diga, ma anche da lì la vista era meravigliosa. L’acqua della cascata era quasi invisibile, ma un luccichio e un leggero rumore in lontananza segnalavano la sua presenza. Quello era il mio mondo, ma, come ho detto prima, non conoscevo la vera libertà, e per me Shelter era non solo abbastanza ma tutto ciò che desiderassi abbracciare con lo sguardo.
Sulla balconata c’era anche una donna con gli occhi gonfi, Martha. Suo marito l’aveva tradita e lei lo aveva scoperto grazie al mio articolo sul giornale di martedì. Mi lanciò uno sguardo d’odio e se ne andò. Rimasi sola con i miei pensieri e il mio paesaggio da osservare. Feci un sospiro e rabbrividii per il freddo. Non c’era vento ovviamente se non in prossimità della cascata, ma dentro la presenza delle persone aumentava la temperatura di almeno due gradi.
Camminai facendo scorrere la mano sul parapetto. Una trave di legno era poggiata sulla lastra in vetro, e fungeva da sostegno agli angoli della costruzione. La balconata era lunga una ventina di metri, e spesso dalla cascata o da sopra la diga, su cui a volte passeggiavo, guardavo i ricercatori e i funzionari bere un caffè camminando avanti e indietro qui sopra. Ci si accedeva da tre posti: da dove ero uscita io, nell’atrio dove si tenevano i buffet, e da due corridoi, uno a destra e uno a sinistra.
Procedetti verso destra rispetto all’atrio, senza staccare la mano dal legno, e fu lì che udii delle voci.
«Signore» mormorò un uomo, molto probabilmente sui quarant’anni, e dalla profondità del tono doveva essere molto alto. Se c’era una cosa in cui ero esperta, era origliare. Mi accostai contro la roccia, in modo che dalla porta non mi si potesse vedere, e feci appello a tutta la mia concentrazione.
«Non è il momento, Justin» era la voce del Leader…era la prima volta che sentivo di nascosto una sua conversazione!
«Lo posso immaginare, ma…» l’uomo esitò. «È importante».
Il Leader sospirò.
«Va bene, cosa c’è?»
«Si tratta del mio reparto».
Cercai di ricordare di quale reparto fosse Justin. Il suo orario di lavoro era spezzato, si concentrava soprattutto la mattina e la sera, al tramonto. Reparto luci! Quelli del reparto luci avevano il compito di controllare le lampade che indirizzavano la luce solare. Cose come spolverare, controllare, a volte riparare.
«Cosa succede?»
Justin sembrava non trovare le parole.
«Stanno organizzando uno sciopero».
Uno sciopero? Erano anni che non ne avvenivano! Perché avrebbero dovuto scioperare?
«E perché mai?» il Leader sembrava stanco, come se quella fosse l’ultima goccia.
«Si tratta del Grande Black-out. Si stanno formando certe…teorie complottistiche».
Non ero mai stata così attenta a qualcosa. Il Grande Black-out era un evento misterioso che avveniva ogni sei anni, con puntualità. In realtà era solo un black-out che serviva per la manutenzione in sicurezza degli impianti di illuminazione, ma decine di leggende erano nate nel corso degli anni.
«E da quando questo ci stupisce?»
«Da quando uno di loro sei anni fa ha visto un uomo nuotare nel Minor Lake a mezzanotte. Dice di aver visto solo una sagoma, ma che era convinto di non averlo mai visto. E giura che l’acqua era immobile».
«E c’è gente che crede in queste sciocchezze?»
«Lui dice che quell’uomo veniva dalla superficie» Justin sembrava essere in dubbio anche lui. «Vogliamo solo sapere la verità. Ci fornisca una spiegazione».
Udii una mano sbattere probabilmente su un tavolo, e Justin trasalire.
«Una spiegazione l’ho già data, solo che la gente non vuole crederci!»
«Forse perché nessuno del nostro reparto ha mai assistito alla manutenzione. Datecene l’opportunità e ci crederemo».
Noah fece un verso esasperato.
«Da quando un Leader ha bisogno di fornire prove per essere creduto?»
Justin non rispose.
«Da quanto esiste il Grande Black-out?» l’uomo stava prendendo sicurezza in sé stesso, forse notando che quella del Leader stava vacillando. «C’era già quando i miei genitori erano piccoli. A sentire loro, il primo è avvenuto nel 1971».
Trasalii. Il 1971, anno in cui il
primo Leader era salito al potere. Anno in cui l’acqua era stata trovata in una
falda acquifera. Cosa stava insinuando quell’uomo?
«Basta con queste sciocchezze!»
ora Noah stava urlando. «Sai perché nascono i complottisti?
Perché la gente si annoia! Aumenterò le ore di lavoro del reparto luci, e se
non c’è lavoro lì gliene trovo un secondo!»
Il Leader aveva concluso il discorso. Udii una porta sbattere, e immaginai che Justin fosse rimasto da solo a fissare la parete, immerso nei propri pensieri e nei propri dubbi, proprio come me.
*
Tornai alla festa immersa in migliaia di riflessioni, mi sentivo come se avessi bevuto troppa birra. La testa mi girava e per questo barcollavo e andavo a sbattere contro le persone, che si giravano e si lasciavano andare a commenti non molto educati.
Il Leader era tornato in mezzo alla folla, il solito sorriso era rispuntato come se non se ne fosse mai andato, ed era tutto talmente normale che mi veniva da ridere. Era come se mi fossi immaginata tutta la conversazione che era avvenuta pochi minuti prima. Ma io sapevo che cosa avevo sentito, e migliaia di domande si erano affollate nella mia mente e premevano per avere risposte. Dovevo assolutamente uscire dall’Ancient Palace, perché iniziavo a sentirmi soffocare. Accelerai il passo per attraversare velocemente il piano e, quando passai di fianco a Noah, non riuscii a resistere e i miei occhi si incollarono ai suoi. Fu solo una frazione di secondo, ma lui dovette intuire qualcosa, perché distolse l’attenzione dalla conversazione che stava avendo con una signora anziana e suo marito e alzò il bicchiere di vino nella mia direzione.
«April» mi salutò come una vecchia amica.
Io mi costrinsi a deglutire e, tremante, stesi le labbra in quello che speravo fosse un sorriso convincente.
«Buonasera, signore» chinai leggermente il capo in segno di rispetto.
Uno di loro sei anni fa ha visto un uomo nuotare nel Minor Lake a mezzanotte.
La coppia di anziani mi salutò educata, ma notai un’occhiata che la moglie lanciò a suo marito.
«April. Quella April» disse la signora, e mi resi conto che si trattava dell’unica donna presente nel consiglio, ormai rieletta da anni.
«Buongiorno, signora Rationality, è un piacere e un onore conoscerla» le strinsi la mano rugosa.
«Oggi deve essere una giornata importante per te» intervenne il marito, il signor LogicAndRigor. I primi ad aver scelto i propri cognomi non avevano molta fantasia, in realtà nessuno ce l’aveva, e chi era già sposato o fidanzato a quei tempi decise di scegliere cognomi abbinati. La coppia “Razionalità, Logica e Rigore” doveva essere molto patriottica.
«Come?» domandai, sulla difensiva, pensando che si stesse riferendo all’aver origliato il Leader.
I due coniugi si scambiarono un’occhiata e ridacchiarono.
«Domani saprai perfettamente di cosa parlare nell’articolo di cronaca e gossip» rispose la moglie.
Io lanciai un’occhiata a Noah, che non si scompose.
«Matt è mio amico» dissi, mantenendo la calma.
«Questo non ti impedirà di scrivere di lui» insisté la donna, scuotendo il bicchiere di vino «non saresti molto imparziale come giornalista se non lo facessi».
Feci scorrere lo sguardo tra lei e il Leader. Non avevo mai sentito nessuno parlare con tanta sfida al capo di Shelter. Forse questo voleva dire far parte del consiglio.
Dice di aver visto solo una sagoma, ma che era convinto di non averlo mai visto.
«Mi vogliate scusare» chinai nuovamente il capo e mi congedai.
Mi sentivo veramente soffocare. Avevo sentito di una sindrome che, quando il mondo esisteva ancora in superficie, affliggeva alcune persone. Claustrofobia, si chiamava. Avevo sempre immaginato come sarebbe stato provare panico nei luoghi chiusi. La mia vita era sempre stata in un luogo chiuso, e allora perché adesso sentivo questo bisogno di prendere aria?
Un gruppetto di ricercatori tentò di fermarmi, ma io finsi di non averli sentiti e corsi giù dalle scale. Forse il problema era il vestito.
E giura che l’acqua era immobile
Le voci si fecero ovattate. Sì, doveva essere il vestito, ormai era troppo stretto, avevo quasi vent’anni. Tra poco sarebbe stato il mi turno di scegliere il cognome, di iniziare la mia vita. La prossima Cerimonia da cui sarei scappata sarebbe stata la mia.
Lui dice che quell’uomo veniva dalla superficie.
Attraversai di corsa la sala, in cui alcune persone si erano rifugiate per stare lontane dalla folla, aggirai il Little Lake e mi diressi verso la base della diga. Salii velocemente, inciampando un paio di volte, la collinetta che permetteva di raggiungere la parte rialzata della caverna (per formare la diga il Leader aveva ordinato di scavare, quindi l’Ancient Palace si trovava più in profondità rispetto al resto della città) e mi incamminai sul muretto che forniva l’accesso al ponte. Avevo bisogno di stare il più in alto possibile.
Raggiunsi presto il centro della diga. Sotto di me, appeso in modo che dalle abitazioni si potesse vedere, c’era la casella virtuale che veniva aggiornata ogni volta che una persona nasceva o moriva. La prova più evidente di quanto Shelter fosse drogata di controllo.
Essendo solo una sagoma immersa nell’oscurità, abbastanza lontana dal palazzo perché le luci non mi potessero raggiungere, mi strappai il vestito sul davanti e riuscii finalmente a prendere un respiro profondo. Mi appoggiai al muretto, con il viso verso l’Ancient Palace, e osservai le persone camminare avanti e indietro per le balconate. Una coppietta, forse quella che avevo disturbato prima, era riuscita ad accedere al terzo piano e ora stava amoreggiando, credendo di non essere vista. Ma io vedevo tutto. Forse, come mi aveva detto spesso mia nonna, troppo.
Alzai la testa verso il soffitto della caverna per trovare conforto, ma quella sera nessuno si era preoccupato di accendere la proiezione delle stelle, perché non si pensava che qualcuno avrebbe rivolto il suo sguardo al di fuori del palazzo. Dopotutto è proprio questa la più grande differenza tra artificio e realtà: quando l’artificio smette di essere osservato, cessa di esistere, perché non ha più uno scopo.
Sulla balconata dell’ultimo piano notai una sagoma, probabilmente Matt che cercava di distrarsi dalle preoccupazioni che lo affliggevano. Sapevo che non poteva vedermi, ma alzai comunque una mano in segno di saluto, come se tra noi due ci fosse stato un vetro invece di decine di metri di distanza e altezza.
A Shelter tutti sapevano che cosa fare, e sempre lo avevo saputo anche io. Svegliati la mattina, ritira la carta, stampa il giornale, consegnalo e scrivi, scrivi, scrivi. Ma adesso mi sentivo come se qualcuno mi avesse affidato un compito e io non avessi avuto più una scelta. Come puoi sentire che c’è gente che pensa che tutta la tua vita sia un’invenzione e rimanere impassibile, chiudere gli occhi e far finta di niente?
Io non potevo.
Vogliamo solo sapere la verità.
Avrei indagato, anche a costo di ricevere dei richiami, di essere rinchiusa da qualche parte, di essere vista come complottista, di essere riassegnata ad un altro lavoro. Ma io dovevo sapere.
Ci fornisca una spiegazione.
Se le persone avevano troppa paura dell’opinione pubblica per far sentire la propria voce e indagare, lo avrei fatto io.
Nessuno del nostro reparto ha mai assistito alla manutenzione.
Se il Leader non voleva parlare, lo avrei fatto io al suo posto.
Vogliamo solo sapere la verità.
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