Capitolo 2
Quando arrivai all’Ancient Palace quasi tutti erano già lì, e per tutti intendo proprio tutti. Uno dei tanti motti di Shelter era: «Restando uniti abbatteremo ogni difficoltà», per questo a ogni grande festività, come la Cerimonia dei Vent’anni, tutte e 3468 persone -il numero era indicato sulla diga, e aumentava a ogni nascituro e diminuiva a ogni morte, il che da una parte era utile, dall’altra piuttosto inquietante- erano obbligate, anche se come tutto non ufficialmente, a presenziare. E questa Cerimonia era evidentemente più importante delle altre.
L’Ancient Palace era scavato nella roccia, ma questa era la sua unica caratteristica che lo rendesse un minimo “antico”. La struttura era infatti molto moderna, nonostante fosse stato costruito settantaquattro anni prima. Le balconate erano in pietra levigata, molto eleganti, ed erano l’unica parte dell’edificio che era stata aggiunta, basandosi sempre sull’andamento della parete rocciosa. I parapetti erano in vetro, e ciò conferiva all’intero palazzo un’aria seria ma allo stesso tempo leggera e sobria. Di balconate ce n’erano cinque, e si restringevano salendo verso l’alto. L’ultima partendo da terra era quella che apparteneva alla famiglia di Matt. A nessuno era permesso salire fino a lì, neanche alla migliore amica del figlio del Leader. Spesso avevo immaginato quale vista potesse esserci dal punto più alto raggiungibile di Shelter, di vedere tutta la città, che al buio probabilmente diventava simile a un cielo puntellato di stelle. Anche non avendole mai viste dal vivo, le costellazioni venivano proiettate tutte le notti sul soffitto della caverna, e quello era uno dei rari momenti in cui dimenticavo di vivere sottoterra.
Il giardino dell’Ancient Palace era il più bello di Shelter, ricoperto di un’erba curata nel dettaglio. Crescevano addirittura degli alberi alla base della diga, dove un fiumiciattolo scorreva e giungeva fino all’ingresso del palazzo, raccogliendosi in un grazioso lago. Di laghi a Shelter ce n’erano tre: Little Lake, quello dell’Ancient Palace, il Great Lake, la massa d’acqua raccolta dalla diga, che alimentava l’intera città, e il Minor Lake, sulle cui rive sorgeva la mia modesta dimora, e dove la cascata si poggiava.
Quella sera un proiettore era stato posto al centro del Little Lake, e migliaia di fasci luminosi brillavano sul soffitto della grotta, sulla parete esterna del palazzo e sulla diga, creando un contrasto luce-ombra che gettava l’evento in una dimensione mistica.
C’erano persone riunite nel giardino, alcune sedute sulle rive del laghetto, altre in piedi con dei bicchieri di vino in mano.
Mia nonna era vicino a me, elegante nel suo abito viola e aderente, i capelli pudicamente raccolti sulla testa, per nascondere la loro lunghezza in questo contesto considerata “barbara”. Aveva obbligato anche me a legarli in uno chignon tanto stretto che mi sentivo la pelle della faccia tesa. Non che servisse a molto: per quanto sottili, erano comunque molto lunghi, quindi era come se avessi un gatto nero e ciccione accoccolato sulla testa. Non avevo mai visto un gatto dal vivo, ma mi sarebbe piaciuto tanto averne uno.
Anche io indossavo un abito, il più elegante che avessi. Come già detto, a Shelter era inusuale avere tanti vestiti, per questo tendenzialmente ognuno ne aveva uno da sera, che indossava finché in pratica la stoffa sintetica non saltava via. Questo vestito lo usavo da quando avevo dieci anni, e, per quanto fossi più simile al tronco di un albero che a una donna, il seno e i fianchi un po’ mi erano cresciuti da allora, e il tessuto celeste era tanto teso che pensavo che da un momento all’altro sarei svenuta o che l’abito si sarebbe strappato lasciandomi in mutande davanti a tutti.
«Tesoro, vado a salutare Jane» mia nonna si congedò, dirigendosi verso la riva del lago. Non c’era bisogno che specificasse chi fosse Jane. Con il fatto che i cognomi si sceglievano a vent’anni, a Shelter si tendeva a dare nomi diversi per ogni persona, era difficile se non impossibile che due cittadini avessero lo stesso nome, a meno che non fossero molto vecchi e non fossero quindi nati lì. Per questo l’ultima generazione, la quarta, quella a cui appartenevo io, aveva nomi un po’ strani. Jane era un’amica d’infanzia di mia nonna. Il bello di Shelter era che non potevi separarti troppo facilmente dalle persone, e spesso un’amicizia durava tutta la vita.
L’Ancient Palace a malapena riusciva a contenere tutti i cittadini. Prima della Nuova Shelter nessuno aveva imposto come legge il massimo di due figli per famiglia, in modo da mantenere la popolazione costante, per questo le persone, che in effetti al tempo non avevano molto da fare oltre a sopravvivere, non si erano preoccupate della questione “sovrappopolazione”, e i nascituri erano aumentati a livelli spaventosi.
C’è anche da dire che Shelter aveva avuto i suoi brutti periodi, tra cui il Decennio dei Suicidi, il primo della sua esistenza, in cui un centinaio di adulti si erano tolti la vita, incapaci di vivere senza il sole. In realtà il Decennio dei Suicidi era uno dei motivi della mia ossessione per il cielo. Se così tante persone erano arrivate a togliersi la vita per la sua assenza, doveva essere qualcosa di davvero incredibile.
Notai lo sguardo di alcune persone spostarsi verso un punto, sguardi di pura disapprovazione. Seguii la direzione delle loro occhiate di ghiaccio, anche se immaginavo già di chi si trattasse.
Mia cugina amava le entrate ad effetto, e per “effetto” intendo che amava sconvolgere le persone con il suo abbigliamento assurdo e i suoi capelli sciolti e spesso disordinati, di quel disordine curato nel dettaglio che richiamava la perfetta imperfezione della natura e che era tanto distante dalla regolarità imposta dai canoni di Shelter.
Keira era molto simile a me fisicamente, ma era un po’ più alta del mio metro e sessantacinque e decisamente più robusta, il che ai ragazzi di Shelter piaceva molto. Il concetto di bellezza dopotutto è caratteristico di ogni società, e in una in cui le ragazze erano spesso (a volte fin troppo) magre quelle normopeso erano viste come rarità. Il suo viso, oltre ai lineamenti in parte giapponesi, era più pieno del mio, il che le conferiva un aspetto sano e che sarebbe stato adorabile se non fosse stato per i suoi occhi gelidi che scrutavano le persone come fossero tutte sul punto di discutere con lei.
Come sempre, un gruppetto di sei o sette amici la seguiva. Non c’era niente di ufficiale, ma sapevano tutti che Keira era la leader dei giovani più ribelli. Una notte di qualche anno prima si diceva che la polizia avesse trovato dei graffiti molto colorati alla base della diga, ma nessun aveva fatto in tempo a vederli perché erano stati subito coperti con della vernice. Nessuno sapeva se queste voci fossero vere, ma se lo fossero state di sicuro Keira e il suo gruppetto ne erano gli artefici. Eppure non si erano mai spinti oltre qualche scherzo e qualche battutina, il massimo di ribelle che facevano era vestirsi in modo strano e agghindarsi come lampadari ottocenteschi. Anche i loro cognomi non erano così ribelli: Keira aveva scelto di chiamarsi BelleFleur, BelFiore in francese, ma questo era il massimo di diverso che aveva fatto.
Keira quella sera indossava un abito rosso sangue, con alcuni pezzi di stoffa neri, che richiamava decisamente uno stile orientale, forse per ribadire la sua diversità, solo che la forma e le decorazioni erano molto più cinesi che giapponesi; fortuna che nessuno si interessava di culture straniere, tanto meno di abbigliamento. Io non ero un’esperta, ma avevo letto qualche volume nella sezione sconsigliata della biblioteca all’Ancient Palace, e sapevo distinguere un capo cinese da uno giapponese, il che non poteva dirsi di mia cugina, che di certo si era confezionata da sola quell’abito. Nessuno a parte lei se li faceva cucire apposta per una sera. Keira era l’unica donna di Shelter a possedere tanti vestiti.
I capelli erano legati in una coda alta, ma anche così le arrivavano a metà schiena. Indossava orecchini pendenti che si abbinavano con il vestito e quasi le sfioravano le spalle, e il viso era truccato appositamente in modo pesante. Non so se a lei piacesse vestirsi così, penso che fosse più un modo di gridare ai cittadini di Shelter che lei non era una di loro.
Gli adulti e gli anziani le lanciarono occhiate di disapprovazione, mentre i più giovani le rivolsero sguardi di pura ammirazione, nonostante non osassero andare in giro con un ciuffo fuori posto.
Mia nonna ricomparve al mio fianco. Si guardava intorno, nervosa e imbarazzata dal comportamento di mia cugina. Keira sembrò rendersene conto, perché si avvicinò con sfida a noi.
«Ciao, nonna» disse, scostandosi un ciuffo di capelli dalla spalla per far risaltare i pendenti.
«Ciao, Keira» la nonna era nervosa, sia per le occhiate che la gente intorno lanciava che per gli sguardi di sfida degli amici di sua nipote, che erano schierati dietro di lei come guardie Reali. «Come sempre vestita in modo modesto e decoroso» ironizzò, lisciandosi il vestito con la mano.
«“Decoroso” dipende dal contesto» rispose Keira, alzando la voce per farsi sentire da tutti i presenti. «In Giappone questo abbigliamento lo sarebbe stato di certo».
Per trattenermi dal ridere, mi uscì un grugnito, che tentai di nascondere con un colpo di tosse. Gli occhi inquisitori di mia cugina si spostarono su di me. «Cosa c’è di divertente, April?»
Scrollai le spalle. «Niente».
Keira sembrò voler insistere, ma ci ripensò e liquidò il discorso con un cenno della mano.
«Ci vediamo dentro» concluse il discorso senza attendere risposta da mia nonna e si diresse verso l’ingresso con la sua scia di amici al seguito.
Mia nonna sospirò. «Si vede che non l’ho cresciuta io» disse, dandomi un buffetto sulla guancia, poi prese a braccetto la sua amica Jane e entrarono anche loro.
Io rimasi in piedi sulla riva del laghetto, le orecchie attente, ascoltando le conversazioni delle persone, che mi stavano a debita distanza per evitare che carpissi le loro parole. Ero abituata a questo comportamento nei miei confronti, per me non era un problema, anzi davo loro ragione. Ero una ficcanaso, ma era il mio lavoro.
Rimasi lì fuori per mezzora prima di decidermi ad entrare. Ero particolarmente nervosa quella sera perché solitamente Matt era a fianco a me durante le Cerimonie, e, anche se odiavo ammetterlo, in parte con lui mi sentivo protetta. Forse perché quando c’era lui vicino a me la gente tendeva a non avvicinarsi, o comunque a non dire quello che pensava di me, per paura di turbarlo. Quella sera invece ero una preda facile, percepivo gli sguardi della gente su di me, ma cercavo di scrollarmeli di dosso e tenere spalle e testa dritte. Quando ero nervosa mi aiutava pensare di innalzarmi al di sopra di tutto, anche del mio corpo. Se si pensa alla realtà in questi termini ci si rende conto di quanto il mondo concreto sia solo questo, e di quanto un’occhiata storta sia solo questo, un gesto insignificante. Se ci si allontana dalle convenzioni e dalla propria vita ci si accorge che tutto ha una sua importanza…e se tutto ha importanza niente ne ha.
Con questi pensieri che mi ronzavano in testa, mi diressi verso l’entrata dell’Ancient Palace.
La sala che ospitava le cerimonie era anche l’ingresso e il centro che riuniva le varie parti dell’edificio. Scavato nella roccia, lo spazio faceva convergere lo sguardo su una larga scala molto simile a quella di un vero palazzo Reale. Ma di antico e cerimonioso l’interno aveva solo questo. Altre scale si diramavano con meno prepotenza verso le altre sezioni dell’edificio, che ospitavano vari laboratori e uffici di amministrazione. Il piano terra era dove si teneva la Cerimonia, al primo invece saremmo andati una volta terminato il discorso del Leader e la scelta del cognome, dove un banchetto ci attendeva. Le Cerimonie erano gli unici momenti in cui potevamo mangiare senza razioni, e in tanti coglievano la palla al balzo, rimpinzandosi; una volta avevo visto una amica di mia nonna nascondersi dei dolci nel vestito.
Gruppetti di persone erano riuniti ai lati della sala, alcuni al centro. In molti mi fissarono mentre procedevo, e io mi costrinsi a non distogliere lo sguardo. Sorrisi anche ad alcuni miei vecchi compagni di scuola, che non ricambiarono. Ero talmente in agitazione che avevo la nausea.
Giunsi fino alla base delle scale, e lì mi aggrappai al corrimano e mi appoggiai alla parte esterna, nascosta dagli sguardi degli altri. Presi un sospiro.
Dall’ombra delle scale potevo scrutare tutta la sala, e le diverse persone che interagivano tra loro. Mi piaceva avere una visione d’insieme, immaginare le conversazioni e i rapporti tra i cittadini: amici, rivali, amanti. Mi piaceva formulare teorie e a volte verificarle, come una detective.
A scuola avevo avuto modo di conoscere molti della mia età, se non tutti. Io e Matt stavamo sempre insieme, ma avevo parlato almeno una volta con tutti, che fosse per un progetto o per dei compiti per casa. Fino ai quindici anni si studiava tutti insieme. Era da poco che anche le donne avevano l’obbligo di studio fino a quell’età, prima tendenzialmente loro studiavano fino ai dieci e poi imparavano il mestiere delle madri, mentre gli uomini procedevano e spesso si occupavano di lavori più complicati. Mia madre era stata una delle prime donne a studiare fino ai quindici anni, insieme a mia zia, il che era anche uno dei motivi per cui mio zio l’aveva conosciuta. Era successo poco prima che lui e mia madre litigassero e iniziassero a detestarsi. Il problema era che all’inizio di scrittori ce n’erano due, mia nonna e mio nonno. Col tempo, però, il Leader aveva deciso di restringere il campo a una sola persona, perché di perditempo ne bastava e avanzava uno. C’era stata una sfida di scrittura, e mia madre aveva stracciato mio zio, che quindi aveva dovuto trovarsi un altro lavoro, e l’unico che gli avessero affibbiato era stato quello di fabbricatore di carta, non esattamente il più divertente. Per questo fino alla morte di mia madre i due non si erano più rivolti la parola, e anche ora che erano passati anni lui non mi trattava proprio come una parente quanto più come una comune cittadina di Shelter che viveva con sua madre.
Poco distante da me c’era un gruppo di scienziati e scienziate che parlavano. Lo sapevo perché una delle mie tappe mattutine era ai laboratori, quindi riconoscevo i visi di coloro che ci lavoravano, e lo si intuiva anche dal taglio dei capelli rigorosamente militare per gli uomini e poco più folto per le donne. I loro abiti erano chiari, di un materiale leggero, per questo indossavano delle giacche eleganti. A Shelter c’era sempre una temperatura che variava dai dieci ai quindici gradi, quindi non ci si poteva permettere di andare in giro a maniche corte, a meno che non si stesse facendo sport, il che per i cervelloni magrolini della città era una rarità. A scuola ogni tanto ci obbligavano a correre, ma nessuno era particolarmente portato, e crescendo il tempo per fare una cosa tanto inutile e dispendiosa di energie non lo aveva nessuno. Nessuno tranne me e Matt, che amavamo arrampicarci tutti i giorni, nascosti dal velo della cascata.
Al centro della sala c’erano elettricisti, ingegneri e altri funzionari. Le persone dai lavori più umili, come agricoltori e allevatori, si tenevano stretti alle pareti e non si mischiavano con gli altri. Mia nonna era l’unica che passava da un gruppo all’altro senza preoccuparsi del suo stato sociale. Lei non si era mai definita della Shelter d’élite o no, un principio che mi aveva insegnato era che una persona non coincideva con il mestiere che faceva, e credevo che fosse un concetto che avrebbero dovuto insegnare anche a scuola.
Mia cugina era l’unica dei lavori più umili a sostare a testa alta in mezzo alla sala. Cercai di non fissarla, ma per sbaglio il suo sguardo incrociò il mio e tempo due secondi che si stava dirigendo verso di me.
Cercai invano di indirizzare gli occhi verso le mie scarpe, pensando a quanto fosse elegante e ben pensato il pavimento, dal materiale in pietra ma ben levigato, solo che non servì a molto. Nel giro di cinque secondi mi ritrovai a fissare le sue scarpe, le uniche in tutta la sala ad avere il tacco.
«Sola soletta, April?» domandò incrociando le braccia.
«Sai che mi piace stare da sola, Kei» risposi, cercando di ignorare i suoi amici, che evidentemente non sapevano camminare da soli.
«E meno male, direi, se no sarebbe un problema» lanciò uno sguardo alle sue spalle, uno di quelli d’intesa che io sapevo scambiarmi solo con Matt, e la sua compagnia ridacchiò.
Io non mi lasciai tirar giù il morale. Quella era la Cerimonia del mio migliore amico, dovevo essere felice per lui. E comunque ignorare le frecciatine della gente per me ormai era naturale. Vivere in allegria era solo una questione di allenamento.
Non sapevo il vero motivo dell’astio di mia cugina nei miei confronti. Pensavo che alla base vi fosse l’invidia, ma doveva esserci dell’altro. Fin da piccole mi aveva sempre trattata come se avessi fatto qualcosa di male, e non le avevo mai chiesto il perché.
«Hai finito?» ribattei «Perché io sinceramente non so di cosa parlare».
Due uomini di circa trent’anni stavano iniziando a parlare ad alta voce, e io volevo essere libera da ogni distrazione per capire di cosa stessero discutendo.
«Strano» continuò Keira, che evidentemente non capiva molto. «Sembra sempre che tu abbia sempre qualcosa da dire sui giornali».
Lanciai uno sguardo a Destiny, una delle sue amiche, e subito dopo a Isaiah e Etham. Il triangolo si era formato qualche settimana prima, e io non avevo tardato a scrivere della loro storiella sul giornale del giorno dopo che avevano litigato. In molti si chiedevano come facessi a sapere sempre tutto; beh, che dire, avevo i miei metodi. Le uniche persone di cui non avessi mai parlato nella rubrica del gossip erano il Leader e Matt. Matt perché era mio amico, il Leader semplicemente perché non usciva spesso dall’Ancient Palace, e quando lo faceva era sempre in grado di sfuggire alle mie orecchie allerta. I suoi di metodi ero io a non comprenderli.
«Forse è quello il mio problema» feci dei gesti per enfatizzare «esaurisco le energie per il pubblico adorante».
Keira mi fulminò con lo sguardo.
«Pubblico adorante, vero?» sibilò. «Forse hai davvero troppa immaginazione».
«Non mi sembra che la gente ami te molto più di quanto ami me» nonostante la mia velocità di risposta, non ero per niente presa dal discorso. Cercavo di dividere la mia attenzione tra lei e quei due uomini. Avevo sentito il nome di una donna, Brooke, che stessero litigando per lei? Dovevo assolutamente liberarmi di Keira!
«Ed è qui che ti sbagli» mia cugina si avvicinò, forse perché aveva intuito che non la stavo ascoltando pienamente. «So che le persone di Shelter non mi amano, ma so anche da che parte sto. Ho un mio posto. Tu ce l’hai?»
Gli uomini scomparvero dalla mia mente, e la mia attenzione fu tutta su di lei. Che cosa intendeva dire? Che non avevo un gruppo di amici? Questo lo sapevo perfettamente, ma la cosa non mi aveva mai scalfita più di tanto. No, doveva esserci qualcos’altro, ma cosa?
Stavo per chiederle qualcosa di più, ma in quel momento si udì la voce del Leader fuoriuscire dagli altoparlanti posti agli angoli della sala. Nel giro di un secondo mia cugina se ne stava già andando via, voltandomi le spalle e chiudendo la conversazione.
«Cittadini di Shelter» annunciò la voce profonda e leggermente roca del Leader. Lanciai uno sguardo a un orologio appeso alla parete rocciosa che separava l’apertura del portone dal soffitto. Erano le sei in punto. A Shelter la puntualità era da rispettare come fosse una religione.
«Oggi è un giorno molto speciale» il Leader fece la sua entrata dalla cima delle scale, come Cenerentola nelle illustrazioni sui libri dei fratelli Grimm, libri che allo stesso tempo mi affascinavano e terrorizzavano quando ero piccola. Noah ChosenOne era un uomo alto e in forma, dai capelli molto corti e spolverati di bianco. Era uno dei pochi uomini a farsi crescere la barba a Shelter, per dare l’impressione di essere elegante ma impegnato, o almeno questo era quello che avevo sempre pensato. Aveva spalle larghe e un aspetto nel complesso possente, ma il suo perenne sorriso gli conferiva un’aria gentile e pacata. I lineamenti erano simili a quelli del figlio, solo che la mascella era più squadrata e il naso più grosso.
Indossava il suo abito da cerimonia, uno smoking bianco dal fazzoletto grigio finemente adagiato nel taschino sul petto.
«Ogni Cerimonia dei Vent’anni lo è, non mi fraintendete, ma oggi festeggiamo la nascita di una nuova epoca. Un nuovo Leader si affaccia alla sua carriera» con un’espressione fiera ma contenuta, Noah si girò e fece cenno a Matt di farsi vedere. Tutti nella sala stavano trattenendo il fiato. Le lampade che prima avevano mantenuto un’atmosfera calda e intima, simile a quella del fuoco, ora si spensero, lasciando l’illuminazione ai proiettori esterni di una luce solare che si stava affievolendo velocemente e a quello posto nel Little Lake.
Noah non aveva bisogno di microfoni. L’Ancient Palace aveva un’ottima acustica e, anche se fossi stata la più lontana dalle scale, avrei comunque udito la sua voce come fossi stata di fianco a lui.
Un ragazzo vestito anche lui di bianco, un abito nuovo, giunse sulla cima delle scale, lanciò uno sguardo freddo e indifferente alla folla, e raggiunse suo padre sugli scalini al centro, come fosse stato su un palco.
«Matthew» il Leader prese il mio migliore amico per mano e insieme sollevarono il braccio, come se Matt avesse appena vinto una medaglia «mio figlio» concluse Noah, e tutti esultarono.
Vedevo la scena da dietro il corrimano, e tutto ciò che scorgevo era Matt. Era tremante, molto più di quanto mi aspettassi, e i suoi occhi luccicavano. Scrutai il suo viso in cerca di qualche indizio su che cosa stesse succedendo, ma non potevo saperlo; per quanto lo conoscessi bene, non potevo leggergli nel pensiero.
Le persone battevano le mani e fischiavano, ma io ero immobile.
«È giunto il momento di annunciarti» Noah batté una mano sulla schiena di Matt. Questo era il momento in cui avrebbe dovuto scegliere il suo cognome, e poi dire a tutti quale sarebbe stato il suo lavoro.
Vidi Matt prendere un bel respiro, e una goccia di sudore accarezzargli la tempia e la guancia.
Il pubblico era in silenzio, ma tutti sapevano che cosa avrebbe detto. E allora perché io ero così in tensione?
«Matt ChosenOne» la voce del mio migliore amico echeggiò in tutta la sala, carica di tremore ma ferma. Intravidi due uomini di fianco a me annuire. Aveva scelto il cognome di suo padre, come tutti si aspettavano.
La luce solare era ormai quasi un ricordo, e una lampada si accese sulla testa del Leader e di suo figlio, come a evidenziare l’importanza del momento.
Matt voltò la testa verso suo padre, che cercò di incoraggiarlo con uno sguardo, poi rivolse nuovamente l’attenzione verso il pubblico.
«Agricoltore».
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