Storia · capitolo 21

Capitolo 21

Norah's den di Sara Patané

Non mi ero resa conto di quanto tutta questa faccenda mi avesse cambiata.

Me ne accorsi solo quando, mentre Chase e Liam correvano ad afferrare George, io d’istinto afferrai l’uomo o la donna che lo aveva attaccato per il colletto e gli feci sbattere la testa contro la roccia. Il visore si ruppe, e vidi che si trattava di una donna sui quarant’anni, che vagò con gli occhi per due secondi prima che io le spingessi nuovamente il capo contro il muro più e più volte.

Lei all’inizio cercò di divincolarsi, poi si afflosciò ed io la spinsi giù dal precipizio. Il tonfo del suo corpo inerme che colpiva l’acqua non me lo sarei più tolto dalla mente.

Chase e Liam nel frattempo avevano tirato su George. Solo Chase aveva visto che cosa avevo fatto, ma non disse niente. Le mie mani erano sporche di sangue. Le ripulii sui pantaloni che ancora indossavo a Norah’s Den, già sudici di terra e sudore.

«Andiamo» riuscii solo a dire. Presi per mano Liam e Laila e li trascinai verso il tunnel. Non sarebbe stato facile salire, ma neanche impossibile. La roccia era ancora bagnata, quindi scivolosa, per questo non lasciai neanche un secondo i miei compagni. Rischiai io stessa di cadere più volte.

Mancavano ormai poco più di undici ore al termine del Grande Black-Out.

Ce la stavamo davvero per fare.

«Quanto ci vorrà?» domandai dopo un po’.

«Beh, April, fai due calcoli» rispose Destiny, tagliente. «L’angolo di inclinazione sarà si e no di 45 gradi, o almeno da quanto riesco a capire. La distanza da Shelter alla superficie è di circa 200 metri, il che vuol dire che la distanza con questa inclinazione sarà di 200 metri diviso il seno di 45, che è più o meno 0,85. Sarà quindi poco più di 200 metri, fai 220 o 230 metri. La velocità umana media è di poco più di 1 metro al secondo, ma essendo in salita e scivoloso ci metteremo sicuramente di più. Ma comunque una decina, massimo quindici minuti e siamo fuori».

«Grazie» seppi solo rispondere. A volte mi dimenticavo che a Shelter si crescevano delle macchine e non degli esseri umani.

I ragazzi senza visore continuavano a scivolare, e a volte capitava che anche io e Chase perdessimo l’equilibrio. Se fossi stata un po’ più altruista avrei potuto cedere il visore, ma non ci riuscivo. Ero terrorizzata dall’oscurità.

«Perché siete qui?» domandai dopo un po’ di silenzio. «Voglio dire, voi sapete che io non ho nessuno, e che George è un fratello di troppo. Ma cosa vi ha spinti a rischiare?»
Mi appoggiai alla parete per non cadere.

Fu Chase il primo a parlare.

«Non ho mai avuto un gran rapporto con i miei genitori» disse. «Non ho fratelli o sorelle di cui interessarmi e mio padre è nel consiglio. Sapere che lui ha sempre saputo mi ha fatto male. E poi ho scoperto che lui lo aveva detto a mia madre e non a me. A loro è sempre interessato di più il prestigio di Shelter della loro stessa libertà».

Parlavamo a bassa voce, ma si udiva bene tutto quello che diceva. Sembrava deluso più che ferito.

«Io l’ho detto ai miei» intervenne Liam. «Ho chiesto se per loro fosse una buona idea. Mia madre ha pianto ma è convinta che sia la scelta giusta. Ho paura per loro».

«Una volta mio padre ha trovato dei disegni in camera mia, quando ero piccola» si aggiunse Laila. «Mi picchiò e mia madre rimase a guardare. Dopo quell’episodio ho aperto gli occhi e imparato a  odiarli. Pochi anni dopo lasciai quella casa e giurai che nessuno mi avrebbe più impedito di sfogarmi ed essere chi sono. E poi Matt ci ha traditi e anche la caverna è andata. Io a loro non devo niente».

Calò il silenzio.

«E tu, Destiny?»

Lei sospirò, infastidita.

«I miei zii sono scomparsi anni fa. Facevano parte del consiglio e da un giorno all’altro sia loro che i loro figli sono spariti. Spero di ritrovarli. In questo modo renderò fiera la mia famiglia, almeno una volta».

Nessuno disse più niente.

E poi trovammo il bivio.

Io e Chase ci bloccammo, facendo fermare anche gli altri.

«Non ci credo» mi lasciai sfuggire.

«Cosa?» domandò Destiny, in panico.

«Un bivio» disse Chase, a terra.

Tastai la pietra.

«Nel tunnel di destra è passata l’acqua» annunciai, poi tastai l’altro. «Non in quello di sinistra».

«Cosa vorrebbe dire?» domandò Laila.

«Non lo so» riuscii solo a rispondere.

Non sapevo che cosa fare. C’era solo un’opzione che poteva venirmi in mente.

«Dobbiamo dividerci».

Destiny si lasciò sfuggire un singhiozzo.

«Pensi sia una buona idea?» domandò Chase.

«Penso che almeno uno di noi debba arrivare lassù. Avranno già capito che siamo fuggiti non vedendo la scala e potrebbero avere i mezzi per comunicare a quelli di sopra di riaprire la cascata per ammazzarci in un colpo solo. Se ci dividiamo, avremo la certezza che qualcuno possa salvarsi e trovare il modo di liberare anche Shelter. Se andiamo tutti insieme e scegliamo la strada sbagliata, non so se avremo il tempo di tornare indietro e imboccare quella giusta. Potrebbero entrambe portare alla superficie, oppure una potrebbe essere stata creata solo per depistarci, in questo caso quella asciutta. Sappiate che chi prenderà la strada asciutta nel caso fosse una trappola potrebbe non morire subito, magari rimanere intrappolato una volta che verrà riaperta l’acqua. Chi invece andrà per il tunnel umido sicuramente incontrerà l’acqua, che proviene da un lago. Ma se dovessero riaprire la cascata prima sarebbe il primo a morire».

«Insomma la scelta è tra rischiare di morire di fame e sete oppure rischiare di morire affogati subito» disse Destiny dopo qualche minuto di silenzio.

«Io andrò per la strada asciutta» si propose Chase.

«Ne sei sicuro?» domandai.

Lui annuì con vigore.

«Io andrò con lui» si aggiunse Laila.

«Io verrò con te, April. Preferisco morire velocemente che lentamente» disse Destiny.

«Anche io» annunciò Liam.

Quindi George sarebbe andato con Chase.

Ci riunimmo in cerchio.

«Chiunque riesca a uscire dovrà accendere un falò, un falò molto forte, che innalzi il fumo nel cielo» dissi con fermezza. «Le uscite non dovrebbero essere distanti, in questo modo ci ritroveremo».

Gli altri acconsentirono con un grugnito o annuendo.

«Per i shelteriani, ragazzi» terminai il discorso, un tremito nella voce.

«Per Shelter» mi fece eco Chase.

«Per Shelter» mormorò George.

«Per Shelter» si aggiunse Laila.

«Per Shelter» sussurrò Liam.

«Per Shelter» concluse Destiny.

E così prendemmo le nostre strade.

 

                                                                               *

 

La strada era talmente scivolosa che non potevamo correre.

Sembrava di stare in uno di quei sogni in cui si è inseguiti da un lupo feroce e i piedi continuano ad affondare nel fango.

Solo che il nostro lupo feroce aveva una mente contorta e poteva agguantarci e riportarci nell’oscurità oppure ucciderci come fossimo stati topi in una gabbia.

Destiny stava per avere una crisi di pianto, così decisi di dare  il visore a lei, almeno avrebbe visto dove procedeva. Non mi fidavo particolarmente della sua cura per gli altri, e avevo ragione, perché mi fece cadere due volte di faccia. Ormai non riuscivo più a distinguere il sangue dal sudore sul mio viso. Per di più non potevo più legarmi i capelli perché erano troppo corti, quindi i ciuffi continuavano ad appiccicarmisi alla fronte.

Ero stanca, ma l’adrenalina e la smania di scappare erano abbastanza forti da permettermi di non mollare il sacco che ancora portavo sulla schiena e di arrancare.

L’uscita sembrava ancora un lontano sogno, e iniziai a chiedermi se non fossi ancora intrappolata in un incubo. Forse mi sarei svegliata e avrei scoperto che tutto questo non era nient’altro che una fantasia. Che Shelter era davvero l’ultima speranza della Terra.

E sapete una cosa? Lo speravo quasi.

Si dice che ciò che uccide di più non è la disperazione o la rassegnazione, ma la speranza. Quando una persona muore si è in lutto, e la ferita fa male ma si chiude. Quando invece la stessa persona svanisce nel nulla, la speranza che sia viva continua a riaprire la ferita finché non ci si dissangua.

Lo stesso valeva per la libertà.

Per tutta la vita avevo creduto che non ci fosse modo di ottenerla, ma da quando avevo ritrovato la speranza tutto aveva iniziato a cadere a rotoli.

«April» Destiny ansimava mentre parlava. Mi premette il visore contro il petto. «Non voglio vedere» ormai stava piangendo a dirotto.

Indossai nuovamente il visore, terrorizzata da quello che poteva aver scorto, ma non c’era niente.

«Cosa c’è?» domandai, in allarme.

«Niente» Destiny singhiozzò. «Non c’è assolutamente niente. E se stessimo scendendo invece di salire? Se non ci fosse davvero una via d’uscita?»

Crollò a terra, di fianco a Liam, che le posò una mano sulla spalla.

Io sentii salire un misto di pena, disperazione e rabbia.

«Non sarà sedendoti a terra che ti salverai!» strepitai.

«April» mi ammonì Liam. «Sta avendo un attacco di panico».

Cercai di rilassarmi.

«Va bene» abbaiai. Mi tolsi la sacca dalle spalle e frugai alla ricerca di una bottiglia d’acqua. La trovai e la porsi a Destiny, che bevve avidamente tra un singhiozzo e l’altro.

«Mi dispiace» mugugnò. «Solo che mi sento in trappola».

Io mi accucciai di fianco a lei.

«Lo so» risposi. «Ma la scelta è tra sentirti in trappola per poter uscire o subire per tutta la vita. Proveresti le stesse sensazioni tra qualche anno, forse tra qualche mese, sapendo che potresti scappare ma qualcuno te lo impedisce. Ora l’unica persona che ce lo sta impedendo sei tu».

Destiny prese un profondo respiro, bevve un ultimo sorso, mi porse la bottiglia e afferrò la mano che le stavo porgendo, facendosi tirare su.

«Andiamo?»

Lei annuì.

«Andiamo».

                                                                                         *

 

Fu dopo qualche minuto che il buio del tunnel iniziò a schiarirsi.

Mi tolsi subito il visore e iniziai a tastare le pareti, che man mano iniziarono a definirsi.

«Oh mio dio» mormorava Destiny, dietro di me.

Io non riuscivo a parlare. Eravamo veramente quasi arrivati alla superficie.

Riuscivo quasi a percepire i battiti dei nostri cuori che rimbombavano contro la roccia, che ci aveva accolti da quando eravamo nati.

Mi vidi prima le mani, e le porsi davanti a me come fossero di qualcun altro. La luce era così chiara, fin troppo. Non era solare, ma dopotutto era notte. I palmi erano ancora incrostati di sangue. Cercai di evitare quel particolare.

Passai le dita contro la parete, sempre più libera di muovermi perché il terreno stava diventando pianeggiante.

Poi riuscii a vedere i visi di Destiny e Liam, così pallidi, quasi giallognoli, ma per la prima volta sorridenti.

Accelerai il passo, non riuscendo più a trattenermi.

Vidi il fondo. La luce proveniva da un foro soprastante, e per accedervi c’erano dei pioli.

Corsi sotto all’apertura e alzai il viso.

E per la prima volta vidi il cielo, o una sua parte.

Sopra di noi c’era un muro circolare, simile a un tubo, ricoperto di pioli in quattro parti diverse, in cemento, innalzato fino a qualche centinaio di metri. Doveva essere la barriera che avevano innalzato per impedire all’acqua del lago di riempire i tunnel.

Alla sommità di questa struttura delle luci fin troppo potenti quasi ci accecavano, impedendoci di vedere le stelle. La prima volta che vidi il cielo infatti non proprio quella.

Ciò che mi colpì fu l’aria. L’odore era completamente diverso da quello che si respirava a Shelter. Era pungente, fresco e ricco di fragranze differenti, che non riuscivo a riconoscere.

Guardai Destiny e Liam.

Ce l’avevamo fatta!

Meno di ventiquattro ore prima ero ancora in cella, e ora ero in superficie!

Loro sembravano sul punto di urlare per la gioia.

Sorrisero e piansero e io feci lo stesso.

Feci un balzo e salii sul primo dei pioli, arrampicandomi più velocemente di quanto avessi mai fatto. Mi seguiva Destiny e infine Liam.

Uscii dalla grotta e iniziai a salire sulla struttura in cemento.

Il cielo era poco distante da me e le luci mi accecavano.

Ma fu uno dei momenti più belli della mia vita.

I muscoli gridavano, doloranti, ma io li ignorai. Non percepivo la fatica.

Mi guardai giù e vidi che Destiny aveva ripreso le forse. Si spostò sui pioli di fianco ai miei, così come Liam, ma io ero comunque in testa. Stavamo quasi facendo a gara, ma in modo giocoso.

Destiny aveva passato le ultime settimane a odiarmi, a tirarmi bibite addosso, insultarmi e diffidare di me, eppure in quel momento non avrei voluto nessun altro al mio fianco.

Pensai a mia cugina e a quanto sarebbe stata fiera di me, ancora più di quanto non lo fosse adesso.

Avrei attaccato Shelter dall’esterno, lei dall’interno e avremmo schiacciato il consiglio.

Avrei ucciso Noah a tutti i costi.

Forse il mio sogno ad occhi aperti non era così inverosimile, dopotutto.

Forse avrei davvero avuto il mio lieto fine.

Stavo per raggiungere la sommità della struttura. Avrei superato le luci artificiali e visto le stelle. Quelle vere, non le proiezioni.

E fu in quel momento che l’edificio di cemento iniziò a scendere.

Stavano riaprendo l’acqua.

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