Capitolo 22
L’avevo già scritto una volta, non molto tempo prima, scherzando, nei confronti di Matt.
Avevo scritto: “Dalle stelle alle stalle è un attimo”. Un modo di dire idiota e senza senso, che avevo inserito per compiacere i cittadini di Shelter.
Eppure adesso mi rendevo conto di quanto quel modo di dire fosse vero.
Avevo appena vissuto il momento più bello della mia vita, e a momenti avrei rischiato di perderla completamente, la vita.
Avevo lottato.
Noah aveva ucciso i miei genitori, mia nonna, Eddie, Opal e chissà quante altre persone e io comunque avevo stretto i denti e avevo continuato a lottare. Mi avevano costretta a vivere sottoterra per tutta la vita e io avevo lottato.
Ed ero riuscita a vincere.
E ora? Ora per qualche secondo di esitazione rischiavo di non farcela.
No. Noah non avrebbe sogghignato il giorno dopo nel ritrovare il mio corpo sulle sponde del Minor Lake. Non ci sarebbero stati articoli sulla mia morte, sulla mia follia. Il figlio di Eddie non avrebbe esultato credendo che l’artefice dell’assassinio di suo padre fosse morta.
No e no.
Come avevo lottato fino a quel momento, avrei lottato fino alla fine.
Purtroppo però di fronte alla paura ci son persone che scattano e persone che si bloccano.
Liam e Destiny facevano parte del secondo gruppo.
Io iniziai a correre, quasi non toccando neanche i pioli. Rischiai di cadere più volte, ma alla fine superai le luci e mi ritrovai sulla sommità. La struttura si muoveva fin troppo velocemente, per questo non mi azzardai ad alzarmi in piedi. Mi accucciai per guardare i miei compagni.
«Andiamo!» strillai.
Destiny era abbastanza vicina.
Guardai oltre la struttura. L’acqua era a ormai meno di un metro di distanza. Un breve tuffo e sarei stata libera.
Continuai a incitarli.
Liam mise male un piede e cadde. Distolsi lo sguardo mentre colpiva il terreno.
Destiny strillò.
«Aspettami!» gridò, piangendo e tendendo una mano.
Io volevo davvero aspettarla, ma l’acqua si stava avvicinando. Se avesse superato la barriera mi avrebbe trascinata con sé.
Non potevo dare questa soddisfazione a Noah.
E quello che avevo detto nei tunnel era vero. Qualcuno doveva sopravvivere. Per Shelter.
Non sapevo se gli altri tre compagni fossero sopravvissuti, ma non potevo rischiare.
Attesi ancora qualche secondo, poi la guardai con le lacrime agli occhi.
«Mi dispiace» gridai sopra il rumore della struttura che calava nell’acqua.
Saltai.
*
Quello che successe dopo avrei dovuto ricostruirlo dopo, perché non mi fu molto chiaro.
Sicuramente saltai nel lago e dovetti sbattere la testa contro la struttura in cemento, ma riuscii ad aggrapparmi per non essere trascinata nell’apertura che riportava a Shelter.
A quel punto doveva essersi chiusa una griglia che impediva a qualsiasi cosa che non fosse acqua di filtrare nei tunnel, perché ricordo di essere stata trascinata contro il fondo del lago, aver perso conoscenza per qualche secondo e poi essermi data una spinta con i piedi, esattamente come avevo fatto al Minor Lake con Isaiah, settimane prima. Sbracciai disperata. Non sapevo nuotare bene, ma quella notte per me era stata vitale, perché Isaiah mi aveva insegnato almeno a galleggiare.
Riemersi tossendo e vomitando acqua, poi continuavo a tornare giù e su. Una sensazione orribile, ma il mio istinto di sopravvivenza doveva essere più forte di quanto pensassi.
Boccheggiai in cerca d’aria e mi resi conto che, nonostante fosse molto grande, il Melton Lake era anche stretto.
Cercai di rilassarmi, anche se era difficile, e respirare lentamente, come mi aveva insegnato Isaiah.
Il corpo galleggiava, mi aveva detto. Bastava non agitarsi.
Mossi appena le braccia per dare una direzione a quell’andare alla deriva, non staccando gli occhi dal cielo. Stavo congelando e avevo fame, sete ed ero stanca morta.
Altri due miei amici erano morti.
Ma io guardavo il cielo e riuscivo solo a pensare a quanto le stelle fossero luminose. A quanto fosse tutto così…immenso.
Non so quanto tempo rimasi così, ma a un certo punto i miei piedi toccarono una riva, e, voltandomi e con la sola forza delle braccia, riuscii a sdraiarmi per terra a pancia in su.
Non riuscivo a muovermi.
Forse sorridevo, non lo ricordo.
Vidi per la prima volta un volatile passare sopra di me e raggiungere il bosco retrostante. Ripensai alla prima volta che avevo udito una persona cantare, Mia, e alle sue parole riguardanti la libertà di osservare il nascere di un nuovo giorno.
Non potevo addormentarmi, non prima di vedere il sole.
Percepivo una zona non ben determinata del mio cranio umida di sangue.
Per la seconda volta in due settimane rischiavo una commozione cerebrale, ma mi rassicurava sapere che, anche se fossi morta, lo avrei fatto guardando il sole.
Quindi resistevo.
E poi, forse verso le due o le tre, vidi del fumo levarsi dagli alberi dall’altra sponda del lago.
Non riuscivo a puntellarmi sui gomiti, per questo potei solo osservare quel meraviglioso colore che si levava dipingendo il cielo color inchiostro di una sfumatura che contrastava anche con il bianco candido delle stelle e della luna.
Forse avevano già provato ma nessuno aveva risposto, e ora ritentavano di chiamarci.
Sorrisi e piansi.
Chase, Laila e George erano vivi.
Erano vivi.
Non ero sola.
Volevo resistere, ma forse mi assopii per almeno tre ore, perché quando mi risvegliai mi accorsi che il cielo era molto più chiaro. Rimasi a fissare il punto in cui la luce sembrava più forte.
La vista era sfocata. Forse avevo davvero una commozione cerebrale.
Ma avrei resistito.
E finalmente venne l’alba. Migliaia di colori. Migliaia di odori nell’aria.
E il vento. Il vento era indescrivibile.
Gli animali iniziarono a svegliarsi. Animali diversi da mucche e galline.
Il calore del sole finalmente mi illuminò e scaldò il viso gelido, tinteggiando la volta celeste di azzurro.
E solo quando fui sicura di aver visto veramente il cielo riuscii a desistere.
E chiusi gli occhi.
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