Capitolo 20
Parlammo tutta la notte.
Ogni volta che riuscivamo a delineare un piano, ci accorgevamo di un ostacolo e dovevamo cambiare tutto.
Sicuramente, però, io mi sarei dovuta nascondere fino alle otto di sera. Durante il Grande Black-Out, sarei uscita.
Per vedere e non essere visti, Matt aveva un’idea. Suo padre avrebbe utilizzato, insieme ai membri del consiglio, dei visori che facevano vedere al buio (incredibile per noi), e lui sarebbe riuscito a recuperarne almeno uno o due. Gli altri avrebbero dovuto fidarsi dei compagni.
Verso le quattro, decidemmo di riposarci per qualche ora, solo io sarei rimasta sveglia, essendo l’unica che avrebbe potuto dormire durante il giorno.
Rimasi sveglia a pensare e pensare. Le palpebre erano pesanti, ma sarei riuscita a resistere.
Guardavo i miei compagni, sapendo che quel momento me lo sarei ricordato per il resto della vita, sia che si trattasse di qualche ora che di anni.
Li vedevo agitarsi, e dopo mezzora intuii che pochi di loro stavano davvero dormendo.
Mia fu la prima a sedersi, rinunciando. Mi fissò, un sorriso triste.
Si passò una mano tra i capelli, mentre anche altri la imitavano e si sedevano o aprivano gli occhi.
Rimanemmo in silenzio. Era come se stessimo per andare in guerra, e forse da una parte era così. Come se i nostri subconsci fossero più preoccupati di noi e volessero rimanere vigili.
Quella sarebbe stata l’ultima notte in cui molti di noi si sarebbero visti. Era un addio.
«Matt, cosa c’era scritto sul muro?» domandò Mia dopo minuti infiniti che nessuno parlava.
Matt sembrò sorpreso di essere stato interpellato.
«Non capivo quelle parole. Me ne ricordo solo una. “Nanita”».
Mia annuì. «Vuol dire “piccolina”» rispose. «Mia nonna era spagnola. È lei il motivo per cui ho iniziato a cantare e ho conosciuto la musica. Per farmi addormentare, quando ero piccola, mi cantava una ninna nanna. Evidentemente non era l’unica a farlo».
Mia chiuse gli occhi, appoggiando la testa al muro.
«Me la ricordo anche io» intervenne Isaiah, e Harry annuì. «Nostra madre la cantava per far addormentare i gemelli».
Evidentemente tutti coloro di origine ispanica la conoscevano, perché altri assentirono nel buio.
E Mia iniziò a cantare, a bassa voce.
«A la nanita nana nanita ella nanita ella/ Mi niña tiene sueno bendito sea, bendito sea».
Alla sua voce melodiosa se ne unirono
altre due del coro.
«A la nanita nana nanita ella nanita ella /Mi niña tiene
sueno bendito sea, bendito sea».
In poco tempo tutti i discendenti di
ispanici e latino americani cantavano.
Non scorderò mai quel momento.
Passai tutto il tempo con le ginocchia strette al petto, a guardarli tutti, uno per uno, con gli occhi lucidi.
«Fuentecita que corre clara y sonora/ Ruiseñor que en la selva cantando llora/Calla mientras la cuna se balansea/ A la nanita nana, nanita ella/ A la nanita nana nanita ella nanita ella/ Mi niña tiene sueno bendito sea, bendito sea…»
*
Verso le sette iniziarono a uscire uno alla volta, per non destare sospetti.
Io attesi che rimanesse solo Keira, poi la abbracciai e la osservai salire le scale. Ci saremmo riviste alle otto.
Avevo bisogno di dormire, per questo mi nascosi sotto alla carta bruciata e a pezzi di scaffali, sperando che non scendesse nessuno, e mi addormentai in pochi minuti.
Mi risvegliai quando udii dei passi scendere i gradini. Rimasi immobile.
Non sapevo quanto fossi rimasta incosciente, ma di sicuro non avevo dormito per tredici ore consecutive, quindi non poteva essere Keira o uno dei ragazzi.
«Come ha fatto a uscire?» domandò la voce di un membro del consiglio.
«Non lo so» rispose il Leader.
«Sicuro che non sia stato tuo figlio?»
«Mio figlio non ha abbastanza inventiva e coraggio per fare una cosa del genere. Fidati di me».
«E tutte le telecamere? Non hanno ripreso niente?»
«Hai idea di che strumentazione serve per accedere a quei video? Strumentazione che a Shelter non posso rischiare di tenere. I video li hanno di sopra. Entro questa notte sapremo tutto».
Di sopra. Parlava della superficie come fosse stata il piano superiore di casa sua.
Era un sollievo che il Leader non potesse spiarci direttamente, ma comunque avevo paura per i miei amici. Cosa sarebbe successo?
«Perché dovrebbe essere qui sotto?» continuò il membro del consiglio di cui non riconoscevo la voce. «Non sarebbe stupida a nascondersi proprio nel tuo palazzo?»
«O stupida o dannatamente intelligente» rispose il Leader, e notai un cenno di ammirazione nel suo tono.
Dovevano essere a poco più di un metro da me. Non osavo neanche respirare.
Il Leader sbuffò.
«Qui non c’è» la sua voce si allontanò nuovamente. «Andiamo».
I due risalirono le scale e chiusero la porta.
Io mi permisi di tirare un gran respiro e, dopo qualche minuto, non riuscii a trattenere una risatina nervosa.
Il Leader non mi aveva vista perché ormai ero talmente magra che sotto alle macerie non credeva potesse nascondersi un essere umano. In pratica ero riuscita a sfuggirgli per una condizione che mi aveva imposto lui.
Dormii ancora, e questa volta a svegliarmi fu Matt con una razione di riso.
«A mezzogiorno la signora Rationality è scesa per portarti da mangiare e ha visto che non c’eri. Mio padre era su tutte le furie. Gli fai paura, sai?»
Mentre aprivo la mia razione, alzai le spalle.
«Le parole fanno più eco degli spari».
Matt mi sorrise, questa volta per davvero, e io percepii un nodo allo stomaco.
«Quanto è vero».
Il resto della giornata fu straziante. Volevo fare qualcosa ma non riuscivo, così attesi le successive quattro ore cercando di riordinare i libri rimasti e leggerli.
Alle sette e mezza giunse Keira, seguita da Isaiah, Mia, Harry (che prima non avevo notato), Chase, Liam, Matt, George, Destiny, Etham, Laila e gli altri.
Matt aveva portato due visori, e avvisò me e Chase (ovvero i due che li avrebbero portati) di non usarli quando c’era luce.
«Pronti?» domandò Keira.
Io guardai prima Chase, poi Laila, George, Liam e infine Destiny, che mi fulminò.
Scrollai le spalle.
«Se non ora, quando?»
Erano quasi le otto ormai.
Tremavo da capo a piedi ma ero anche molto decisa.
Abbracciai Matt, mentre Keira salutava i suoi amici. Non riuscivo a piangere, anche se forse avrei voluto. Quella avrebbe potuto essere l’ultima volta che ci vedevamo e, nonostante le ultime settimane, lui era parte della mia famiglia.
«Buona fortuna» mi mormorò all’orecchio.
Io annuii. «Anche a te».
Andai da Isaiah, che mi stava aspettando.
«Vorrei dire che mi dispiace allontanarmi da te» cercai di ironizzare, anche se in parte ero sincera «ma non è esattamente così».
Lui annuì con un sorriso e mi abbracciò. Cercai di non irrigidirmi, ma non fu molto semplice.
«Grazie per quello che fai per la mia famiglia».
«George ha più o meno la mia età» risposi. «Aiuterà me tanto quanto io aiuterò lui».
«Anche questo è vero» Isaiah andò a salutare suo fratello, mentre Keira veniva da me, stringendomi tanto da farmi soffocare.
«Sono fiera di te, cuginetta» mormorò, e io rimasi senza parole. Nessuno me lo aveva mai detto prima. «Sei riuscita a vedere oltre, anche se ti hanno sempre ordinato di chiudere gli occhi».
Rimanemmo così per un tempo infinito, poi Chase si schiarì la gola. Aveva già indossato il visore sulla testa e si accingeva a salire.
«È ora» disse, imbarazzato.
Io annuii e sistemai il visore come lui, poi presi per mano Liam e George, mentre lui faceva lo stesso con Destiny e Laila.
Erano le otto ormai.
«Tornerò a prendervi» dissi con convinzione.
Lanciai un ultimo sguardo a Keira e i suoi amici, che forse un po’ erano anche miei, poi noi sei ci lasciammo avvolgere dal buio del Grande Black-Out.
*
Il primo Grande Black-Out a cui avevo assistito, nel 2001, ovviamente non lo ricordavo, avevo solo due anni; quello dopo mia madre sarebbe morta. Il secondo invece lo ricordavo eccome. Avevo otto anni, nel 2007, e quella sera le stelle non si erano accese, così come i lampioni. Avevo chiesto a mia nonna come mai, se potevo andare in giro a cercare una luce, e lei aveva detto di no. Aveva detto che quella era una notte speciale, magica, ma che la magia sarebbe finita se io fossi uscita e avessi colto la verità. Io credevo stesse parlando delle stelle proiettate e degli spettacoli di illusione, invece lei si stava riferendo a Shelter stessa.
Nel 2013, a quattordici anni, avevo chiuso le tende della casa, remore di quel consiglio, e non le avevo aperte fino alle otto del mattino.
Quella notte invece sarei uscita, e l’illusione sarebbe finita.
La sala non era mai stata così silenziosa. L’eco dei nostri passi rispecchiava quella dei nostri cuori impazziti.
Se la musica può creare emozioni, far piangere o ridere, tranquillizzare o spaventare, il silenzio ne è altrettanto capace.
Le mani di George e Liam sudavano, come anche le mie. Calai il visore appena fuori dalla porta della biblioteca, e intorno a me si disegnò la sala delle Cerimonie, ma invece che scuro vedevo tutto colorato di verde. Dimentica per un secondo di dove mi trovavo, iniziai a scorrere gli occhi su tutto quello che avevo intorno.
Riconoscevo le scale, i corridoi che portavano nelle aree ospedaliere. Tutto era uguale ma diverso.
Poi mi ritrovai di fronte la faccia di George.
«April! Ci vedi?»
Annuii, poi mi resi conto che loro erano ciechi.
«Sì» sussurrai in risposta.
Chase, vicino a me, annuì, per dire che era tutto a posto, e io gli risposi, imitandolo.
Procedemmo nella sala. Ci volle qualche minuto per abituarmi al peso del visore e alla vista deformata, ma alla fine riuscii a trascinare i miei compagni fino alla porta.
Era surreale vedere Shelter completamente deserta, priva di qualsiasi forma di luce. Normalmente, anche durante le Cerimonie in cui le stelle non venivano proiettate, almeno una fonte di luce proveniva dall’Ancient Palace o dalle abitazioni.
Ora invece tutto era immobile, come se una fitta nebbia avesse occupato la caverna, avvolgendo tutto e tutti.
Probabilmente qualche bambino stava guardando fuori dalla finestra, come io pochi anni prima.
Passammo oltre il Little Lake, percorremmo tutto il fiumiciattolo fino alla diga, e nel vedere l’acqua passarvi oltre rabbrividii, poi salimmo la collinetta e passammo per la sezione α di Shelter. Saremmo passati da casa mia per recuperare le provviste che Keira aveva lasciato prima di venire in biblioteca.
Camminavamo lentamente, ed io continuavo a girare la testa da una parte all’altra della caverna, per essere sicura che nessuno ci stesse seguendo.
Proseguimmo filo pareti, come avevo fatto io tempo prima per non essere fermata dopo aver scritto un articolo non conforme alle regole.
Le case mi impedivano di vedere la cascata, ma il rumore ancora si sentiva. Se così non fosse stato, ci saremmo subito accorti della differenza, e non solo noi. Secondo degli studi, il nostro udito, soprattutto quello delle persone più a ridosso della cascata, perdeva buone capacità molto velocemente a causa di quel rumore continuo. Una cosa che era vera, però, era che il fiume e i suoi effluenti erano fermi.
Arrivammo vicino a casa mia, e lì mi resi conto che il rumore era strano. Non era quello a cui mi ero abituata, perché proveniva da una sola direzione. Acquattandomi vicino alla porta, per poter vedere il Minor Lake, notai subito un altoparlante sulla roccia, poco sotto la mia grotta.
Una roccia che era nuda.
L’acqua era sparita.
Mi si bloccò il respiro. La parete sembrava così alta senza la cascata.
In alto, un tunnel si apriva, poco prima che la parete si piegasse per diventare soffitto.
La nostra unica via di fuga.
Dal foro una scala era stata appesa, e decine di persone con dei visori simili a quello che indossavo io si stavano calando nella caverna.
Le persone della superficie.
Non saremmo mai riusciti a passare per quella scala con loro lì.
Sulla riva del Minor Lake, il Leader e gli uomini del consiglio, Matt compreso (a quanto pare era veloce a correre), stavano circondando un uomo anziano, che però mi dava le spalle, e ci parlavano.
Mi scambiai uno sguardo con Chase, che sembrava allarmato quanto me.
Feci uno scatto con la testa in direzione della porta, che Keira aveva lasciato socchiusa, e lui annuì.
Mi lanciai dentro alla mia abitazione con George e Liam al seguito, e dopo pochi secondi ci seguirono anche Chase, Laila e Destiny.
Io e Chase lasciammo i nostri compagni rannicchiati per terra, in modo che non potessero muoversi e quindi causare rumore, poi io raccolsi le sacche che Keira come da accordo aveva lasciato sul mio letto e ne lanciai una Chase e ne tenni una sulle spalle.
Non ero ancora in forze, ovviamente, ma l’adrenalina mi permetteva di reggermi sulle mie gambe e fare anche uno sforzo in più per reggere il peso della sacca piena di provviste.
Avrei preso anche un coltello, se solo a Shelter ci fosse permesso usarli. Tutto ciò che poteva essere considerato un’arma era stato lasciato in superficie dai nostri antenati poiché le violenze del mondo esterno non potessero ripetersi nella loro seconda opportunità.
Mi azzardai a sbirciare fuori dalla finestra.
Certa gente stava ancora scendendo.
Dovevamo aspettare l’aiuto da parte dei nostri amici.
«Tutto bene?» mormorai a George, che fissò un punto poco distante dal mio viso e annuì.
Mi sedetti. Il mio cuore era impazzito.
Osservai gli altri.
Chase era composto. Doveva avere paura, ma non lo dava a vedere, anche se era avvantaggiato, perché indossando il visore non potevo vedergli gli occhi.
Laila aveva uno sguardo duro ma deciso. Sembrava che stesse cercando di ordinarsi di stare calma. Si era legata i capelli biondi, che le arrivavano alle spalle, in uno chignon sbilenco che doveva sistemarsi ogni cinque minuti.
Destiny aveva gli occhi chiusi e teneva la testa appoggiata contro la parete. Se fosse stata una persona normale, avrei creduto che stesse pregando, ma a Shelter era impossibile, quindi forse stava parlando con un suo amico immaginario.
Liam, di fianco a me, era taciturno e la sua espressione era indecifrabile, ma dal movimento irregolare del suo petto doveva essere agitato.
George aveva più che altro uno sguardo nostalgico. Forse il suo gemello già gli mancava. Non avevo mai avuto un rapporto del genere con nessuno, quindi non potevo comprenderlo. Visto che lui non poteva vedermi, lo scrutai, cercando di notare somiglianze e differenze con il fratello maggiore.
Il naso era simile, affilato ma delicato, i lineamenti duri e faceva scattare la mascella ogni tre secondi come Isaiah. Gli occhi erano dolci, grandi per essere da uomo e verde scuro, il che creava un contrasto con la carnagione olivastra, il che doveva essere un tratto di famiglia.
George però era più magrolino e più alto. Sembrava un ragazzino di dodici anni cresciuto troppo in fretta.
Rimanemmo immobili per almeno mezzora, poi i nostri amici, ormai sicuri che fossimo arrivati, fecero il segnale.
Si udì uno scoppio che riecheggiò per tutte le pareti, e udimmo le voci delle persone sulla riva del Minor Lake levarsi sopra a quello della falsa cascata.
Una luce illuminò temporaneamente l’Ancient Palace (lo vedevo da una delle finestre), poi si spense. Alcune persone con il visore urlarono, mentre io e Chase ci voltammo per non essere accecati.
«Cosa succede?» gridò il Leader.
«Proviene dall’Ancient Palace» rispose Matt.
«April» Noah sembrava infuriato, e questo mi strappò un sorriso.
Udii le loro scarpe pestare il pavimento e poi allontanarsi.
Mi affacciai nuovamente alla finestra. La scala ora era libera e accessibile.
Feci un cenno a Chase, poi io e lui prendemmo per mano i nostri compagni e iniziammo a correre fuori dalla casa e ci immergemmo nell’acqua gelida del Minor Lake. Destiny non trattenne un grugnito.
Prestai il visore a George, l’unico di noi che sapesse nuotare bene, lui andò al centro del lago, afferrò l’ultimo gradino della scala e lo attirò verso di noi. O almeno è quello che credo, perché non vedevo niente.
George fece salire gli altri, me per ultima. Percepii il primo piolo sotto i palmi e mi tirai su, salendo velocemente le scale, seguita subito da George.
Quando il primo della fila (non so chi) raggiunse il tunnel, iniziò a tirare su la scala con i suoi compagni sopra, in modo che non rischiassimo di cadere, non vedendo niente.
Stare al buio era terrificante.
Rimasi immobile finché non percepii una mano ruvida afferrare la mia e mi lasciai sollevare. Toccai il tunnel con i piedi e mi aggrappai alla parete, il cuore in gola.
Quando anche George fu issato e la scala tirata su in modo che nessuno potesse più salire, mi fu restituito il visore e tornai a vedere, con un sospiro di sollievo.
Il tunnel era in salita, ma non ebbi tempo di esplorarlo perché qualcuno sbucò da una rientranza e spinse George, che perse l’equilibrio e iniziò a cadere giù.
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