Capitolo 19
Quando mi sentivo molto sola mi capitava di fare una cosa piuttosto strana.
Appoggiavo i palmi aperti sul pavimento gelido e chiudevo gli occhi, concentrandomi sulla mia respirazione.
Inspira.
Espira.
Inspira.
Espira.
Iniziavo poi a immaginare che la terra iniziasse a muoversi al ritmo dei miei respiri, come se fosse stata viva. Prima che me ne accorgessi, non ero più sola. Il pavimento prendeva vita e respirava secondo il suo ritmo.
Da quando il Leader aveva ucciso a sangue freddo Opal, mi capitava spesso di farlo.
Attendevo. Ma che cosa stavo attendendo realmente?
Forse che Keira decifrasse il mio semplicissimo anagramma, sperando che lo interpretasse nel modo giusto.
Da “FireOffIceOne” diventava velocemente “FireOnOffice”. Il mio era un modo di dire. “Far fuoco” poteva essere inteso come il fuoco delle candele, che illuminavano l’ufficio e la verità che si celava al suo interno. Forse però Keira avrebbe dato fuoco a tutto. Accidenti a me e al mio modo complicato di comunicare!
Oppure stavo forse attendendo che Matt giungesse a Norah’s Den per tirarmi fuori e scusarsi con me?
I miei sogni ad occhi aperti stavano raggiungendo il limite della follia.
Quando mi sdraiavo nel sole di Norah, allungando la mano verso il soffitto a me invisibile, non vedevo più solo la luce. Vedevo Matt che si presentava alle sbarre con le chiavi e un panino in mano, mi abbracciava e diceva che si odiava per quello che aveva fatto, poi io e lui scappavamo da Shelter e ci compravamo una casa in superficie, subito dopo esserci sposati in riva al mare, adottavamo un gatto e vivevamo per sempre felici e contenti. Una parte molto divertente di quella fantasia era Isaiah che al matrimonio si presentava e diceva che si opponeva, dicendo di amarmi e di aver sbagliato tutto con me. A quel punto Keira e Mia, che si erano messe insieme, gli lanciavano del gelato in faccia, perché in superficie il cibo abbondava quindi lo si poteva sprecare.
Al matrimonio pioveva. Le gocce si tuffavano nel mare, e la luce del tramonto riflessa sull’acqua creava un arcobaleno.
Quando dormivo invece i miei sogni si trasformavano in incubi, segno che il mio subconscio non era ottimista come me. Spesso il Leader mi uccideva o mi torturava, o peggio mi faceva uscire per farmi insistere all’impiccagione di Keira e dei suoi amici. Una volta assistevo mentre Noah dava fuoco a tutta Shelter e le persone che morivano bruciate diventavano subito fantasmi e mi perseguitavano, dicendo che era colpa mia, che io li avevo uccisi.
C’erano sempre mia nonna, Eddie, Opal e anche i miei genitori (i loro volti erano sempre molto sfocati).
A volte mi ritrovavo a canticchiare. O meglio, sentivo qualcuno emettere suoni strozzati e mi rendevo conto che ero io che cercavo di imitare Mia. Mi mancava la musica. Almeno i tunnel avevano un’ottima acustica, il che rendeva la mia voce, comunque stonata e roca, più piacevole da ascoltare.
Subito dopo pranzo, quando avevo più forze, anche se comunque poche, mi piaceva ricreare lo spettacolo del sabato sera, immaginando le canzoni e i balletti.
Il mal di testa tornava spesso, per il buio e la puzza perenne che invadeva le celle.
Ogni tanto accendevo la candela, non resistendo, e cercavo di creare con le mani delle figure proiettate contro il muro, come uno spettacolino personale. La candela giornaliera era anche l’unica cosa che riuscisse a scaldarmi.
Tre giorni dopo la mia Cerimonia, qualcuno mi portò da mangiare, e fui sorpresa di trovarmi davanti Matthew invece della signora Rationality.
Aveva perso qualche chilo, lo si vedeva dagli zigomi ancora più sporgenti del solito, e si era lasciato crescere nuovamente i capelli. Aveva un’espressione terrorizzata e scioccata sul viso mentre scrutava le celle vuote e il suo sguardo si posava su di me.
«Ciao, Matt» lo salutai. Ero talmente immersa nei miei sogni ad occhi aperti che quasi avevo scordato l’astio che provavo nei suoi confronti. Ormai mi ero abituata al Matt delle mie fantasie e non più a quello reale.
«Ciao» rispose lui, facendo scivolare la scatola nella cella.
Io mi trattenni per non lanciarmici sopra. Tenevo ancora un po’ alla mia dignità.
«Ci sono novità?» domandai, sorseggiando con ritegno qualunque cosa mi avesse portato.
Lui sollevò le spalle.
«Niente che possa raccontarti» rispose e fece per andarsene, ma io mi lanciai sulle sbarre.
«Aspetta!» la mia voce rimbalzò sulle pareti, e lui si voltò. Lo fissai intensamente negli occhi.
«So che non mi credi» dissi. «Tuo padre ti avrà anche raccontato la verità su Norah e i Figli del Sole, ma sono sicura che ha tralasciato la parte in cui tua madre veniva a scoprire tutto e…»
«Basta con questa storia!» strepitò Matt, facendomi sobbalzare. «So che mia madre ha scoperto tutto e si è tolta la vita!»
Io mi bloccai. Noah era molto abile nel mentire alle persone, perché raccontava sempre mezze verità difficilmente contestabili. Ma io avevo ancora un asso nella manica.
«Se così fosse allora chi ha fatto i segni nella cella accanto alla mia?» indicai alla mia destra. «Vai a vedere! Se hai ragione tu allora starò zitta. Ma domandati prima perché, se quello che sta facendo tuo padre è giusto, tua madre avrebbe dovuto uccidersi!»
Lo stavo supplicando, ma vedevo dai suoi occhi che era dubbioso.
Con calma, si avvicinò alla cella a fianco alla mia. Io non sapevo che cosa Opal avesse disegnato, ma speravo che fosse abbastanza convincente ed esplicito affinché Matt comprendesse.
Rimase in quella cella per un tempo che mi parve infinito, senza emettere un suono.
Quando riemerse, non disse niente.
«Allora?» domandai, gridando mentre lui se ne andava, lasciandomi di nuovo sola con i miei pensieri, al buio.
*
Ritornò il giorno dopo per assolvere al suo compito.
Mi lanciò la scatola tra le sbarre e si accucciò per stare all’altezza dei miei occhi.
Le sue labbra erano sigillate, i suoi occhi volevano comunicarmi qualcosa ma io non capivo cosa. Non disse niente. Mi sfiorò la mano con la sua e ritornò sui suoi passi.
Io mi ritrovai a piangere, pensando alla nostra amicizia distrutta in così breve tempo.
*
Tornò anche il quinto giorno dopo la mia Cerimonia.
Anche questa volta si chinò, mi fissò e mi sfiorò la mano.
«Zero-zero, April» sussurrò in modo quasi impercettibile.
Il mio cuore iniziò a battere all’impazzata. Mi sorrise e se ne andò.
*
Era l’ultima notte prima del Black-Out.
Mi ero impegnata a non addormentarmi, per avere un’idea di che ore fossero, anche se molto vaga.
In poco tempo sarebbe stato il 24 di dicembre.
Attendevo una mezzanotte che non potevo conoscere con esattezza.
Avevo preso la borraccia e facevo gocciolare l’acqua dal contenitore al tappo, goccia per goccia, per scandire i secondi. E quel gocciolare nella mia mente diventava un continuo scatto di lancette.
Tic. Tac. Tic. Tac.
Cercavo di non pensare a come avrei fatto a scappare. Dove mi sarei nascosta? Ero in una trappola e la mia unica via d’uscita si sarebbe aperta durante il Grande Black-Out, a ventiquattr’ore da quel momento. Il passaggio sarebbe rimasto aperto dall’orario in cui a Shelter la gente si coricava, ovvero le otto, fino a dodici ore di distanza, che coincideva con il comune orario di inizio giornata.
Il problema sarebbe stato riuscire a salire dalla cascata senza luci e senza intercettare nessuno degli uomini della superficie.
Scacciai via quelle preoccupazioni.
Ora dovevo solo concentrarmi sulla mia imminente fuga da Norah’s Den.
Stavo morendo di sete, ma l’acqua mi serviva come orologio quindi mi trattenni.
Il problema era che il tempo non passava più. Dopotutto lo si sa, quando si attende qualcosa i secondi si allungano, soprattutto se non si può fare altro che fissare l’oscurità.
Per questo mi addormentai, e mi risvegliai di soprassalto quando udii dei passi nel corridoio.
Strisciai fino alle sbarre, e mi ci aggrappai per stare seduta. Mi girava la testa, ma ero vigile.
Vidi la luce di una candela percorrere la parete opposta alla mia cella, e finalmente Matt mi raggiunse.
Abbozzò un sorriso che di allegro non aveva niente e mi mostrò le chiavi. Aprì la cella con un cigolio.
Io mi alzai quasi solo con la forza delle braccia ma appena mi staccai dalle sbarre barcollai e Matt mi strinse prima che cadessi.
Io non riuscii a trattenermi e lo abbracciai, un po’ per reggermi e un po’ perché volevo respirare il suo profumo e sentirmi di nuovo a casa. Lui all’iniziò si irrigidì, poi si sciolse nell’abbraccio.
«Dobbiamo andare» disse dopo qualche secondo.
Io annuii, imbarazzata, e insieme uscimmo da quella cella, questa volta per sempre.
*
Quella notte riuscii a vedere finalmente Norah’s Den. Sembrava davvero un labirinto, era formata da lunghi corridoi e infinite celle di dimensioni diverse. La mia era una delle più grandi.
Purtroppo però non incontrai nessun altro prigioniero. O erano da un’altra parte oppure Noah li aveva uccisi tutti.
Matt per orientarsi contava le celle e sussurrava indicazioni che doveva avergli dato il padre.
Arrivammo a una minuscola cascata artificiale che proveniva dalle turbine soprastanti, e percorremmo un breve tratto interno del fiumiciattolo che si raccoglieva sul Little Lake.
Un arco alto una ventina di centimetri faceva uscire l’acqua, ma sarebbe stato impossibile per una persona passare.
Matt raggiunse una tastiera attaccata al muro e digitò un codice.
Io scossi la testa.
«Cosa c’è?» domandò lui.
«È che io lo odio, Matt» non specificai chi, ma lui sicuramente intuì. «Eppure lo stimo anche. Lui non ha creato passaggi segreti. Ha sfruttato quelli che già esistevano. A nessuno verrebbe in mente di entrare dentro a un fiume sotterraneo per raggiungere la superficie».
Matt annuì, un’espressione triste sul viso. Completò il codice e un arco più alto si formò sopra a quello basso, delineando i cardini di una porta, che si aprì automaticamente.
Uscimmo con un balzo, ed io respirai a pieni polmoni. Non ero libera, ma neanche in prigione.
«Da questa parte» Matt mi prese per il gomito, trascinandomi verso l’Ancient Palace.
«Non se ne parla!» mi divincolai debolmente.
«Nessuno ti cercherà lì. Non c’è altro posto dove andare!»
«Lì dove?»
«Vedrai!»
Con un sospiro, lo seguii riluttante verso le porte sempre spalancate dell’Ancient Palace.
Mi resi conto che non avevo mai messo piede in quella sala di notte, di nascosto. Il posto era deserto, vuoto. L’effetto era completamente diverso, ma forse era anche perché ero reduce da più di due settimane di prigionia.
Matt si diresse verso le scale ma prima di salire si spostò a destra e aprì la porta della biblioteca.
In una situazione diversa mi sarei lamentata, ma avevo il cuore in gola e il mio unico desiderio era nascondermi.
Seguii Matthew giù dalle scale, e notai subito una luce provenire dal basso.
Scesi con lentezza per evitare di inciampare.
La biblioteca era ricoperta di candele (che erano state disposte ben lontane da ciò che rimaneva dei libri) e una ventina di persone attendeva il nostro arrivo. In prima fila c’era mia cugina, che non mi lasciò neanche il tempo di alzare la mano per salutarla. Mi corse incontro e mi lanciò le braccia al collo. Rendendosi conto del mio stato, si staccò giusto per sistemarsi e stringermi tanto da sollevarmi.
«Mi sei mancata anche tu, Kei» mormorai contro i suoi capelli.
Lei dopo qualche secondo si staccò e mi scrutò alle luci delle candele.
«Sembri uno spaventapasseri» commentò, strappandomi una risata. Aveva le lacrime agli occhi, e anche io. «I tuoi capelli…»
«Lasciamo stare» risposi. Era ancora un argomento dolente.
Guardai gli altri. C’erano Mia insieme ai musicisti e ai coristi, Etham e Destiny e, per la prima volta da quando lo conoscevo, un Isaiah lucido.
Feci un gesto imbarazzato per salutarli. Non eravamo mai stati amici, ma stranamente mi erano mancati.
«Cosa vi è successo?» domandai a Keira. «Cosa vi hanno fatto quel giorno? Avete decodificato il mio messaggio? Avete capito come passare?»
Mia cugina non riusciva a parlare per quante domande le stavo ponendo, così tacqui.
«Ci hanno ammoniti, dicendo che tu ci avevi mentito, che eri pazza. Alcuni hanno creduto al Leader, e noi siamo quello che rimane della resistenza» fece un cenno alle persone dietro di lei. Da duecento a venti.
Fantastico.
«I Figli del Sole» la corressi io. «Ho scoperto tante di quelle cose, ma prima dimmi, avete capito come uscire da questo inferno?»
Lei annuì.
«Il tuo anagramma era piuttosto vago, e all’inizio pensavo mi avessi chiesto di dar fuoco all’ufficio con il Leader dentro, poi però ho capito che non poteva avere un senso. Se ci fossero state delle prove le avrei distrutte, quindi ho optato per entrarci e vedere».
Tirai un sospiro di sollievo. Mai più comunicare attraverso gli anagrammi.
«Non sapevamo dove fossi, all’inizio credevo che il Leader ti avesse uccisa, poi c’è stata quell’orribile Cerimonia e quindi ho intuito che fossi prigioniera. E dove, se non a Norah’s Den? Avevi ragione su tutto» Keira si passò una mano sulla fronte.
«Tranquilla. Io invece sono riuscita a mettere in ordine i pezzi, grazie a Opal» lanciai uno sguardo a Matt. «Era una donna meravigliosa».
Matt scosse la testa.
«Se penso che è sempre stata a Shelter, per tutto questo tempo…» la sua voce tremava. «Per me è come se fosse morta due volte».
Mi aspettavo che qualcuno lo consolasse, invece tutti si tenevano alla larga, probabilmente ancora infuriati con lui, e non potevo dar loro torto. Ci sarebbe voluto del tempo per tornare a fidarsi.
«Quando Matthew ha visto i disegni sulla roccia e ha capito che erano di sua madre, è corso da me» intervenne Keira. «Mi ha detto tutto quello che suo padre aveva detto a lui, e insieme abbiamo deciso di liberarti».
«Cosa ha disegnato Opal nella sua cella?» m rivolsi al mio ex migliore amico.
Lui mi fissò, lo sguardo sofferente. Sembrava un bambino.
«C’erano tante figure. Molte raffiguravano un neonato, un bambino e un ragazzo. Ha scritto il mio nome infinite volte. Ha scritto anche delle parole in una lingua che credo fosse spagnolo. So che sua nonna era venezuelana, probabilmente qualche parola gliel’aveva insegnata».
Mia stava per dire qualcosa, ma tacque.
Io annuii, poi iniziai a raccontare loro l’intera storia, che ormai era come se avessi avuto un libro davanti e stessi solo leggendo. Me l’ero ripetuta migliaia di volte nella testa, nella cella, per non dimenticare neanche un dettaglio.
Ci sedemmo in cerchio, io al centro, come avevamo fatto alle poche riunioni del mercoledì notte che eravamo riusciti a organizzare.
Alla fine, mi tornò in mente una domanda.
«Cosa è successo alla caverna?»
Mia non riuscì a trattenere un singhiozzo. Notai anche altri ragazzi incupirsi.
«L’hanno distrutta» rispose Chase, uno dei musicisti.
Non potevo crederci.
«Tutto quello che c’era dentro?» chiesi, la voce tremante.
«Tutto» disse Keira. «Strumenti, altoparlanti, proiettori, tele, divani…tutto».
«Mi dispiace tanto» riuscii solo a rispondere.
«Non è colpa tua» Keira istintivamente lanciò uno sguardo a Matt, che teneva gli occhi incollati al pavimento.
Per distogliere l’attenzione da lui, mi concentrai su che cosa avremmo dovuto fare adesso.
«Dobbiamo pensare a un piano» dissi.
Gli altri annuirono. Avevamo perso già abbastanza tempo.
«Il Grande Black-Out avverrà tra poche ore. Prima di tutto devo sapere chi è intenzionato a scappare insieme a me».
Ci fu un attimo di silenzio, poi una mano si levò dal fondo.
Era uno dei fratelli di Isaiah.
«Harry?» domandai, e lui scosse la testa. «Io sono George» disse il ragazzo.
Gli altri non sembravano stupiti, e intuii che Isaiah li avesse informati.
Un’altra mano si alzò, questa volta più vicina a me.
«Destiny?» domandai, sconvolta.
Lei scrollò le spalle.
«Ti detesto, ma almeno in superficie sarò libera».
Io annuii, interdetta.
Altre tre persone si unirono. Chase e Liam, due musicisti, e Laila, una pittrice.
Guardai Matt e Keira.
«Io devo restare» disse mia cugina. «Non posso abbandonare i miei genitori, e sono un punto di riferimento per quelli di noi che rimarranno».
Annuii, con un groppo in gola.
«Anche io resterò» intervenne Matt. «Devo rimediare a quello che ho fatto e aiutare Keira».
Io comprendevo le motivazioni, ma comunque mi sentivo già nostalgica. Mi sarei ritrovata in un mondo nuovo, insieme a cinque semisconosciuti.
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